Dal cigno alla pernice bianca

 

1. Dascio-Codera

2. Codera-Frasnedo

3. Frasnedo--Rifugio Omio

4. Rifugio Omio-S. Martino

5. S. Martino-Rifugio Scotti

6. Rifugio Scotti-Rifugio Bosio

Il rifugio Ponti, il monte Disgrazia ed i Corni Bruciati. Foto di M. Dei Cas6a Tappa - Dal rifugio Scotti (o Ponti) al rifugio Bosio

Il Sentiero Life delle Alpi Retiche, pensato per consentire di visitare i cinque siti di interesse comunitario, si può considerare concluso con la quinta giornata. La sesta rappresenta una sorta di completamento, consigliato, e propone la traversata in Val Torreggio (Valmalenco), analogamente a quanto accade per il Sentiero Roma ed il Sentiero Italia Lombardia nord 3. Questa traversata, a sua volta, può avvenire per due vie: partendo dal rifugio Ponti e sfruttando il passo di Corna Rossa (ed in tal caso ricalca il percorso del Sentiero Roma), oppure partendo dal rifugio Scotti e sfruttando i passi Scermendone e Caldenno. Per la verità si può partire, in entrambi i casi, da ambedue i rifugi: il rifugio Scotti offre il vantaggio di non gravare la quinta giornata del Sentiero Life di un dislivello aggiuntivo in salita di circa 450 metri (visto che ne richiede già 1600 di suo!).
La grande morena centrale di Preda Rossa. Foto di M. Dei CasVediamo entrambe le possibilità, chiamandole variante A (alta) e B (bassa).
La variante A, innanzitutto. Dal rifugio Ponti, seguendo le abbondanti segnalazioni, si può salire al passo di Corna Rossa. Questo itinerario, nella sua prima parte, coincide con quello seguito dagli alpinisti che scalano il Disgrazia. Si attraversa il primo torrente che scende dal ghiacciaio di Preda Rossa, per poi salire sul filo della grande morena centrale che termina ai piedi del medesimo ghiacciaio. Seguendo le bandierine rosso-bianco-rosse, si scende, quindi, sul lato opposto, seguendo un sentierino e, ignorate le indicazioni per il monte Disgrazia, si raggiunge un masso sul quale è segnalato il percorso per i rifugi Desio e Bosio.
Volgendo lo sguardo alle spalle, si può godere di un buon colpo d’occhio sulla poderosa costiera Remoluzza-Arcanzo, fra Valle di Preda Rossa e Val di Mello, sulla quale sono individuabili, da nord (cioè da destra) la bocchetta Roma, il pizzo della Remoluzza (m. 2814), il pizzo di Averta (m. 2853), il pizzo Vicima (m. 2687), la cima degli Alli, o Ali (m. 2725) e la cima di Arcanzo (m. 2715). La discesa termina sul greto del secondo torrente che scende dal ghiacciaio e che deve essere attraversato. Il sentiero è a tratti ben visibile, ma talora ci si deve affidare alle segnalazioni.
Fra massi rosseggianti sempre più numerosi e con immagini sempre diverse del monte Disgrazia (m. 3678, alla cui sinistra La salita al passo di Corna Rossa. Foto di M. Dei Cassi individua bene la sella di Pioda, a sua volta a destra del monte Pioda), il percorso prosegue, passando a monte della seconda morena della valle, quella orientale, e giungendo ad un grande masso, su cui un’indicazione indirizza ad un nevaio che è presente anche a stagione avanzata e che deve essere risalito. E' già visibile, in alto, la piccola depressione del passo (m. 2836), posto a sud della cima di Corna Rossa (m. 3180); il monte Disgrazia, intanto, si defila sempre più dietro la dorsale della punta di Corna Rossa.
Il nevaio va tagliato verso sinistra, o aggirato a monte, con cautela, perché, nella parte alta, è abbastanza ripido, per cui vale la pena di calzare i ramponi. Raggiunta la fascia di rocce sul suo limite superiore, si inizia la salita su un fondo costituito da terriccio, sassi mobili e massi talora scivolosi. Per questo va affrontata con cautela: in un paio di punti corde fisse la rendono più sicura. Sono pochi i punti esposti, ma conviene ugualmente salire senza fretta. Poco oltre il secondo punto attrezzato con corde fisse, si raggiunge finalmente il passo di Corna Rossa, annunciato dalla punta del parafulmine posto nei suoi pressi (e tutt’altro che superfluo: la zona, per la presenza di rocce con alto contenuto ferroso, è particolarmente bersagliata dai fulmini; lo si tenga presente e si eviti, di conseguenza, di affrontare la salita al passo in condizioni di tempo incerto).
