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Tappa - Dal rifugio Scotti (o Ponti) al rifugio Bosio
Il Sentiero Life delle Alpi Retiche, pensato per consentire
di visitare i cinque siti di interesse comunitario, si può considerare
concluso con la quinta giornata. La sesta rappresenta una sorta di completamento,
consigliato, e propone la traversata in Val Torreggio (Valmalenco), analogamente
a quanto accade per il Sentiero
Roma ed il Sentiero Italia
Lombardia nord 3. Questa traversata, a sua volta, può avvenire
per due vie: partendo dal rifugio Ponti e sfruttando il passo di Corna
Rossa (ed in tal caso ricalca il percorso del Sentiero Roma), oppure partendo
dal rifugio Scotti e sfruttando i passi Scermendone e Caldenno. Per la
verità si può partire, in entrambi i casi, da ambedue i
rifugi: il rifugio Scotti offre il vantaggio di non gravare la quinta
giornata del Sentiero Life di un dislivello aggiuntivo in salita di circa
450 metri (visto che ne richiede già 1600 di suo!).
Vediamo
entrambe le possibilità, chiamandole variante A (alta) e B (bassa).
La variante A, innanzitutto. Dal rifugio
Ponti, seguendo le abbondanti segnalazioni, si può
salire al passo di Corna Rossa. Questo itinerario, nella sua prima parte,
coincide con quello seguito dagli alpinisti che scalano il Disgrazia.
Si attraversa il primo torrente che scende dal ghiacciaio di Preda Rossa,
per poi salire sul filo della grande morena centrale che termina ai piedi
del medesimo ghiacciaio. Seguendo le bandierine rosso-bianco-rosse, si
scende, quindi, sul lato opposto, seguendo un sentierino e, ignorate le
indicazioni per il monte Disgrazia, si raggiunge un masso sul quale è
segnalato il percorso per i rifugi Desio e Bosio.
Volgendo lo sguardo alle spalle, si può godere di un buon colpo
d’occhio sulla poderosa costiera Remoluzza-Arcanzo, fra Valle di
Preda Rossa e Val di Mello, sulla quale sono individuabili, da nord (cioè
da destra) la bocchetta Roma, il pizzo della Remoluzza (m. 2814), il pizzo
di Averta (m. 2853), il pizzo Vicima (m. 2687), la cima degli Alli, o
Ali (m. 2725) e la cima di Arcanzo (m. 2715). La discesa termina sul greto
del secondo torrente che scende dal ghiacciaio e che deve essere attraversato.
Il sentiero è a tratti ben visibile, ma talora ci si deve affidare
alle segnalazioni.
Fra massi rosseggianti sempre più numerosi e con immagini sempre
diverse del monte Disgrazia (m. 3678, alla cui sinistra si
individua bene la sella di Pioda, a sua volta a destra del monte Pioda),
il percorso prosegue, passando a monte della seconda morena della valle,
quella orientale, e giungendo ad un grande masso, su cui un’indicazione
indirizza ad un nevaio che è presente anche a stagione avanzata
e che deve essere risalito. E' già visibile, in alto, la piccola
depressione del passo (m. 2836), posto a sud della cima di Corna Rossa
(m. 3180); il monte Disgrazia, intanto, si defila sempre più dietro
la dorsale della punta di Corna Rossa.
Il nevaio va tagliato verso sinistra, o aggirato a monte, con cautela,
perché, nella parte alta, è abbastanza ripido, per cui vale
la pena di calzare i ramponi. Raggiunta la fascia di rocce sul suo limite
superiore, si inizia la salita su un fondo costituito da terriccio, sassi
mobili e massi talora scivolosi. Per questo va affrontata con cautela:
in un paio di punti corde fisse la rendono più sicura. Sono pochi
i punti esposti, ma conviene ugualmente salire senza fretta. Poco oltre
il secondo punto attrezzato con corde fisse, si raggiunge finalmente il
passo di Corna Rossa, annunciato dalla punta del parafulmine
posto nei suoi pressi (e tutt’altro che superfluo: la zona, per
la presenza di rocce con alto contenuto ferroso, è particolarmente
bersagliata dai fulmini; lo si tenga presente e si eviti, di conseguenza,
di affrontare la salita al passo in condizioni di tempo incerto).
