La pratica dell’escursionismo permette
non solo di immergersi in una dimensione naturale spesso incontaminata
e comunque di grande fascino e suggestione, ma anche di cercare i segni
legati a tradizioni e leggende che costituiscono patrimonio vivo della
cultura popolare. Una di queste leggende, assai conosciuta nelle Orobie
orientali, è legata a Santo Stefano, il primo martire, che con
la sua morte ha impresso nella storia un primo ed indelebile segno della
fede Cristiana. Non stupisce che a lui si attribuisca anche l’ultimo
segno, un segno già presente, ma non ancora operante: ciò
che è primo, può anche essere ultimo, come il Cristo che
è Alfa ed Omega, la prima e l’ultima lettera della storia.
Ebbene, Santo Stefano, prima di andare incontro al martirio per lapidazione,
capitò in quel di Valtellina, per predicare il Vangelo. Non ebbe,
però, buona accoglienza nei paesi di fronte a Castello, sul versante
retico. Nessuno mise mano alle pietre, non era ancora la sua ora, ma,
insomma, venne più o meno cortesemente invitato a cambiare aria.
Raggiunse, allora, l’opposto versante, quello orobico, passando
per Castello dell’Acqua e proseguendo nella salita ai monti sopra
il centro del paese, dove poté finalmente trovare rifugio. Ma
i santi sono sempre in cammino, e lui li attraversò, quei monti,
sostando in diversi luoghi per riposare e per rifocillarsi, usando un
piccolo attrezzo, il “cazzett”, con il quale quagliava il
latte che il buon cuore dei contadini gli offriva.
Operò
anche molti miracoli, nel periodo nel quale rimase, come eremita, in
quei luoghi ritirati: molti salirono fino a lui, ottenendo, come premio
per la loro fede, la guarigione dalle menomazioni che avevano loro imposto
grucce e stampelle. Ma la sua meta era la cime del monte sul lato opposto
della valle d’Arigna, il monte che ancora oggi reca il suo nome.
Per questo, un giorno, spiccò letteralmente il volo, raggiungendo
la media costa in località Briotti. Ma prima di spiccare il prodigioso
balzo verso il lato opposto della valle, il santo si fermò a
riposare su un sasso, imprimendovi il segno dei suoi piedi e del cazzett.
Era nei pressi dei prati di Pòrtola. Il santo lasciò i
luoghi, mentre il masso rimase, e con esso rimase anche la
profezia inquietante, che rivaleggia con quelle più famose
di Nostradamus: quando il terreno l’avrà ricoperto, il
mondo terminerà.
Spostiamoci ora più ad est, sul versante opposto della Val d’Arigna,
e precisamente a Briotti, il bellissimo maggengo in territorio del comune
di Ponte in Valtellina, oggi località di villeggiatura assai
vivace, dove S. Stefano iniziò l’ultimo tratto del suo
prodigioso cammino: da qui possiamo metterci sulle sue tracce, ripercorrendole
in un’escursione di grande impegno, ma anche di forte impatto
emotivo.
Per giungere a questa località, se percorriamo la ss 38 dello
Stelvio da Sondrio a Tirano, prestiamo attenzione, 5 km circa dopo il
passaggio a livello con cui si conclude la tangenziale di Sondrio, al
cartello che indica il comune di Ponte in Valtellina.
Dopo
trecento metri circa troveremo, sulla destra, una deviazione per Casacce
e Sazzo, che ci permette di valicare l'Adda su un ponte e di cominciare
a salire sul versante orobico (indicazioni per Sazzo ed Arigna). Oltrepassiamo,
così, Sazzo (m. 456), dove si trova il famoso santuario di San
Luigi, Albareda (m. 781) e Trìpolo (m. 804), prima di incontrare
un bivio. La strada di sinistra (segnalazione per Armisa e per i rifugi
Resnati e Corti)
porta ad Armisa (o Fontaniva), proseguendo poi per la centrale dell’Armisa
ed il cuore della Val d’Arigna. Noi, invece, impegniamo il tornante
sulla destra e proseguiamo per Briotti, che raggiungiamo dopo aver oltrepassato
i nuclei di Berniga (m. 835) e Famlonga (m. 925). Ignorata la deviazione
a destra per il centro ricreativo e sportivo del Dosso del Grillo (sede,
nel periodo estivo, di numerose manifestazioni), saliamo fino al centro
di Briotti, dove troviamo un parcheggio, nei pressi dell'edicola del
Parco delle Orobie, e qui, a circa 1020 metri, possiamo lasciare l'automobile.
Abbiamo percorso, da Casacce, circa 10 km.
