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Tappa - Da S. Martino al rifugio Scotti (o Ponti)
La quinta giornata è, insieme alla terza, la più
impegnativa di questa sei giorni. Dobbiamo, infatti, percorrere un buon
tratto della Val di Mello, risalire l’intera Val Romilla per poi
scendere in Valle di Preda Rossa.
Prima di raccontare l’itinerario, è doveroso spendere alcune
parole per presentare quella Val di Mello che è, in assoluto, una
delle più conosciute della Alpi Retiche, per la sua fisionomia
unica. Il volto di questa valle ha radici assai antiche. Tutto iniziò
nell’era quaternaria, cioè nell’ultima era geologica,
iniziata forse 1.800.000 di anni fa. Iniziò con una grande glaciazione,
che coinvolse tutta la catena alpina. Nella zona della futura Val di Mello il ghiaccio ricopriva ogni cosa, fino ad una quota superiore ai 2.500
metri. Immaginiamo lo scenario spettrale: una coltre bianca ed immobile,
dalla quale emergevano, come modesti isolotti, solo le cime più
alte della valle, il monte Disgrazia (m. 3678), i pizzi Torrone, la punta
Rasica, la cima di Castello, la cima di Zocca, i pizzi del Ferro. L’azione
di questo enorme ghiacciaio, lenta, inesorabile, scandita in ritmi difficilmente
immaginabili, cioè in migliaia di anni, cominciò a modellare
il volto della valle: si deve ad essa la straordinaria conformazione delle
pareti granitiche, verticali, con grandi placche lisce, e la forma straordinariamente
levigata delle numerosissime placche di granito. Fu un’azione che
si esercitò in quattro grandi tempi: tante furono, infatti, le
successive glaciazioni (la quarta ebbe inizio 40.000 anni fa), prima dell’ultimo
e definitivo ritiro dei ghiacci alle quote più alte, dove ore di
essi resta solo un’esigua traccia.
Il ritiro del ghiacciaio determinò, anche, il crollo di grandi
blocchi sospesi di granito: li troviamo, ora, muti testimoni di eventi
ciclopici, sul fondovalle, come vassalli erranti degli incombenti signori
della valle, le ardite costiere che la guardano. Così fu disegnato
il profilo arrotondato della valle, dolce e regolare, a produrre un singolare
contrasto con le gotiche ed aspre guglie che
vi si affacciano. Venne, poi, lentamente, la vita, le piante, gli animali
e, da ultimo, l’uomo, che vi giunse spinto dalla necessità
di trovare nuovi pascoli. Vennero, per primi, gli abitanti di Mello, paese
della Costiera dei Cech, che la colonizzarono e le diedero il nome che
ora è conosciuto in tutta Europa. Vennero, poi, sempre più
numerosi, escursionisti ed arrampicatori, attratti dalla presenza quasi
debordante di placche di granito, pareti che sembrano invitare all’arrampicata,
picchi e vie di ascensione sempre da scoprire, che circondano da ogni
lato il tranquillo fondovalle, dove il torrente corre quasi sonnolento.
È proprio lo strano equilibrio fra mondi di versi a costituire
il fascino di questa valle. Appena alzi un po’ gli occhi, alle pareti
delle costiere ed alle valli laterali, hai la netta impressione che qui
la vita, vegetale ed animale, sia solo precaria ospite, adattata, non
si sa come, a sopravvivere fra le pieghe delle trionfanti architetture
di granito, signore della valle. Non appena li riabbassi, l’impressione
cambia: scorci gentili sembrano riportare la vita ad una dimensione di
maggiore sicurezza e tranquillità.
Portiamoci, allora, al sagrato della chiesa parrocchiale di San
Martino, edificata nel secolo XV, ampliata due secoli dopo e
staccatasi dalla parrocchia di Mello nel 1718. Proprio a sinistra della
chiesa parte un viottolo che ci porta ad un sentiero, che se ne stacca
sulla sinistra, per inoltrarsi nella selva che ricopre lo sbocco della
valle. Seguiamolo per un buon tratto, rimanendo più bassi rispetto
alla strada asfaltata che si inoltra nella valle. Prendiamo, poi, la seconda
deviazione che sale verso sinistra, fino ad intercettare la strada, appena
prima di un cartello di divieto di transito ai mezzi non autorizzati.