La prima immagine che lo sguardo incontra, oltre il passo, è quella del versante destro della Val Torreggio. Volgendo lo sguardo a sinistra si vede il versante sinistro della Val Airale, prosecuzione della Val Torreggio. Più a sinistra ancora, ecco il rifugio Desio (m. 2830), chiuso perché pericolante, a seguito delle eccezionali nevicate dell’inverno 2000-2001: esso rimane Il rifugio Desio. Foto di M. Dei Casoltre il crinale, per cui non è visibile per chi sale. Volgendosi ancora a sinistra si ammirano la morena centrale di Preda Rossa, parte della costiera Remoluzza-Arcanzo e, sul fondo, alcune fra le più famose cime della Val di Mello, che, durante le precedenti giornate, abbiamo imparato a conoscere bene: i pizzi del Ferro, la cima di Zocca ed i pizzi Torrone, fra i quali spicca, per la forma a punta di lancia, il pizzo Torrone orientale. Visto da qui, il rifugio Ponti non è che un piccolo punto perso fra le gande.
Dal passo di Corna Rossa, attraverso la Val Airale, si deve, ora, scendere in Val Torreggio, il cui fondo è dominato dai Corni Bruciati. Per farlo si seguono gli abbondanti segnavia rosso-bianco-rossi, che dettano il percorso più razionale fra un mare di massi rossi di tutte le dimensioni, in direzione sud-sud-est. Si presti attenzione a non seguire la deviazione a sinistra, anch’essa segnalata, per i laghetti di Cassandra.
In realtà potrebbe essere un’interessante variante visitare questo splendido sistema di laghetti in un vallone nascosto ai piedi del pizzo di Cassandra. In tal caso seguiamo i segnavia che ci guidano nella traversata in direzione est, che ci porta a scendere da uno sperone roccioso al più alto dei laghetti (m. 2746), nelle cui splendide acque di un blu intenso si specchia il nevaio che scende dal ghiacciaio della Cassandra. Proseguiamo, seguendo le rade indicazioni, descrivendo un arco verso destra sud-est ed ignorando, sulla sinistra, la deviazione per il passo Cassandra (m. 3097), che permette di accedere alla Vedretta della Ventina, in alta Valmalenco.
La Val Torreggio vista dal rifugio Desio. Foto di M. Dei CasL’arco descritto ci permette di giungere in vista dei due laghetti inferiori (m. 2464). Prendendo ancora a destra scendiamo al più grande, passando a sinistra di un pronunciato torrione, quotato 2710 metri, ed a destra di una enorme ganda. In prossimità del laghetto dobbiamo superare, con una certa fatica, una fascia di grandi massi rossi (seguiamo i segnavia, per non complicarci inutilmente la vita). Poi, piegando ancora a destra, superiamo una breve porta e, sfruttando un facile canalino, raggiungiamo il pianoro quotato 2391 metri. Volgendo a sinistra e seguendo i segnavia bianco-rossi, superiamo, con cautela, un sistema di roccette e, dopo un’ultima discesa, intercettiamo il sentiero principale che dal passo di Corna Rossa scende alla piana della Val Torreggio.
Ma torniamo a questo sentiero principale. Con una discesa piuttosto monotona, questo, a quota 2560 circa, piega a sinistra, passando dalla direzione sud alla direzione sud-est. Lasciati alle spalle i grandi massi, proseguiamo la discesa su un terreno misto, fino a giungere in vista della splendida piana della Val Torreggio, dove, a 2086 metri di quota, troviamo il rifugio Bosio. La piana, nella quale il torrente Torreggio disegna qualche pigro meandro, è dominata, ad ovest, dai Corni Bruciati (settentrionale, m. 3097, e meridionale, m. 3114), che, alla fine, risultano le cime che più risaltano nell’intero Sentiero Roma: li possiamo vedere, sotto diverse angolatura, infatti, dalla Val Ligoncio e dal passo del Barbacan nord fino alla Val Torreggio, cioè durante tutte le giornate della traversata, esclusa la prima. La variante A (se partiamo dal rifugio Ponti) comporta un dislivello approssimativo in salita di 330 metri e richiede circa 3/4 ore di cammino.