Poco distante dal parcheggio, a monte della strada che prosegue verso
il nucleo centra e di case, si trova la chiesetta di S. Lorenzo. Noi,
però, dobbiamo andare in direzione opposta: seguendo le indicazioni
per la pista ciclabile che sfrutta l’ex-decauville Briotti-Armisa,
imbocchiamo, quindi, la strada sterrata che, proprio di fronte al parcheggio,
taglia decisamente a sinistra (est), superando su un ponte il torrente
Tripolo e raggiungendo, subito dopo il ponte, un largo spiazzo; poco
più avanti, ci ritroviamo sul limite inferiore dei ripidi prati
orientali del maggengo.
Qui,
sulla destra, parte un tratturo, per un tratto con il fondo in cemento,
che risale i prati, raggiunge i Prati di Torre (m. 1145) e lascia il
posto ad un ripido sentiero. Oltrepassate le baite Bernè (m.
1236), ci immergiamo in un fresco bosco. Un cartello in legno segnala
la duplice meta dei laghetti di S. Stefano e del rifugio Donati. Alla
nostra destra il torrente Tripolo, per un buon tratto, non manca di
far sentire la sua riposante melodia, che attenua un po’ la fatica
legata alla severa pendenza. Accompagnati da rari segnavia rosso-bianco-rossi,
proseguiamo ignorando una deviazione a sinistra ed una a destra (il
sentiero da mantenere è quello che continua a salire, più
o meno sul filo del dosso).
Dopo un'ora circa di cammino, lasciamo per un tratto il bosco: si apre,
infatti, la radura con la baita Spanone (o Spanùn, m. 1559).
Possiamo fermarci, non solo per riprendere fiato, ma anche per cercare
una nuova impronta, dopo quella della profezia di Pòrtola, del
passaggio del santo, un segno impresso su un masso dei prati: qui, infatti,
egli sostò, prima di iniziare l’ultima salita, che doveva
portarlo all’alpe che ospita i tre laghetti che da lui presero
il nome, i laghetti di S. Stefano, appunto, ai piedi della punta omonima.
Quanto durò la sosta allo Spanone? Mesi? Giorni? Ore? O forse
S. Stefano passò una sola nottata? La leggenda (riportata nella
raccolta “Storie e leggende dei nostri paesi”, curata, nel
1976, dalla classe IV B della scuola elementare di Chiuro sotto la guida
dell’insegnante Armida Bombardieri) non lo dice, ma nulla vieta
di immaginarlo, così come nulla vieta di cercare il luogo nel
quale avrebbe potuto pernottare.
Se
scendiamo un po’ nella pineta immediatamente a valle dei prati,
troveremo alcune pianette, in una delle quali si trova un enorme masso
con una spaccatura che sembra fatta apposta per offrire ricovero. Fu
qui che il santo lasciò riposare le stanche membra? Forse.
Con questo interrogativo nella mente e con nuovo vigore nelle membra,
rimettiamoci in cammino: lasciata la radura, il sentiero rientra nel
bosco, un’incantevole pineta, con un lungo traverso verso sinistra,
in direzione sud, dalla pendenza meno impegnativa. Poi piega leggermente
a destra (sud-ovest), iniziando a risalire un ampio avvallamento che
scende dalla grande conca che ospita l’invaso di S. Stefano. Usciamo,
così, di nuovo dal bosco e raggiungiamo una prima incantevole
radura, dove null’altro si ode se non il discreto mormorio di
un ruscello che scende al centro dell’avvallamento. Ci portiamo
a sinistra del ruscello e riprendiamo a salire, fra radi larici, fino
a raggiungere la soglia del gradino roccioso presidiato dal muraglione
dello sbarramento.
Siamo allo Zocc de li Möli e, ai piedi della diga, troviamo, sulla
nostra destra la nuova chiesetta di S. Stefano, al centro la croce dedicata
al santo e collocata dagli Alpini di Castello dell’Acqua il 3
agosto del 2002, alcuni massi che recano l’impronta del suo passaggio.
L’antica chiesetta di S. Stefano giace ora sul fondo del lago
artificiale. Una versione della leggenda afferma che essa venne edificata
proprio nel luogo nel quale il santo si fermò a lungo, operando
numerosi miracoli, risanando storpi e guarendo ammalati.