Proseguiamo, ora, sulla strada, dove, all’asfalto, si sostituisce
il grisc e lo sterrato, fino al ponticello del torrente che scende dalla
valle del Ferro.
Alla nostra sinistra troviamo le case di Ca’ dei Rogni
(m. 1019, a circa 2 chilometri e mezzo da S. Martino). Ma ciò che
si impone allo sguardo è la superba balconata di granito della
valle del Ferro, la prima laterale settentrionale della Val di Mello.
La balconata nasconde alla vista quei pizzi del Ferro che ne costituiscono
la testata, e che invece sono ben visibili da S. Martino. In compenso,
indimenticabile è lo spettacolo del sistema di cascate che scendono
dalla valle, le famose cascate del Ferro, uno dei numerosi aspetti di
interesse naturalistico che la valle offre. La bassa valle del Ferro,
che ha un’apertura assai ampia, è delimitata da due colossali
bastioni granitici: a sinistra le propaggini che scendono dalla cima del
Cavalcorto alle cosiddette Sponde del Ferro, a destra le propaggini della
costiera Ferro-Qualido, un sistema articolato costituito dalle formazioni
del Pappagallo (in basso a sinistra), dello sperone Mark (in basso a destra)
e dal Precipizio degli Asteroidi (in alto a destra). Segnaliamo che, subito
dopo il ponte, possiamo deviare a sinistra, salendo verso le cascate terminali
della valle; una successiva deviazione a sinistra, poco visibile, ci porta
al sentiero che sale alla parte media e superiore di essa, dove si trova
il bivacco Molteni-Valsecchi (m. 2510), leggermente a valle rispetto al
Sentiero Roma.
Ma torniamo al fondovalle e proseguiamo lungo la strada: raggiungiamo
così, in breve, il parcheggio del Gatto Rosso, ampia spianata che
precede l’omonimo ristorante, in località Panscèr
(m. 1061). Qui la pista lascia il posto ad una larga mulattiera, che corre
a sinistra del bellissimo torrente. Un’occhiata alle nostre spalle
ci mostra la testata della valle della Merdarola, laterale della Valle
dei Bagni. Davanti a noi, invece, una sezione della Val Cameraccio, il
maestoso circo che chiude a nord-est la Val di Mello, con la ben visibile,
sulla destra, cima regina del monte Disgrazia.
Alla
nostra sinistra, superata l’ampia apertura della valle del Ferro,
il versante montuoso sembra chiudersi. In realtà si apre il solco
di una nuova valle, la più modesta ed arcana Val Qualìdo,
unica, fra le laterali settentrionali, a non ospitare alcun rifugio o
bivacco. Non è facile scorgere la partenza del sentiero che risale
questa valle: si trova, a circa duecento metri dal Gatto Rosso, sulla
sinistra. Il sentiero è uno dei meno battuti della valle, ma chi
ama questi luoghi (ed ha esperienza e prudenza adeguate) non può
mancare di percorrerlo almeno una volta, perché è di una
suggestione difficilmente esprimibile, soprattutto nel tratto mediano,
dove si arrampica scavato sul fianco di un’enorme e strapiombante
formazione rocciosa, all’ombra dell’immane parete del Qualido,
che incombe ad occidente: un’esperienza da non perdere.
La parete del Qualido, peraltro, è, in parte, osservabile anche
dal fondovalle, e rappresenta probabilmente la massima espressione della
verticalità delle montagne di Val di Mello. La val Qualido ha anche
un secondo solco di accesso, più ad est, in quanto ha la forma
di una “Y” rovesciata, ma questo è molto più
scosceso e dirupato. I due solchi sono separati dalla formazione
denominata il Trapezio d’Argento. A destra del secondo solco, invece,
possiamo osservare la complessa propaggine della costiera Qualido-Zocca,
che propone, nella parte bassa, le formazioni denominate il Brontosauro
e lo Sperone del Sarcofago, mentre più in alto si trova la formazione
denominata Scoglio delle Metamorfosi.
