Dal cigno alla pernice bianca

 

 

1. Dascio-Codera

2. Codera-Frasnedo

3. Frasnedo--Rifugio Omio

4. Rifugio Omio-S. Martino

5. S. Martino-Rifugio Scotti

6. Rifugio Scotti-Rifugio Bosio

Il rifugio Omio. Foto di M. Dei Cas4a Tappa - Dal rifugio Omio a S. Martino

La quarta giornata del Sentiero Life, così come la quinta, si svolge interamente in Val Masino. Essa prevede un itinerario di impegno medio-basso, su terreno tranquillo, e ci consente di recuperare energie dopo il tour de force della terza giornata, ed in vista di quello dell’ultima. Può anche costituire un’escursione a se stante (in questo caso, però, la partenza è ai Bagni di Masino), che si sviluppa su sentieri poco noti, consentendo la scoperta di angoli insospettati anche a chi conosce bene la Val Masino. Ecco, in sintesi, il percorso: dalla capanna Omio si scende al Pian del Fango, seguendo il classico sentiero percorso dagli escursionisti che la raggiungono salendo dai Bagni di Masino, poi lo si lascia per imboccare il sentiero che conduce all’alpe Sceroia ed al pianone della Val Porcellizzo; percorso interamente il bordo del pianone, si scende verso i Bagni per il sentiero utilizzato da chi sale al rifugio Gianetti, lasciandolo però alla Corte Vecchia ed imboccando il vecchio sentiero di collegamento fra Val Porcellizzo e Val di Mello, che passa per il Brasco; raggiunto l’imbocco della Val di Mello, si scende per il pernottamento a San Martino.
Lasciamo, dunque, il rifugio Omio, dedicato a quell’Antonio Omio che morì scalando la punta Rasica, in Valle di Zocca, il 16 settembre 1935. Prima di metterci in cammino, però, gettiamo un ultimo sguardo al panorama stupendo di cui si gode dal rifugio. Guardiamo innanzitutto alle sue spalle, verso ovest. Sulla testata della Valle dell’Oro possiamo distinguere, sul limite di sinistra (sud), la cima del Calvo occidentale, un po’ defilata, ma riconoscibile come cima più elevata di questo gruppo, sul vertice sud-occidentale della valle (m. 2967). Alla sua sinistra, e a sinistra di un nevaietto, la più poderosa mole della cima del Sentiero Omio-Bagni. Foto di M. Dei CasCalvo orientale (m. 2873), che mostra la sua ampia parete nord-orientale, tagliata in diagonale dalla cengia del Calvo, di cui conserviamo fresca memoria. Più a sinistra ancora, ecco la costiera che separa la Val Ligoncio dalla Valle della Merdarola, e che propone, dopo il netto intaglio della bocchetta di Medaccio (m. 2303), le affilate cime della punta Fiorelli (m. 2391, denominata così in onore della guida Giovanni Fiorelli, che la salì per primo, insieme al cliente C. Savonelli, nel 1901) e della punta Medaccio (m. 2350). Alle spalle della costiera, scorgiamo alcune delle cime della Merdarola, testata dell’omonima valle, sopra i Bagni di Masino. Continuando in quella carrellata in senso antiorario, cioè verso sinistra, scorgiamo appena, ad est, le più alte cime delle Orobie centrali, e di seguito, quelle della costiera Remoluzza-Arcanzo, che separa la Valle di Preda Rossa dalla Val di Mello.
Dietro questa costiera, quali cime occhieggiano? Manco a dirlo, sempre loro, i Corni Bruciati (m. 3097 e 3114); alla loro sinistra, si intravede il monte Disgrazia (m. 3678). Poi, ecco la poderosa costiera che dal pizzo del Ferro occidentale scende alla cima del Cavalcorto (m. 2763). Segue, a nord, in primo piano, una terza costiera, quella del Barbacan, che separa la Valle dell’Oro dalla Val Porcellizzo. È ben difficile distinguere a vista dove si collochi lo stretto intaglio del passo Barbacan sud-est, sul sentiero Risari che collega