I
miracoli sarebbero avvenuti anche dopo la sua partenza, per la cima
del monte che poi prese il suo nome. Quando, però, per far posto
alle acque dell’invaso la chiesetta venne ricostruita dove è
ora, cioè leggermente più a monte, i miracoli cessarono:
invano vi si recarono, infatti, storpi e malati. Le acque avevano sommerso
per sempre il luogo che il santo aveva scelto per farsi tramite della
grazia divina risanatrice. Non avevano sommerso, invece, il gruppo di
massi collocati vicino alla croce e ad una baita diroccata, proprio
ai piedi del muraglione della diga, massi che recano l’impronta
del bastone e della “garota” del santo. Fermiamoci ad osservare
i massi: vi troveremo diverse impronte singolari, misteriose.
Siamo in cammino da poco più di due ore, circa a metà
dell’anello escursionistico, ad una quota di 1848 metri; per riprenderlo,
dobbiamo portarci di nuovo alla chiesetta e proseguire sul sentiero
che raggiunge il lato di destra dello sbarramento, percorrendone poi
il lato occidentale del bacino (il percorso per il rifugio
Donati, invece, prosegue sul lato opposto, dove si trova la casa
dei guardiani della diga). Al termine, lasciamo il laghetto inferiore
alle nostra spalle e passiamo a sinistra di una baita e del ponticello
che scavalca il torrente che si immette nel bacino. Rimanendo a destra
del torrente, proseguiamo su una debole traccia di sentiero, non in
direzione del centro dell’ampio vallone nel quale stiamo entrando,
ma tendendo leggermente a destra e salendo sul fianco destro del vallone
stesso, fino ad un cartello. Questo segnala una duplice possibilità:
prendendo a destra (soluzione che può essere scelta se vogliamo
percorrere un anello di minore impegno), in 40 minuti siamo all’alpeggio
di Grioni ed in un’ora e 10 minuti all’alpe Armisola,
dalla
quale parte una pista sterrata che ci riporta comodamente a Briotti;
prendendo a sinistra, invece, saliamo in 30 minuti al lago di Sopra
ed in un’ora e 20 minuti alla bocchetta di S. Stefano. La prima
soluzione ci consente di chiudere l’anello in circa 4 ore di cammino,
limitando il dislivello in salita a circa 800 metri. Essa non è
contraria allo spirito della leggenda, perché questa non ci dice
cosa accadde quando S. Stefano pose termine al suo soggiorno nei luoghi
che ora ospitano il lago inferiore: doveva andare a morire lapidato,
questo lo sappiamo, ma non sappiamo per quale via lasciò questi
splendidi monti. La seconda soluzione, però, ha un fascino del
tutto particolare: forse il santo, infatti, salì fino alla bocchetta
che porta il suo nome, e spiccò un ultimo prodigioso balzo fino
alla cime anch’essa legata al suo nome, per guardare per l’ultima
volta, da quel punto di osservazione privilegiato, i luoghi sicuramente
a lui tanto cari.
Ed allora incamminiamoci alla volta della bocchetta, seguendo la traccia
di sentiero che prosegue in direzione sud-ovest, verso il più
alto gradino glaciale dietro il quale si nasconde il laghetto di Sopra
(m. 2124). Ed il laghetto di Mezzo? Lo vediamo durante la salita, alla
nostra sinistra: è anch’esso generato da uno sbarramento,
ed è posto su un gradino minore, ad est, ai piedi della costiera
che culmina nella poco pronunciata cime del pizzo Culdera (m. 2176).
Al termine della salita, giungiamo in vista del torrente che, alla nostra
sinistra, esce dal lago, che però dobbiamo indovinare, perché
non si vede ancora: solo raggiunto il punto più alto del gradino
esso ci appare, bellissimo e solitario, ai piedi del severo versante
montuoso che, a nord, culmina con la punta di S. Stefano (m. 2693),
la
quale, a dispetto del nome, ha un elegante profilo arrotondato. Guardiamo,
ora, alla nostra destra: dov’è la bocchetta? Lo sguardo
non ci consente di indovinarlo. Dobbiamo affidarci ai segnavia bianco-rossi,
osservandoli con attenzione.
Prima di attaccare il versante montuoso alla nostra destra, costituito
da magri pascoli e pietraie, dobbiamo oltrepassare, sulla destra, il
laghetto, incontrando poi un sentiero poco marcato che, con diverso
tornanti, sale alla bocchetta. Questa è costituita da una sella
erbosa posta ai piedi del crinale che scende verso nord-ovest dalla
punta di S. Stefano. Il sentierino, ripido, ci porta senza eccessive
difficoltà ai suoi 2378 metri. Dalla bocchetta possiamo, quindi,
volgerci per osservare il percorso effettuato: lo sguardo domina, da
qui, i balconi glaciali che ospitano i tre laghetti. Guardando verso
sud-est possiamo, invece, ammirare il roccioso versante che culmina
nella punta di S. Stefano, e lasciare correre la fantasia immaginando
il balzo prodigioso che forse portò il santo sulla sua cima.