Laghetto di Cassandra superiore. Foto di M. Dei CasVediamo, ora, la variante B, che comporta, innanzitutto, la salita da Sasso Bisolo all'alpe di Scermendone basso. Seguiamo, in questo caso, per un tratto la strada asfaltata, dal rifugio Scotti fino al gruppo di baite, con la casera, che si trovano alla nostra destra. Imboccando una pista appena marcata, lasciamo ora la strada, superiamo le baite e puntiamo verso est (diagonale verso destra), in direzione del torrente, che scorre a ridosso del fianco meridionale della valle (cioè alla nostra destra). Raggiunta la sua riva, la seguiamo, sempre verso est (monte), fino a trovare un ponticello che ci permette di passare sul versante opposto, dove troviamo il sentierino che sale all'alpe di Scermendone basso, tenendosi sul versante meridionale dell'estrema propaggine della Val Terzana (alla nostra sinistra, infatti, è scavata la gola terminale che precede il punto in cui la Val Terzana confluisce nella Valle di Sasso Bisolo).
Dopo qualche tornantino, il sentiero (segnalato da qualche raro segnavia rosso-bianco-rosso) raggiunge le baite della località Corticelle (Curtiséi, m. 1546), e prosegue, salendo, alle loro spalle, in una breve macchia, prima di piegare a sinistra, uscire all'aperto e superare un primo valloncello, raggiungendo i prati della baita di quota 1762. Superato un secondo valloncello, entriamo per un buon tratto in bosco di larici, prima di raggiungere il limite inferiore dei prati immediatamente a valle dell'alpe. Teniamo presente che la traccia non è continua, e tende a perdersi nei prati attraversati: per ritrovarlo, immaginiamo quindi di Il rifugio Bosio. Foto di M. Dei Caseffettuare una diagonale che li tagli dal limite inferiore raggiunto a quello superiore. Dai prati raggiunti saliamo, puntando la baita solitaria che sta sulla nostra verticale, fino a raggiungere, attraversato un breve corridoio, la soglia del pianoro di Scermendone basso (un'alpe ancora utilizzata nel periodo estivo), dove raggiungiamo la casera, a quota 2050 metri. Davanti ai nostri occhi si apre un suggestivo scorcio dell'alta Val Terzana, dove è facilmente riconoscibile il passo di Scermendone, che porta in alta Valle di Postalesio. Oltrepassata la casera, proseguiamo per un tratto in direzione del fianco montuoso alla nostra destra, dove troveremo un largo sentiero (quasi un tratturo) che comincia a salire fra i macereti, con una prima diagonale verso sinistra, ed una seconda verso destra, fino ad intercettare il sentiero per la Val Terzana nei pressi della chiesetta di S. Quirico e del bivacco Scermendone, all’alpe Scermendone.
Possiamo giungere fin qui anche partendo dalla piana di Preda Rossa (m. 1908). In questo caso, giunti allo spiazzo che, terminata la strada asfaltata, funge anche da parcheggio, invece di seguire le indicazioni per il rifugio Ponti, cerchiamo, sulla destra, un ponticello che attraversa il torrente e, valicato un valloncello, effettua una traversata che taglia la frana scesa dal Sasso Arso e porta a Scermendone Basso (m. 2032). Qui, superato il torrente su un nuovo ponticello, puntiamo a sud, cioè direttamente al versante del monte, dove troviamo la già citata mulattiera che ci porta, in breve, alla chiesetta di San Quirico.