i rifugio Omio e Gianetti. È, invece, facilmente riconoscibile, sul limite di sinistra della costiera, la cima del Barbacan (m. 2738). Segue, a nord-ovest ed ad ovest, la sequenza che propone l’affilata ed esile punta Milano (m. 2610), il passo dell’Oro ed i pizzi dell’Oro (m. 2653, 2703 e 2695). Quasi sulla verticale del rifugio, leggermente a sinistra, si riconosce la larga sella del passo Ligoncio (m. 2575): non si sospetterebbe, guardando da qui, che oltre la sella non si trova un declivio abbordabile come quello in Valle dell’Oro, ma un La Val Porcellizzo vista da Pian del Fango. Foto di M. Dei Casvertiginoso salto di granito (il passo vero e proprio è costituito, sul versante della valle d’Arnasca, laterale della Val Codera, da una stretta cengia esposta che parte dal bordo di destra della depressione e percorre per lungo tratto il fianco roccioso della valle). Ecco, poi, le due cime di maggior rilievo ed interesse della valle, la punta della Sfinge (m. 2802, che mostra di qui il profilo che ne giustifica la denominazione) ed il pizzo Ligoncio (m. 3033), dal profilo un po’ tozzo (pizzo bifronte: sul versante opposto, della valle d’Arnasca, cambia nome – Lis d’Arnasca – e profilo – un vertiginoso e repulsivo salto di granito -). A seguire, dopo l’intaglio del passo della Vedretta (m. 2840, per il quale si scende in alta Valle dei Ratti), si osserva la serrata successione dei pizzi della Vedretta (m. 2907) e Ratti (m. 2919). Alla loro sinistra, infine, rieccoci alla cima del Calvo occidentale.
In cammino, ora. Non imbocchiamo il sentiero che sale gradualmente ai passi dell’Oro e del Barbacan sud-est, ma quello che scende decisamente verso i Bagni di Masino, superando alcune balze e grandi placche arrotondate. Alla nostra sinistra, ma anche sul percorso, potremo osservare qualche capo di bestiame: l’alpe dell’Oro, infatti viene ancora caricata, ma il numero dei bovini è ridotto oggi a circa un decimo rispetto ai 400 ed oltre capi che un tempo rendevano l’alpe brulicante di vita. Con uno sforzo di immaginazione possiamo figurarci il diverso aspetto di un alpeggio caricato da tanti capi. Superata anche la casera dell’Oro (m. 1767), il sentiero piega leggermente a sinistra, supera un torrentello e L'alpe Sceroia. Foto di M. Dei Casraggiunge una fascia di grandi massi, scesi dal fianco della costiera del Barbacan nella gigantesca frana del 1963, che uccise non solo numerosi capi di bestiame, ma anche un pastore. Sotto il più grande di questi massi è stato ricavato anche un ricovero, a testimonianza della durezza delle condizioni di vita in alpeggio.
Oltrepassato il masso, ad una quota approssimativa di 1700 metri, il sentiero si immerge in una fresca pineta, proseguendo nella discesa verso est, fino al Pian del Fango (m. 1590), una radura che deve il suo nome alla natura acquitrinosa del terreno. La radura apre uno scorcio panoramico intesso ed assai interessante: guardando a sinistra, appare un suggestivo spaccato della testata della Val Porcellizzo, che va dal monte Porcellizzo, a sinistra (m. 3075) agli inconfondibili pizzi Badile (m. 3308) e Cengalo (m. 3367), fino alla cima occidentale dei pizzi Gemelli (m. 3259). Lo scorcio è incorniciato dal limite orientale della costiera del Barbacan, a sinistra, e dalla solitaria val Sione, intagliata nella costiera del Cavalcorto, a destra. Al Pian del Fango troviamo la baita omonima, presso la quale si trova, su un masso l’indicazione (targa gialla del Sentiero Life) della deviazione che dobbiamo operare, a sinistra, lasciando il sentiero per i Bagni di Masino.