Sul versante opposto della bocchetta, infine, si apre un vallone selvaggio
e solitario.
I cartelli sulla bocchetta ci indicano che da qui partono due direttrici
escursionistiche. Una prima, verso sud, porta in 45 minuti alla bocchetta
del Reguzzo, in un’ora al rifugio Donati ed in un’ora e
30 minuti al rifugio Donati. Una seconda, verso nord-ovest, porta in
50 minuti a Piateda di Sotto, in un’ora e 10 minuti all’alpe
Armisola ed in 2 ore alle piane.
Scegliamo
quest’ultima, anche perché la prima sarebbe davvero troppo
lunga, oltre che essere abbastanza impegnativa. Siamo al punto più
alto dell’escursione, ed abbiamo superato circa 1360 metri di
dislivello. Inizia, ora, una lunga discesa, divisa in due grandi momenti:
il primo, più impegnativo, porta all’alpe Armisola, il
secondo, semplice, termina a Briotti.
La prima parte deve essere affrontata con concentrazione e cautela,
perché avviene su un sentiero labile, che in diversi tratti tende
a perdersi, e lungo un percorso piuttosto tortuoso. Bisogna stare, quindi,
attenti a non perdere i segnavia ed evitare di scendere a vista, perché
non rischiare di finire in luoghi resi insidiosi da un rigoglioso sottobosco
che nasconde formazioni rocciose pericolose. Superato il primo terrazzo,
ci caliamo in un complesso sistema di dossi ricoperti da ontani, noccioli,
rododendri, prima di raggiungere l’alpe di Piateda di sotto, a
1796 metri. Poco prima dell’alpe, passiamo a destra di un’impressionante
spaccatura nella roccia, seminascosta fra la vegetazione, un luogo misterioso
e pauroso. All’alpe, poi, troviamo solo una baita isolata, circondata
da una compatta e rigogliosa formazione di “lavazz”, che
si mangiano interamente la traccia di sentiero. Non lasciamoci sviare
da una doppia freccia posta su un masso che si trova sul lato opposto
del torrente, alla nostra sinistra: dobbiamo stare sulla destra, passando
davanti alla baita, a ridosso dell’aspro fianco del monte, per
ritrovare il sospirato sentiero, che ora prosegue, sicuro, nella discesa
in una bella pineta.
Usciti
dalla pineta, eccoci finalmente in vista della piana dell’alpe,
che raggiungiamo nei pressi di un ponticello. Sul lato opposto del ponticello
si trova una lunga passerella in legno ed il sentiero che porta alle
Piane, nei monti sopra Piateda, dove si trova il rifugio
degli Alpini. Noi, invece, rimaniamo a destra del torrente, che
qui scorre lento e placido, passando davanti alle stalle ed alla casera
dell’alpe Armisola (m. 1629). Per tornare a Briotti ci sono due
possibilità: quella di percorrere un bel sentiero che taglia
una fitta pineta e quella di seguire la pista sterrata recentemente
tracciata. La prima soluzione è indubbiamente più affascinante,
ma è sconsigliabile se non si conosce il sentiero, che tende
a perdersi in più punti.
Incamminiamoci, allora, sulla pista che parte sul limite meridionale
dell’alpe (dove si trova anche il cartello che segnala il sentiero
per Grioni e S. Stefano, quello stesso che potremmo scegliere per chiudere
un anello più breve), e descrive alcuni ampi tornanti. Ignorata
una prima deviazione a destra, prendiamo, quindi, ad un successivo bivio,
a destra, iniziando un lungo traverso in direzione nord-est: la discesa,
piuttosto ripida in certi punti, conduce ai bei prati di Paiosa (m.
1134). Dopo un ultimo tratto, la pista intercetta, in corrispondenza
di un parcheggio e di una fontana, l’ex-decauville
Briotti-Gaggio di Piateda. Percorriamo quindi la strada pianeggiante
e, alle prime baite, invece di proseguire in leggera discesa verso il
Dosso del Grillo stacchiamocene, sulla destra, seguendo una pista minore
che corre, pianeggiante, un
po’
più alta, e che ci porta al centro di Briotti, in corrispondenza
del parcheggio nel quale abbiamo lasciato l’automobile.
Sei ore di cammino hanno sicuramente lasciato il segno nelle nostre
gambe, ma sicuramente concluderemo che ne valeva la pena: anche se non
avremo assistito ad uno dei miracoli per i quali S. Stefano è
particolarmente venerato qui, la soddisfazione per gli scenari ammirati
e le emozioni provate sarà incomparabile.