La prima immagine che lo sguardo incontra, oltre il passo, è quella
del versante destro della Val Torreggio. Volgendo lo sguardo a sinistra
si vede il versante sinistro della Val Airale, prosecuzione della Val
Torreggio. Più a sinistra ancora, ecco il rifugio
Desio (m. 2830), chiuso perché pericolante, a seguito delle
eccezionali nevicate dell’inverno 2000-2001: esso rimane oltre
il crinale, per cui non è visibile per chi sale. Volgendosi ancora
a sinistra si ammirano la morena centrale di Preda Rossa, parte della
costiera Remoluzza-Arcanzo e, sul fondo, alcune fra le più famose
cime della Val di Mello, che, durante le precedenti giornate, abbiamo
imparato a conoscere bene: i pizzi del Ferro, la cima di Zocca ed i pizzi
Torrone, fra i quali spicca, per la forma a punta di lancia, il pizzo
Torrone orientale. Visto da qui, il rifugio Ponti non è che un
piccolo punto perso fra le gande.
Dal passo di Corna Rossa, attraverso la Val Airale, si deve, ora, scendere
in Val Torreggio, il cui fondo è dominato dai Corni Bruciati. Per
farlo si seguono gli abbondanti segnavia rosso-bianco-rossi, che dettano
il percorso più razionale fra un mare di massi rossi di tutte le
dimensioni, in direzione sud-sud-est. Si presti attenzione a non seguire
la deviazione a sinistra, anch’essa segnalata, per i laghetti
di Cassandra.
In realtà potrebbe essere un’interessante variante visitare
questo splendido sistema di laghetti in un vallone nascosto ai piedi del
pizzo di Cassandra. In tal caso seguiamo i segnavia che ci guidano nella
traversata in direzione est, che ci porta a scendere da uno sperone roccioso
al più alto dei laghetti (m. 2746), nelle cui splendide acque di
un blu intenso si specchia il nevaio che scende dal ghiacciaio della Cassandra.
Proseguiamo, seguendo le rade indicazioni, descrivendo un arco verso destra
sud-est ed ignorando, sulla sinistra, la deviazione per il passo Cassandra
(m. 3097), che permette di accedere alla Vedretta della Ventina, in alta
Valmalenco.
L’arco
descritto ci permette di giungere in vista dei due laghetti inferiori
(m. 2464). Prendendo ancora a destra scendiamo al più grande, passando
a sinistra di un pronunciato torrione, quotato 2710 metri, ed a destra
di una enorme ganda. In prossimità del laghetto dobbiamo superare,
con una certa fatica, una fascia di grandi massi rossi (seguiamo i segnavia,
per non complicarci inutilmente la vita). Poi, piegando ancora a destra,
superiamo una breve porta e, sfruttando un facile canalino, raggiungiamo
il pianoro quotato 2391 metri. Volgendo a sinistra e seguendo i segnavia
bianco-rossi, superiamo, con cautela, un sistema di roccette e, dopo un’ultima
discesa, intercettiamo il sentiero principale che dal passo di Corna Rossa
scende alla piana della Val Torreggio.