Guidati dai segnavia bianco-rossi, ci immergiamo, dunque, in una fresca pineta, procedendo in direzione nord. La traccia è stretta ma ben marcata, ed esce dal bosco scendendo, fra alcuni massi, per un tratto, fino al punto di guado di un torrentello che scende dal selvaggio ramo settentrionale della Valle dell’Oro. Sul lato opposto troviamo una radura, dove il sentiero, con traccia Lo Zucùn. Foto di M. Dei Cas. assai debole, volge a sinistra e comincia a salire, ripido, proponendo alcuni tornanti, prima di volgere a destra, rientrando nella pineta. Poi gli alberi si diradano, e raggiungiamo l’ampio anfiteatro dell’alpe Sceroia, dietro la quale emergono, come da un mare di verde intenso, i grigi giganti della testata della Val Porcellizzo.
Seguendo i segnavia, raggiungiamo il limite inferiore dell’alpe e volgiamo a sinistra, salendo, a zig-zag, fino alla casera di Sceroia bassa (m. 1498). Piegando a destra ed assumendo di nuovo la direttrice verso nord, proseguiamo nella salita graduale, circondati da pascoli e da qualche rado larice. Un tratto scalinato ci permette di superare l’ultimo gradino che ci nasconde alla vista il cuore dell’alpe Sceroia, dove si trova il baitone di quota 1961. Anche quest’alpe non è ancora deserta (attenzione, quindi, all’immancabile cane da pastore), nonostante il numero dei capi di bestiame sia assai ridotto rispetto al passato. È, questo, un angolo della Val Porcellizzo sconosciuto ai più, in quanto rimane nascosto a coloro che salgono al rifugio Gianetti per il percorso classico. Dietro il baitone, ammiriamo il familiare succedersi delle imponenti cime della testata, i pizzi Badile, Cengalo, Gemelli e del Ferro occidentale (o cima della Bondasca).
Il sentiero passa a fianco del baitone e prosegue salendo ad un dosso boscoso che nasconde l’alpe alla vista di coloro che transitano sul sentiero per la capanna Gianetti, per poi scendere al limite inferiore del pianone della Val Porcellizzo, sul lato opposto del torrente rispetto a quello raggiunto dal sentiero per la Gianetti. Una serrata serie di massi infissi nel terreno e corredati da segnavia bianco-rossi dettano il percorso fino al ponte sul torrente, dove il Sentiero Life si immette, per un breve tratto, nel sentiero per la Gianetti.
Non attraversiamo, dunque, il ponte verso destra, ma restiamo a sinistra e, per un breve tratto, saliamo sul sentiero: al primo tornante verso destra, però, dobbiamo staccarcene sulla destra, seguendo le indicazioni del Sentiero Life (targa gialla su un grande masso, segnavia rosso-bianco-rossi e bianco-rossi). Il Sentiero Life, infatti, effettua un grande giro che abbraccia, in Pianone di Val Porcellizzo. Foto di M. Dei Cas. senso orario, l’intero pianone del Porcellizzo (detto anche “Zucùn”, cioè grande buca, catino). Saliamo ancora un po’, fra pascoli e massi, poi procediamo quasi in piano, su traccia di sentiero, lungo il bordo rialzato del pianone, ad una quota approssimativa di 2000 metri. Alcuni ponticelli di legno o di massi affiancati ci aiutano a superare i viversi torrentelli che dall’ampio salto glaciale che ci separa dal circo terminale della valle scendono al pianone. Luogo davvero suggestivo, questo pianone. Un tempo, molto probabilmente, era occupato da un lago di origine glaciale, che ora, purtroppo, non c’è più. Resta, al centro della piana erbosa che ne costituisce il cuore, un grande e squadrato masso erratico, che sembra giunto fin lì da una qualche remota regione del tempo.