Proseguendo il cammino, non possiamo non restare rapidi dal dolce spettacolo
del torrente, che qui scorre, lento, a fianco della mulattiera, mostrando,
nelle sue acque limpide, rari ricami di luce, e quasi accarezzando un
grande masso che si trova proprio nel mezzo del suo letto. Poi la mulattiera
si allontana dal torrente ed attraversa una fascia di prati, prima di
raggiungere Ca’ di Carna (m. 1076), gruppo di baite poste sul lato
destro (per noi) della valle, raggiungibile valicando un ponticello sul
torrente. Noi restiamo, però, sul lato settentrionale della valle
(a sinistra del torrente), e proseguiamo fino alla successiva località,
Cascina Piana (m. 1092), dove si trova il rifugio Luna
Nascente, dove è possibile effettuare una sosta ristoratrice, ma
anche, qualora ve ne fosse la necessità, chiamare il soccorso alpino.
Fra le baite della località possiamo osservarne una curiosa, che
sembra sintetizzare nel modo più efficace la simbiosi fra uomo
e granito, caratteristica di questa valle: è proprio appoggiata
al fianco di un enorme placca rocciosa, a sua volta quasi adagiata sul
prato del fondovalle.
Proseguiamo, scegliendo il sentiero di destra (non quello di sinistra,
con le indicazioni per il rifugio Allievi): superata una curiosa scultura
su un masso (due volti arcigni sembrano guardarci perplessi), troveremo,
ben presto, sulla nostra destra, un sentierino che si stacca da quello
principale e conduce ad un bel ponte, attraversato il quale ci portiamo
sul lato opposto della valle, dove troviamo il cartello "Temola".
Sul paletto troviamo anche la targhetta azzurra con il logo “Life”.
Prendiamo a sinistra e,
dopo circa duecento metri, raggiungiamo un grande prato. Su un masso,
segnato con segnavia rosso-bianco-rosso, vediamo la targa gialla del Sentiero
Life. Lasciamo, quindi, il sentiero, per risalire il prato in diagonale
verso sinistra, fino ad un grande masso, su cui era segnato in rosso il
numero "7", cui ora è sovrapposto un segnavia bianco-rosso.
A destra del masso parte il sentiero per la val Romilla,
segnato dai segnavia bianco-rossi.
Nel primo tratto la traccia non è molto marcata, poi diventa più
chiara, e si inerpica sul lato destro (per noi) della valle, non distante
dalle sue pareti granitiche, che precipitano con salti impressionanti
sul fondo del suo solco. Dobbiamo prestare attenzione in questa prima
parte, perché il terreno, sempre in ombra, è scivoloso:
la valle, infatti, è “vaga” (per usare un toponimo
diffuso nelle montagne di Valtellina, che significa esposto a nord, e
quindi ombroso ed umido), o “pürìva” (per usare
una voce dialettale che ha il medesimo significato). Intorno ai 1400 metri,
dopo un tornante verso destra, ci ritroviamo proprio sotto una parete
strapiombante, che si inarca minacciosa sopra il nostro capo, con grosse
crepe sinistre, mettendoci i brividi. Poco oltre i 1500 metri, una traccia
segnalata da un segno rosso su un sasso si stacca alla nostra destra:
la ignoriamo. Poco sotto i 1600 metri dobbiamo prestare attenzione, per
non perdere la deviazione a sinistra che ci permette di attraversare il
torrentello della valle. Il sentiero, qui, si districa a fatica, fuori
del bosco, su un terreno ingombro di materiale franoso: una recente frana,
infatti, ha creato una caotica congerie di massi e vegetazione. Qualche
scheletro di albero colpito dai fulmini rende ancora più desolato
questo angolo della valle. Prendiamo, dunque, a sinistra, passando nei
pressi di un cartello di divieto di caccia e di un ometto. Il sentiero
si porta sul centro della valle ed al suo torrentello, che
superiamo facilmente (attenzione, però, ai sassi molto scivolosi!).
Sul lato opposto il sentiero sale per un breve tratto e, piegando a sinistra,
entra in un bel bosco di conifere; dopo un breve traverso, ci porta ad
una radura, dove si trova una baita ristrutturata. Si tratta della Romilla
(m. 1618), detta anche "Belvedere", perché
da qui la visuale sulla valle di Zocca e sui pizzi Torrone è già
molto buona.