Bene: in un modo o nell’altro abbiamo raggiunto San Quirico. Vale la pena, se non l’abbiamo già fatto salendo da Granda, percorrere il lungo alpeggio, di una panoramicità più unica che rara. Il colpo d’occhio sulla piana di Preda Rossa e sul monte Disgrazia, in particolare, è di incomparabile bellezza. La chiesetta, poi, è un piccolo ed antichissimo gioiello, non a caso posta qui, a testimonianza non solo dell’importanza primaria dell’alpe, ma anche della sua posizione strategica, come punto di San quirico all'alpe Scermendone. Foto di M. Dei Caspassaggio dei pellegrini che, percorrendo poi proprio la val Terzana, valicando il passo di Scermendone e quello di Caldenno, scendevano in Valmalenco. Questa direttrice della traversata Val Masino-Valmalenco corre più a sud di quella del Sentiero Roma, che passa dal passo di Corna Rossa, e non sfigura nel confronto con quest’ultima; anzi, dal punto di vista strettamente panoramico si fa sicuramente preferire. Alle spalle della chiesetta, la Val Terzana ci appare già in tutta la sua apertura, fino al passo di Scermendone: uno spettacolo di grande suggestione. Scendendo da San Quirico ad una grande vasca in cemento per la raccolta dell’acqua, posta poco ad est del baitone, possiamo trovare, in una nicchia, una sorgente, con una scritta non facile da leggere. Si tratta della celebre “Acqua degli occhi”, una sorgente di acqua che la tradizione popolare vuole terapeutica per i malanni che toccano la vista. Per capire perché, dobbiamo però risalire al bivacco Scermendone, dove, sulla porta, è affisso un articolo di giornale nel quale si racconta la leggenda cui quest’acqua è legata. Vale la pena di raccontarla anche in questa sede, perché ci aiuta ad entrare meglio nello spirito dell’aspro scenario settentrionale della valle, con la sua sofferta compagine di rocce dalla tonalità rossastra.
L'alpe al Piano di Spini. Foto di M. Dei CasÈ la celebre leggenda di Preda Rossa e dei Corni Bruciati. Un tempo questi non erano, come ora, desolate torri di roccia rossastra, ma bei pizzi alle cui falde si stendevano, nelle valli Preda Rossa e Terzana, splendide pinete e pascoli rigogliosi. Vi giunse, un giorno, un mendicante lacero ed affamato, che si rivolse, per essere ristorato, a due pastori, l’uno di animo buono, il secondo di animo gretto e malvagio. Quest’ultimo lo schernì e gli disse che poteva offrirgli solo gli avanzi del cane, mentre il primo ne ebbe pietà, lo rifocillò e gli cedette il giaciglio per la notte. Il mattino seguente il mendicante prese in disparte il pastore buono e gli ordinò di lasciare subito Preda Rossa per salire a Scermendone e tornare a Buglio, senza mai voltarsi, qualunque cosa avesse sentito alle sue spalle. Il pastore vide il suo aspetto trasfigurarsi, divenendo luminoso e maestoso, e capì che si trattava del Signore, per cui obbedì senza indugio. Lasciata Preda Rossa, cominciò a sentire alle proprie spalle un gran fragore, grida, rumore di piante e massi che rovinavano a valle, ma proseguì il cammino, ricordandosi dell’ingiunzione del Signore. Quando, però, ebbe raggiunto il crinale di Scermendone alto, e si accingeva a scendere verso Buglio, non resistette, volse lo sguardo. Fece appena in tempo a vedere uno spettacolo apocalittico, un rogo immane che divorava i boschi, ma, ancora di più, la stessa montagna, che si sgretolava e perdeva enormi massi, i quali precipitavano, incandescenti, a valle. Vide solo per un istante, perché fu subito accecato da due scintille, che lo avevano seguito. Pregò, allora, il Signore che lo perdonasse per la disobbedienza, e questi lo esaudì, chiedendogli di battere il piede contro il terreno e di bagnare gli occhi all’acqua della sorgente che sarebbe da lì scaturita. Fece così, e riebbe la vista, tornando a Buglio a raccontare i fatti