Raggiungiamo, così, la parte più interna del pianone, costituita da una sorta di conca leggermente rialzata rispetto alla piana principale. Siamo ai piedi di enormi placche di granito, che nascondono le più famose cime della testata della valle. In compenso, alla nostra destra, verso est, possiamo ammirare, da un inconsueto e suggestivo punto di vista, le cime della costiera del Cavalcorto, dall’affilata punta del pizzo Camerozzo (m. 2876), sulla sinistra, alle punte Bertani (m. 2803) e Moraschini (m. 2815), più a destra, fino all’affilata cima del Cavalcorto (m. 2763), che da qui, però rimane quasi interamente nascosta. Quel che impressiona sono i vertiginosi salti di granito che dalla costiera precipitano sui fianchi della valle, quasi a celebrare il trionfo del regno minerale su quello vegetale, uno dei temi ricorrenti negli ambienti di Val Masino. Ma, a ben guardare, il pianone propone un esito alterno della lotta, perché la molteplicità delle forme di vita vegetali, che trovano il loro equilibrio in questo ecosistema, fanno da contrappunto, come in un fluire di esili ma tenaci linee melodiche di flauti e legni, all’incedere perentorio delle figurazioni degli ottoni di granito. Altri ponti in legno ci assistono nella seconda parte del circuito, che termina, dopo una breve discesa, sempre nei pressi del ponte sul torrente principale, questa volta, però, sul lato opposto del pianone (quello di sinistra, per chi scende).
Lo Zucùn. Foto di M. Dei Cas. Non ci resta che percorrere la parte inferiore della piana, dove si trova la casera del Porcellizzo (m. 1899), proseguendo sul sentiero che scende verso i Bagni di Masino. Il sentiero corre, quindi, a ridosso di una parete di roccia, a sinistra, mentre a destra si affaccia sul torrente che precipita urlando verso valle. Si chiude così, alle nostre spalle, quello che è stato definito uno dei più begli scenari alpini, la corona di cime che regala sfumature di colore sempre diverse innalzandosi sopra il pianone e lo sterminato circo dell’alta Val Porcellizzo. Inizia la lunga discesa che ci condurrà alla Corte Vecchia. Il sentiero taglia dapprima una fascia di prati, passando a sinistra di un calecc, poi incontra una sorgente (segnalata) e scende fino ad attraversare il torrente che scende, lungo un impressionante scivolo di granito, dalla misteriosa val Sione. Dopo una svolta a destra, prosegue nella discesa lungo il ripido versante di pascoli a sinistra del vallone del torrente, prima di piegare a sinistra e di assumere un andamento meno ripido.
Superata una seconda fonte, sempre sulla sinistra, eccoci ai due enormi massi che poggiano l’uno sull’altro, lasciando aperta una porta nella quale il sentiero è costretto a passare. Una scritta in caratteri greci ci svela la denominazione del luogo: si tratta delle Termopili (che significa “porte calde”), nome assegnato ai massi, nel 1878, dal conte Lurani, per analogia con la celebre stretta porta che, in terra di Grecia, permise agli Spartani, capeggiati da Leonida, di tener testa allo sterminato esercito persiano, incommensurabilmente superiore di numero. La nostra traversata delle Termopili ha un sapore assai meno epico, e ci porta direttamente all’ultimo tratto di sentiero che precede la Corte Vecchia, o prima casera del Porcellizzo (m. 1405).