Ma torniamo a questo sentiero principale. Con una discesa piuttosto monotona,
questo, a quota 2560 circa, piega a sinistra, passando dalla direzione
sud alla direzione sud-est. Lasciati alle spalle i grandi massi, proseguiamo
la discesa su un terreno misto, fino a giungere in vista della splendida
piana della Val Torreggio, dove, a 2086 metri di quota, troviamo il rifugio
Bosio. La piana, nella quale il torrente Torreggio disegna
qualche pigro meandro, è dominata, ad ovest, dai Corni Bruciati
(settentrionale, m. 3097, e meridionale, m. 3114), che, alla fine, risultano
le cime che più risaltano nell’intero Sentiero Roma: li possiamo
vedere, sotto diverse angolatura, infatti, dalla Val Ligoncio e dal passo
del Barbacan nord fino alla Val Torreggio, cioè durante tutte le
giornate della traversata, esclusa la prima. La variante A (se partiamo
dal rifugio Ponti) comporta un dislivello approssimativo in salita di
330 metri e richiede circa 3/4 ore di cammino.
Vediamo,
ora, la variante B, che comporta, innanzitutto, la salita
da Sasso Bisolo all'alpe di Scermendone basso. Seguiamo, in questo caso,
per un tratto la strada asfaltata, dal rifugio
Scotti fino al gruppo di baite, con la casera, che si trovano
alla nostra destra. Imboccando una pista appena marcata, lasciamo ora
la strada, superiamo le baite e puntiamo verso est (diagonale verso destra),
in direzione del torrente, che scorre a ridosso del fianco meridionale
della valle (cioè alla nostra destra). Raggiunta la sua riva, la
seguiamo, sempre verso est (monte), fino a trovare un ponticello che ci
permette di passare sul versante opposto, dove troviamo il sentierino
che sale all'alpe di Scermendone basso, tenendosi sul versante meridionale
dell'estrema propaggine della Val Terzana (alla nostra sinistra, infatti,
è scavata la gola terminale che precede il punto in cui la Val
Terzana confluisce nella Valle di Sasso Bisolo).
Dopo qualche tornantino, il sentiero (segnalato da qualche raro segnavia
rosso-bianco-rosso) raggiunge le baite della località Corticelle
(Curtiséi, m. 1546), e prosegue, salendo, alle loro spalle, in
una breve macchia, prima di piegare a sinistra, uscire all'aperto e superare
un primo valloncello, raggiungendo i prati della baita di quota 1762.
Superato un secondo valloncello, entriamo per un buon tratto in bosco
di larici, prima di raggiungere il limite inferiore dei prati immediatamente
a valle dell'alpe. Teniamo presente che la traccia non è continua,
e tende a perdersi nei prati attraversati: per ritrovarlo, immaginiamo
quindi di effettuare
una diagonale che li tagli dal limite inferiore raggiunto a quello superiore.
Dai prati raggiunti saliamo, puntando la baita solitaria che sta sulla
nostra verticale, fino a raggiungere, attraversato un breve corridoio,
la soglia del pianoro di Scermendone basso (un'alpe ancora
utilizzata nel periodo estivo), dove raggiungiamo la casera, a quota 2050
metri. Davanti ai nostri occhi si apre un suggestivo scorcio dell'alta
Val Terzana, dove è facilmente riconoscibile il passo di Scermendone,
che porta in alta Valle di Postalesio. Oltrepassata la casera, proseguiamo
per un tratto in direzione del fianco montuoso alla nostra destra, dove
troveremo un largo sentiero (quasi un tratturo) che comincia a salire
fra i macereti, con una prima diagonale verso sinistra, ed una seconda
verso destra, fino ad intercettare il sentiero per la Val Terzana nei
pressi della chiesetta di S. Quirico e del bivacco
Scermendone, all’alpe Scermendone.
Possiamo giungere fin qui anche partendo dalla piana di Preda Rossa (m.
1908). In questo caso, giunti allo spiazzo che, terminata la strada asfaltata,
funge anche da parcheggio, invece di seguire le indicazioni per il rifugio
Ponti, cerchiamo, sulla destra, un ponticello che attraversa il torrente
e, valicato un valloncello, effettua una traversata che taglia la frana
scesa dal Sasso Arso e porta a Scermendone Basso (m. 2032). Qui, superato
il torrente su un nuovo ponticello, puntiamo a sud, cioè direttamente
al versante del monte, dove troviamo la già citata mulattiera che
ci porta, in breve, alla chiesetta di San Quirico.