tremendi di cui era stato testimone. Da allora il fianco di sud-est della Valle di Preda Rossa e quello Il laghetto di Scermendone. Foto di M. Dei Cassettentrionale della Val Terzana restano come desolato monito che ricorda agli uomini l’inesorabilità della punizione divina per la loro malvagità. Anche i nomi parlano di una remota e terribile vicenda che ha segnato quest’angolo di Val Masino: il Monte Disgrazia, prima, si chiamava Pizzo Bello, denominazione, poi, trasferita alla meno maestosa cima che, con i suoi 2743 metri, presidia l’angolo di sud-est della Val Terzana.
Vale la pena di ricordare, infine, che il vicino bivacco di Scermendone offre un punto di appoggio preziosissimo in caso di maltempo.
In cammino, ora: a noi sarà, però, concessa la libertà di volgerci indietro, talora per ammirare ottimi scorci panoramici sulle cime della Valle dell’Oro (dove spicca, con il suo profilo tondeggiante e un po’ tozzo, il pizzo Ligoncio). A poche decine di metri da San Quirico parte una pista che si addentra in Val Terzana, tagliandone il fianco meridionale, fino alla già citata alpe Piano di Spini (m. 2198). Alle spalle della baita di sinistra dell’alpe comincia, poi, un sentiero (segnavia rosso-bianco-rossi), che sale per un tratto verso sinistra, sormonta un dosso e prosegue verso nord-est, fino ad un breve corridoio nella roccia, che ci porta qualche metro sopra il laghetto di Scermendone (m. 2339). Si tratta di uno specchio d’acqua non ampio, ma pur sempre considerevole, sia per la sua bellezza, sia per il fatto che, insieme ai laghetti della Valle di Spluga e ad uno specchio ancor più modesto al centro della val Cameraccio, è ciò che resta di una presenza di laghi alpini che, in Val Masino, dovette essere, in tempi remoti, ben più consistente. Una sosta sulle sue rive permette di osservare il Sasso Arso ed i Corni Bruciati: viste da qui, queste formazioni montuose mostrano bene la ragione della loro denominazione.
Il passo di Scermendone. Foto di M. Dei CasIl sentiero comincia, poi, a piegare gradualmente a sinistra: passiamo così a monte di un pianoro, che lasciamo alla nostra destra, superiamo qualche modesta roccetta e superiamo il torrentello della valle, portandoci alla sua sinistra. Il passo è sempre là, visibile quasi per l’intero percorso, e si fa, poco a poco, più grande. In questo tratto passiamo a destra di uno sperone di roccia, ovviamente dalla tonalità rossastra, non molto alto (m. 2621), che però, visto da qui, fa la sua bella figura. Alle sue spalle i Corni Bruciati, di cui però è difficile distinguere la cima, perché, da questo angolo visuale, si mostrano assai meno pronunciati di quanto non appaiano dalla Valle di Preda Rossa. Lo scenario alla nostra destra è, invece, diverso: a sinistra della tondeggiante cima di Vignone, un largo canalone, quasi interamente occupato da sfasciumi, sale, con pendenza modesta, fino ad una depressione sul crinale. La salita parrebbe agevole, ma la discesa sull’opposto versante erboso, che guarda all’alpe Baric, è piuttosto difficoltosa nel primo tratto, ripido ed esposto. A sinistra del canalone, ecco, poi, la cima quotata 2643 metri, che una modesta sella separa dal pizzo Bello, di cento metri più alto. Per la verità quest’ultima cima si mostra, da qui, niente affatto bella: anzi, il suo versante di nord-ovest è costituito da una parete verticale di scura roccia, ben diversa dal ripido ma erboso versante opposto. Ancora più a sinistra, una serie di guglie rocciose segna il crinale fino al passo, sorvegliato da due torri guardiane.