Il sentiero riparte alle spalle della baita, sulla destra (il segnavia
bianco-rosso su un masso ci orienta; attenzione a non prendere il sentiero
alla sua sinistra, che porta, con andamento pianeggiante, ad una radura),
riprendendo la salita. Dopo una serie di ripidi tornanti, ci ritroviamo
proprio a ridosso del roccioso fianco settentrionale della valle, dove
un muricciolo delimita un rudimentale ricovero che ha come tetto una grande
placca di granito. Poi, volgendo a destra, ci stacchiamo gradualmente
dal fianco della valle e, a quota 1750 circa, in corrispondenza di un
nuovo cartello di divieto di caccia, il sentiero lascia il bosco. Per
circa 150 metri la sua traccia sale in una rada boscaglia, alternata a
radure, e diventa molto incerta ed intermittente. È questo il tratto
in cui il rischio di perderla, se la si percorre in discesa prestando
scarsa attenzione ai segnavia, è concreto. Infine, al termine di
un breve corridoio, al cui ingresso si trova un nuovo cartello di divieto
di caccia, raggiungiamo il pianoro principale della valle, sul cui limite
troviamo una baita diroccata
(m. 1922).
Qui la valle, soprattutto alla nostra sinistra, mostra un volto molto
più gentile e consono ad un nome che sembra suggerire accenti di
dolcezza. Il lato sinistro è dominato dal pizzo dell'Averta (m.
2853) e, alla sua sinistra, dalla cima quotata m. 2806. Lo spettacolo
di gran lunga più suggestivo si sta però preparando alle
nostre spalle. Ma dobbiamo salire ancora un po' per cominciare ad ammirarne
la grandiosità. Scendiamo, allora, al pianoro paludoso sottostante
ed attraversiamolo, sfruttando anche un ponticello in legno . La traccia
di sentiero riprende a salire, sul lato opposto, su un dosso erboso, passando
a destra del rudere di un calecc e di alcuni massi ciclopici (con la targa
gialle del Sentiero Life), presso i quali si trova il rudere di un secondo
calecc.
Alla sommità del dosso si trova un modesto terrazzo erboso: volgendo
le spalle, possiamo ammirare, in primo piano, l’alta Valle di Zocca
e, alla sua sinistra, uno spaccato dell’alta Val Qualido. Oltre
il terrazzo, il sentiero comincia a piegare a sinistra, serpeggiando fra
pascoli e placche arrotondate, raggiungendo il filo di un largo dosso
erboso. Piegano leggermente a destra, risale il dosso per un buon tratto;
piega, poi, ancora leggermente a destra ed effettua una diagonale, che
lo porta al rudere della baita quotata 2075 m. Guardando in alto, distinguiamo
facilmente dove si trova il punto di arrivo della salita, cioè
quel passo Romilla (o dell’Averta) che si affaccia sulla Valle di
Preda Rossa: è leggermente a destra della nostra verticale (a destra
della punta dell’Averta), ancora nascosto dall’ultimo gradino
della valle (da qui vediamo solo il disegno dell’intaglio, non ancora
il passo; se, invece, guardiamo verso sinistra, vedremo un secondo intaglio
che potrebbe farci sospettare ad un passo, ma non è così).
Dal
rudere parte un nuovo dosso erboso, ed il sentiero lo risale, fino ad
una fascia di massi, che viene attraversata verso destra. Restando sul
filo del dosso e sul limite destro di una fascia di massi, il sentiero
prosegue nella salita. Seguiamo i segnavia bianco-rossi, per evitare percorsi
più dispendiosi. La salita è piuttosto faticosa, ma può
essere opportunamente intervallata da soste, che permettono di ammirare
la sequenza maestosa delle cime del gruppo del Masino, dai pizzi del Ferro,
alla nostra sinistra, alla punta Baroni, alla nostra destra. Passiamole
in rassegna: si mostrano, da sinistra, i pizzi del Ferro occidentale (o
cima della Bondasca, m. 3267), centrale (m. 3287) ed orientale (m. 3200),
sulla testata della valle omonima, la cima di Zocca (m. 3175), la punta
Allievi (m. 3123), la cima di Castello (m. 3386), la punta Rasica (m.