Bene: in un modo o nell’altro abbiamo raggiunto San Quirico. Vale
la pena, se non l’abbiamo già fatto salendo da Granda, percorrere
il lungo alpeggio, di una panoramicità più unica che rara.
Il colpo d’occhio sulla piana di Preda Rossa e sul monte Disgrazia,
in particolare, è di incomparabile bellezza. La chiesetta, poi,
è un piccolo ed antichissimo gioiello, non a caso posta qui, a
testimonianza non solo dell’importanza primaria dell’alpe,
ma anche della sua posizione strategica, come punto di passaggio
dei pellegrini che, percorrendo poi proprio la val Terzana, valicando
il passo di Scermendone e quello di Caldenno, scendevano in Valmalenco.
Questa direttrice della traversata Val Masino-Valmalenco corre più
a sud di quella del Sentiero Roma, che passa dal passo di Corna Rossa,
e non sfigura nel confronto con quest’ultima; anzi, dal punto di
vista strettamente panoramico si fa sicuramente preferire. Alle spalle
della chiesetta, la Val Terzana ci appare già in tutta la sua apertura,
fino al passo di Scermendone: uno spettacolo di grande suggestione. Scendendo
da San Quirico ad una grande vasca in cemento per la raccolta dell’acqua,
posta poco ad est del baitone, possiamo trovare, in una nicchia, una sorgente,
con una scritta non facile da leggere. Si tratta della celebre “Acqua
degli occhi”, una sorgente di acqua che la tradizione popolare vuole
terapeutica per i malanni che toccano la vista. Per capire perché,
dobbiamo però risalire al bivacco Scermendone, dove, sulla porta,
è affisso un articolo di giornale nel quale si racconta la leggenda
cui quest’acqua è legata. Vale la pena di raccontarla anche
in questa sede, perché ci aiuta ad entrare meglio nello spirito
dell’aspro scenario settentrionale della valle, con la sua sofferta
compagine di rocce dalla tonalità rossastra.
È
la celebre leggenda di Preda Rossa e dei Corni Bruciati. Un tempo questi
non erano, come ora, desolate torri di roccia rossastra, ma bei pizzi
alle cui falde si stendevano, nelle valli Preda Rossa e Terzana, splendide
pinete e pascoli rigogliosi. Vi giunse, un giorno, un mendicante lacero
ed affamato, che si rivolse, per essere ristorato, a due pastori, l’uno
di animo buono, il secondo di animo gretto e malvagio. Quest’ultimo
lo schernì e gli disse che poteva offrirgli solo gli avanzi del
cane, mentre il primo ne ebbe pietà, lo rifocillò e gli
cedette il giaciglio per la notte. Il mattino seguente il mendicante prese
in disparte il pastore buono e gli ordinò di lasciare subito Preda
Rossa per salire a Scermendone e tornare a Buglio, senza mai voltarsi,
qualunque cosa avesse sentito alle sue spalle. Il pastore vide il suo
aspetto trasfigurarsi, divenendo luminoso e maestoso, e capì che
si trattava del Signore, per cui obbedì senza indugio. Lasciata
Preda Rossa, cominciò a sentire alle proprie spalle un gran fragore,
grida, rumore di piante e massi che rovinavano a valle, ma proseguì
il cammino, ricordandosi dell’ingiunzione del Signore. Quando, però,
ebbe raggiunto il crinale di Scermendone alto, e si accingeva a scendere
verso Buglio, non resistette, volse lo sguardo. Fece appena in tempo a
vedere uno spettacolo apocalittico, un rogo immane che divorava i boschi,
ma, ancora di più, la stessa montagna, che si sgretolava e perdeva
enormi massi, i quali precipitavano, incandescenti, a valle. Vide solo
per un istante, perché fu subito accecato da due scintille, che
lo avevano seguito. Pregò, allora, il Signore che lo perdonasse
per la disobbedienza, e questi lo esaudì, chiedendogli di battere
il piede contro il terreno e di bagnare gli occhi all’acqua della
sorgente che sarebbe da lì scaturita. Fece così, e riebbe
la vista, tornando a Buglio a raccontare i fatti tremendi di cui era stato
testimone. Da allora il fianco di sud-est della Valle di Preda Rossa e
quello settentrionale
della Val Terzana restano come desolato monito che ricorda agli uomini
l’inesorabilità della punizione divina per la loro malvagità.