Dai 2595 metri del passo di Scermendone ci affacciamo, alla fine, dopo un’ora e mezza circa di cammino da San Quirico, all’alta Valle di Postalesio, e vediamo subito il meno pronunciato passo gemello (quello di Caldenno), che permette di scendere al rifugio Bosio, in Val Torreggio (Valmalenco). Oltre il crinale orientale della valle, possiamo individuare alcune cime assai distanti fra di loro: i corni di Airale, in Val Torreggio, a sinistra, poi il lontano pizzo Varuna (o Verona), sulla testata della Valmalenco, ed ancora la cima Viola, fra Valle d’Avedo (val Grosina) e Valle Cantone di Dosdè, ed infine, sulla destra, il pizzo Scalino e la punta Painale. Volgendoci La Val Terzana ed il passo di Scermendone. Foto di M. Dei Casverso la Val Terzana, la dominiamo interamente, e scorgiamo il laghetto di Scermendone ed un bel tratto dell’omonima alpe, da cui siamo partiti.
La discesa in alta Valle di Postalesio sfrutta un sentierino ripido e molto marcato, che scende diritto per un tratto, piega a sinistra, scende di nuovo diritto prima di puntare a destra, verso il pianoro dell’alta valle, duecento metri circa più in basso rispetto al passo. Dal passo in poi i segnavia sono bolli rossi con bordo giallo. Nell’ultima parte della discesa, lasciamo alla nostra sinistra una grande ganda, costituita da massi rossatri, così come rossastre sono le cime che, sulla testata della valle, ci nascondono la vista del monte Disgrazia. L’incendio di Preda Rossa è giunto fin qui? La leggenda non lo dice. C’è però un’altra leggenda, che parla dei “cunfinàa”, cioè delle anime che, per le loro colpe, sono state condannate a scalpellare eternamente questi innumerevoli massi (e, se prestiamo attenzione, ne vediamo, effettivamente, di tutte le dimensioni). Tuttavia il loro lavoro disperato inizia solo sul far del tramonto: solo allora si possono udire i colpi sordi e sconsolati del metallo sulla pietra.
Prima che ciò accada, portiamoci al solco del torrente e valichiamolo, prendendo, poi, a sinistra e lasciando alla nostra destra i segnavia che indicano il sentiero che scende in media Valle di Postalesio, all’alpe Palù. Il sentiero riprende quota e, dopo un traverso a sinistra, punta a destra, in direzione del passo di Caldenno. Dopo un ultimo traverso esposto sul fianco assai ripido Il monte Disgrazia visto dal passo di Caldenno. Foto di M. Dei Casdell’alta valle, raggiungiamo anche questo secondo passo (m. 2517), dal quale possiamo ammirare una veduta davvero suggestiva del monte Disgrazia.
Il panorama che si apre è molto interessante anche verso est, dove si scorge l'elegante profilo del pizzo Scalino, che introduce all'inconfondibile atmosfera della Valmalenco.
La salita è terminata: inizia ora una lunga discesa in val Torreggio, inizialmente verso est e poi verso nord est.
Seguendo le segnalazioni, si raggiunge facilmente il rifugio Bosio, posto in un incantevole pianoro al centro della valle (m.2086), il cui sfondo è dominato dai Corni Bruciati.
La variante B (se partiamo dal rifugio Scotti) comporta un dislivello in salita approssimativo di 1230 metri, e richiede circa 5 ore di cammino.
Chi volesse ulteriori informazioni o aggiornamenti, può rivolgersi all’ERSAF, a Morbegno (SO), tel. 02 67404.581, fax 02 67404.599, oppure all’Infopoint ERSAF, tel. 02-67404451 o 02-67404580; può anche scrivere a oscar.buratta@ersaf.lombardia.it, oppure a life@ersaf.lombardia.it.
Risulta utile anche la consultazione del sito Internet www.lifereticnet.it/italiano/home.htm

 

Difficoltà
EE (escursionisti esperti)
Dislivello
mt. 330 (var. A) o 1230 (var. B)
Tempo
4 h (var. A) o 5 h (var. B)

 


(una versione Powerpoint della suddetta relazione è
disponibile richiedendola via e-mail all'autore)

Cartina Kompass n.92 - Chiavenna-Val Bregaglia
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas
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Ultima Modifica: Martedì, 28 Agosto, 2007

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