Qui dobbiamo lasciare il sentiero per i Bagni, cercando, sulla sinistra, appena prima delle baite, l’indicazione, su un grande masso, del Sentiero Life (targa gialla). Il sentiero che andiamo ad imboccare è l’antica via di collegamento fra la bassa Val Porcellizzo e la bassa Val di Mello. Se ne trova la partenza sul limite della pineta a monte delle baite, seguendo i segnavia Le valli Merdarola e Ligoncio viste dal Brasco. Foto di M. Dei Cas. bianco-rossi. Per un buon tratto il sentiero guadagna quota, attraversando anche una seconda radura per buona parte occupata dai “lavazz”. Qui i segnavia sono tracciati su una serie di paletti infissi nel terreno, che tagliano in diagonale la radura. Rientrati nella pineta, proseguiamo nella salita, fino ad una stupenda radura, che rappresenta il punto più alto del sentiero, ad una quota di poco inferiore ai 1500 metri. Alle spalle degli alberi, verso nord-est, si mostrano le imponenti torri che segnano la parte terminale della costiera del Cavalcorto. Poi il sentiero assume un andamento pianeggiante, con qualche sali-scendi, e supera un primo selvaggio vallone ed una breve fascia di grandi massi che rende un po’ difficoltoso il transito. In un tratto successivo la traccia si fa piuttosto stretta e richiede un po’ di attenzione.
Ai tratti nel bosco si alternano alcuni tratti allo scoperto, e si comincia a scendere. I tratti in discesa si alternano ad alcuni saliscendi, finché raggiungiamo i prati dell’alpe Brasco (m. 1386), posta, più o meno, a metà della traversata. Dai ruderi delle poche baite si gode di un ottimo panorama, che abbraccia, a sud, l’intera Valle della Merdarola, e a sud-ovest uno spaccato delle valli Ligoncio e dell’Oro, dal pizzo della Vedretta ai pizzi dell’Oro. A sinistra appare appena uno scorcio della Val di Mello, con la cima del monte Disgrazia. L’alpeggio è dominato, a nord, dall’affilata cima del Cavalcorto (m. 2763), che rappresenta una sorta di apoteosi visiva della verticalità, ed uno dei simboli più rappresentativi delle montagne di Val Masino. La cima del Cavalcorto. Foto di M. Dei Cas. Rientriamo nel bosco e, dopo un lungo tratto, raggiungiamo un secondo e più ampio vallone, al cui centro, sotto massi enormi, troviamo un rudimentale ricovero. La cima del Cavalcorto, che pare un perentorio indice di granito puntato direttamente al cielo, si vede ancora, ma è un po’ più defilata.
Rientrati nel bosco, perdiamo gradualmente quota per un buon tratto, finché l’andamento del sentiero muta, quasi repentinamente: inizia una discesa più ripida, che porta, alla fine, alla pista sterrata che dalla piana della Bregolana, appena sopra San Martino, all’inbocco della Valle dei Bagni di Masino, conduce all’imbocco della Val di Mello. Percorriamo la pista verso sinistra, fino ad intercettare la strada della Val di Mello, per la quale scendiamo comodamente a San Martino, nostro punto d’appoggio al termine di questa quarta giornata. Giornata che comporta circa 6 ore di cammino, necessarie per superare un dislivello approssimativo in salita di 700 metri. Lo sviluppo del percorso, infine, è di circa 12 km.
Chi volesse ulteriori informazioni o aggiornamenti, può rivolgersi all’ERSAF, a Morbegno (SO), tel. 02 67404.581, fax 02 67404.599, oppure all’Infopoint ERSAF, tel. 02-67404451 o 02-67404580; può anche scrivere a oscar.buratta@ersaf.lombardia.it, oppure a life@ersaf.lombardia.it.
Risulta utile anche la consultazione del sito Internet www.lifereticnet.it/italiano/home.htm


Difficoltà
E (escursionistica)
Dislivello
mt. 700
Tempo
6 h

 


(una versione Powerpoint della suddetta relazione è
disponibile richiedendola via e-mail all'autore)

Cartina Kompass n.92 - Chiavenna-Val Bregaglia
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas
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Ultima Modifica: Martedì, 28 Agosto, 2007

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