Anche i nomi parlano di una remota e terribile vicenda che ha segnato
quest’angolo di Val Masino: il Monte Disgrazia, prima, si chiamava
Pizzo Bello, denominazione, poi, trasferita alla meno maestosa cima che,
con i suoi 2743 metri, presidia l’angolo di sud-est della Val Terzana.
Vale la pena di ricordare, infine, che il vicino bivacco di Scermendone
offre un punto di appoggio preziosissimo in caso di maltempo.
In cammino, ora: a noi sarà, però, concessa la libertà
di volgerci indietro, talora per ammirare ottimi scorci panoramici sulle
cime della Valle dell’Oro (dove spicca, con il suo profilo tondeggiante
e un po’ tozzo, il pizzo Ligoncio). A poche decine di metri da San
Quirico parte una pista che si addentra in Val Terzana,
tagliandone il fianco meridionale, fino alla già citata alpe Piano
di Spini (m. 2198). Alle spalle della baita di sinistra dell’alpe
comincia, poi, un sentiero (segnavia rosso-bianco-rossi), che sale per
un tratto verso sinistra, sormonta un dosso e prosegue verso nord-est,
fino ad un breve corridoio nella roccia, che ci porta qualche metro sopra
il laghetto di Scermendone (m. 2339). Si tratta di uno
specchio d’acqua non ampio, ma pur sempre considerevole, sia per
la sua bellezza, sia per il fatto che, insieme ai laghetti della Valle
di Spluga e ad uno specchio ancor più modesto al centro della val
Cameraccio, è ciò che resta di una presenza di laghi alpini
che, in Val Masino, dovette essere, in tempi remoti, ben più consistente.
Una sosta sulle sue rive permette di osservare il Sasso Arso ed i Corni
Bruciati: viste da qui, queste formazioni montuose mostrano bene la ragione
della loro denominazione.
Il
sentiero comincia, poi, a piegare gradualmente a sinistra: passiamo così
a monte di un pianoro, che lasciamo alla nostra destra, superiamo qualche
modesta roccetta e superiamo il torrentello della valle, portandoci alla
sua sinistra. Il passo è sempre là, visibile quasi per l’intero
percorso, e si fa, poco a poco, più grande. In questo tratto passiamo
a destra di uno sperone di roccia, ovviamente dalla tonalità rossastra,
non molto alto (m. 2621), che però, visto da qui, fa la sua bella
figura. Alle sue spalle i Corni Bruciati, di cui però è
difficile distinguere la cima, perché, da questo angolo visuale,
si mostrano assai meno pronunciati di quanto non appaiano dalla Valle
di Preda Rossa. Lo scenario alla nostra destra è, invece, diverso:
a sinistra della tondeggiante cima di Vignone, un largo canalone, quasi
interamente occupato da sfasciumi, sale, con pendenza modesta, fino ad
una depressione sul crinale. La salita parrebbe agevole, ma la discesa
sull’opposto versante erboso, che guarda all’alpe Baric, è
piuttosto difficoltosa nel primo tratto, ripido ed esposto. A sinistra
del canalone, ecco, poi, la cima quotata 2643 metri, che una modesta sella
separa dal pizzo Bello, di cento metri più alto. Per la verità
quest’ultima cima si mostra, da qui, niente affatto bella: anzi,
il suo versante di nord-ovest è costituito da una parete verticale
di scura roccia, ben diversa dal ripido ma erboso versante opposto. Ancora
più a sinistra, una serie di guglie rocciose segna il crinale fino
al passo, sorvegliato da due torri guardiane.