3305), le celeberrime cime della Valle di Zocca, ed ancora i pizzi Torrone
occidentale (m. 3349), centrale (m. 3290) ed orientale (m. 3333, riconoscibile
per il sottile ago alla sua sinistra), sulla testata della valle omonima,
il monte Sissone (m. 3331) e la cima di Chiareggio nord-occidentale, o
punta Baroni (m. 3203), sulla testata della Val Cameraccio. Si tratta
di uno spettacolo estremamente suggestivo, in una giornata limpida.
Ma torniamo alla salita: terminala la stretta lingua erbosa, non possiamo
evitare un tratto fra i massi, fino ad raggiungere un nuovo corridoio
erboso, che il sentiero risale. Ci troviamo a sinistra di una sorta di
morena, e cominciamo ad incontrare una curiosa situazione policroma: i
segnavia bianco-rossi si soprappongono a segnavia verdi e bianco-verdi,
tracciati precedentemente per segnalare un sentiero alto sul versante
meridionale della Val di Mello. Dopo una nuova fascia di massi, qualche
ultimo lembo erboso e, di nuovo, una fascia di grandi massi, ci affacciamo,
a quota 2400 m. circa, alla soglia terminale della valle, una grande conca
occupata da sfasciumi e da un nevaietto. In cima al versante terminale,
ecco il passo, costituito dalla selletta pianeggiante posta a sinistra
di un evidente gendarme roccioso. Il sentiero passa a sinistra del nevaietto
e, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, non affronta direttamente
il canalino terminale, sul quale corre, peraltro, una traccia
di sentiero, ma rimane sulla sinistra, salendo alle roccette che si trovano
a fianco del passo, che raggiungiamo dopo un ultimo breve traverso a destra
(il passaggio è un po’ esposto, per cui richiede attenzione).
Alla fine i 2546 metri della facile sella del passo sono raggiunti. Prima
di gettare uno sguardo sul versante opposto, osserviamo ancora quello
della Val di Mello. Se osserviamo la costiera che separa la val Qualido
dalla valle di Zocca, potremo scorgere l'altro e più celebre passo
dell'Averta, punto di passaggio indimenticabile sul Sentiero Roma. Questo
è già di per sé assai curioso, ma c'è di più:
i due passi omonimi sono pressoché alla medesima altezza (il nostro
a 2546 metri, quello sul sentiero Roma a 2540 metri). Forse proprio per
evitare confusioni si preferisce ora denominare il nostro valico passo
Romilla. La precedente scritta “Averta”, che si trovava
proprio sul passo, è ora stata sostituita dalla scritta “Romilla”.
Sul passo si trova anche, manco a dirlo, la targa gialla del Sentiero
Life. Il panorama, in direzione della Val di Mello, è mutato: non
si vedono più i pizzo Torrone, il monte Sissone e la punta Baroni,
ma, a sinistra dei pizzi del Ferro, si intravedono i pizzi Badile e Cengalo,
seminascosti dietro la costiera del Cavalcorto; più a sinistra
ancora, vediamo uno spaccato della Valle dell’Oro, con il pizzo
Ligoncio ed i pizzi dell’Oro.
Sul versante della Valle di Preda Rossa, invece, ci troviamo alla sommità
della valle d'Averta; alla nostra sinistra, infatti, il passo è
chiuso dalle rocce del crinale di sud-ovest del pizzo o punta dell'Averta
(m. 2853). Guardando in questa direzione dal passo è visibile,
a destra, un suggestivo scorcio della catena orobica (oltre l'alpe Scermendone).
A sinistra, invece, si mostra, per ora, solo
uno dei due Corni Bruciati, e precisamente la punta centrale (m. 3114);
per la verità, dovremmo menzionare, alla sua destra, anche la punta
sud-occidentale (m. 2958), che di solito non si considera, in quanto ci
si riferisce solamente alle due punte principali (nord-orientale, m. 3097,
e centrale, appunto), quelle che, in diversi momenti, ci è già
capitato di osservare lungo il cammino.