Dai 2595 metri del passo di Scermendone ci affacciamo,
alla fine, dopo un’ora e mezza circa di cammino da San Quirico,
all’alta Valle di Postalesio, e vediamo subito il meno pronunciato
passo gemello (quello di Caldenno), che permette di scendere al rifugio
Bosio, in Val Torreggio (Valmalenco). Oltre il crinale orientale della
valle, possiamo individuare alcune cime assai distanti fra di loro: i
corni di Airale, in Val Torreggio, a sinistra, poi il lontano pizzo Varuna
(o Verona), sulla testata della Valmalenco, ed ancora la cima Viola, fra
Valle d’Avedo (val Grosina) e Valle Cantone di Dosdè, ed
infine, sulla destra, il pizzo Scalino e la punta Painale. Volgendoci
verso
la Val Terzana, la dominiamo interamente, e scorgiamo il laghetto di Scermendone
ed un bel tratto dell’omonima alpe, da cui siamo partiti.
La discesa in alta Valle di Postalesio sfrutta un sentierino
ripido e molto marcato, che scende diritto per un tratto, piega a sinistra,
scende di nuovo diritto prima di puntare a destra, verso il pianoro dell’alta
valle, duecento metri circa più in basso rispetto al passo. Dal
passo in poi i segnavia sono bolli rossi con bordo giallo. Nell’ultima
parte della discesa, lasciamo alla nostra sinistra una grande ganda, costituita
da massi rossatri, così come rossastre sono le cime che, sulla
testata della valle, ci nascondono la vista del monte Disgrazia. L’incendio
di Preda Rossa è giunto fin qui? La leggenda non lo dice. C’è
però un’altra leggenda, che parla dei “cunfinàa”,
cioè delle anime che, per le loro colpe, sono state condannate
a scalpellare eternamente questi innumerevoli massi (e, se prestiamo attenzione,
ne vediamo, effettivamente, di tutte le dimensioni). Tuttavia il loro
lavoro disperato inizia solo sul far del tramonto: solo allora si possono
udire i colpi sordi e sconsolati del metallo sulla pietra.
Prima che ciò accada, portiamoci al solco del torrente e valichiamolo,
prendendo, poi, a sinistra e lasciando alla nostra destra i segnavia che
indicano il sentiero che scende in media Valle di Postalesio, all’alpe
Palù. Il sentiero riprende quota e, dopo un traverso a sinistra,
punta a destra, in direzione del passo di Caldenno. Dopo
un ultimo traverso esposto sul fianco assai ripido dell’alta
valle, raggiungiamo anche questo secondo passo (m. 2517), dal quale possiamo
ammirare una veduta davvero suggestiva del monte Disgrazia.
Il panorama che si apre è molto interessante anche verso est, dove
si scorge l'elegante profilo del pizzo Scalino, che introduce all'inconfondibile
atmosfera della Valmalenco.
La salita è terminata: inizia ora una lunga discesa in val Torreggio,
inizialmente verso est e poi verso nord est.
Seguendo le segnalazioni, si raggiunge facilmente il rifugio Bosio,
posto in un incantevole pianoro al centro della valle (m.2086), il cui
sfondo è dominato dai Corni Bruciati.
La variante B (se partiamo dal rifugio Scotti) comporta un dislivello
in salita approssimativo di 1230 metri, e richiede circa 5 ore di cammino.
Chi volesse ulteriori informazioni o aggiornamenti, può
rivolgersi all’ERSAF, a Morbegno (SO), tel. 02 67404.581, fax 02
67404.599, oppure all’Infopoint ERSAF, tel. 02-67404451 o 02-67404580;
può anche scrivere a oscar.buratta@ersaf.lombardia.it,
oppure a life@ersaf.lombardia.it.
Risulta utile anche la consultazione del sito Internet www.lifereticnet.it/italiano/home.htm
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