Vediamo, ora, come scendere alla piana di Preda Rossa. Il primo tratto
della discesa supera un ripido versante erboso, con qualche serpentina,
e ci porta, piegando a sinistra, ad una fascia di massi, dove i segnavia
bianco-rossi si alternano a quelli bianco-verdi. Superata, con una diagonale
verso sinistra, la fascia, torniamo su un terreno di magri pascoli e,
piegando leggermente a destra, scendiamo quasi diritti per un breve tratto,
fino ad una nuova fascia di massi. Passiamo, quindi, a destra di un dosso,
piegando ancora leggermente a sinistra prima, a destra poi. Scendiamo
per un buon tratto lungo una fascia erbosa, più o meno al centro
della valle, lasciando due grandi fasce di massi alla nostra destra ed
alla nostra sinistra. Giunti, però, in vista del rudere della baita
dell’Averta (m. 2242) ed in prossimità di un larice solitario,
pieghiamo decisamente a sinistra, cambiando direzione (da sud ad est),
e proseguendo in direzione della costiera che separa la valle dell’Averta
dai versanti nord-occidentali dell’alta Valle di Preda Rossa. Superiamo,
così, una sorta di corridoio fra i massi, raggiungendo di nuovo
un corridoio erboso, a ridosso delle placche di granito della costiera.
È ben visibile, ora, sotto di noi, alla nostra destra, la piana
di Preda Rossa, attraversata dai pigri meandri del torrente. Vediamo,
ora, anche la punta nord-orientale dei Corni Bruciati.
Una breve salita ci porta ad una nuova, lunga e noiosa fascia di massi:
attraversiamola con pazienza ed attenzione. Davanti a noi comincia a profilarsi
l’imponente mole del monte Disgrazia (m. 3678). Dopo un breve intervallo,
ci attende una seconda fascia di massi, altrettanto noiosa, attraversando
la quale perdiamo gradualmente quota. Se guardiamo alla nostra sinistra,
restiamo
stupiti di fronte alla vertiginosa parete verticale che precipita dalla
punta d’Averta. Superati gli ultimi massi, troviamo una traccia
di sentiero che prosegue nella diagonale di discesa, proponendo anche
un passaggio elegantemente scalinato, fra due placche di granito. Poi
pieghiamo decisamente a destra, invertendo, quasi la direzione ed attraversando
una sorta di corridoio, delimitato, a sinistra, da una grande placca.
Ora la piana di Preda Rossa ce la ritroviamo proprio davanti a noi, rasserenante,
tranquilla. Superato il corridoio, pieghiamo ancora a sinistra, ed iniziamo
una serie di tornanti, perdendo quota più rapidamente, fra massi,
macereti ed erbe, fino ad intercettare, ad una quota approssimativa di
2100 metri, il sentiero che dalla piana di Preda Rossa
sale al rifugio Ponti, i corrispondenza di una seconda piana minore posta
a monte della piana di Preda Rossa.
Che fare, ora? L’itinerario di visita ai 5 siti di interesse comunitario
termina qui, e quindi potremmo anche considerare conclusa la nostra traversata.
Il consiglio, però, è di prolungarla con il passaggio alla
Val Torreggio (Valmalenco), possibile in due modi: dal rifugio Ponti per
il passo di Corna Rossa, oppure dal rifugio Scotti per i passi di Scermendone
e Caldenno. In questo secondo caso (ed anche nel caso ritenessimo, legittimamente,
concluso il Sentiero Life), scendiamo alla piana di Preda Rossa (m. 1950
circa) e, di qui, per la strada asfaltata o per il sentiero che la taglia
in più punti, alla Valle di Sasso Bisòlo, dove si trova
il rifugio Scotti
(m. 1462). Nel primo caso, invece, riprendiamo la salita, sul sentiero
segnalato, fino al rifugio Ponti
(m. 2559).
Ecco il bilancio della quinta giornata (esclusa l’eventuale salita
al rifugio Ponti, che richiede circa 450 metri aggiuntivi): un dislivello
in salita di circa 1600 metri, 8 ore di cammino ed uno sviluppo di circa
20 km. Roba per camminatori tosti!
Chi volesse ulteriori informazioni o aggiornamenti, può
rivolgersi all’ERSAF, a Morbegno (SO), tel. 02 67404.581, fax 02
67404.599,
oppure all’Infopoint ERSAF, tel. 02-67404451 o 02-67404580; può
anche scrivere a oscar.buratta@ersaf.lombardia.it,
oppure a life@ersaf.lombardia.it.
Risulta utile anche la consultazione del sito Internet www.lifereticnet.it/italiano/home.htm
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