Accendi le casse se vuoi sentire il cinguettio degli
uccelli nei boschi sopra Rasura.
Rasura e Pedesina sono, nell’ordine, i primi due comuni
che si incontrano risalendo la Val Gerola. Proponiamo un’interessante
camminata che consente di partire da Rasura, raggiungere Pedesina e
tornare, per via diversa, a Rasura, seguendo un percorso che tocca maggenghi
poco conosciuti e si snoda per buona parte nella riposante ombra dei
boschi.
Può essere un’ottima idea per una passeggiata tardo-primaverile,
o autunnale, all’insegna del silenzio e della tranquillità.
Portiamoci, con l’automobile, a Rasura, parcheggiando nella piazza
del paese (m. 780). Imbocchiamo, quindi, il passaggio pedonale che ci
consente di salire alla parte alta del paese senza seguire la strada
asfaltata, passando proprio davanti ad una cappelletta dedicata alla
Beata Vergine Maria. Il percorso si ricongiunge alla strada asfaltata,
che, però, possiamo lasciare di nuovo, sfruttando un secondo
sentiero che sale fra alcune baite e prati. Raggiunta per la seconda
volta la strada asfaltata, la seguiamo verso destra, fino al tornante
sinistrorso. Poco oltre il tornante, troviamo, sulla nostra destra,
la partenza di una bella mulattiera, che sale all’ombra di un
fresco bosco, con ripidi tornanti, fino a tornare ad intercettare la
strada asfaltata, ad una quota approssimativa di 1100 metri, poco prima
che questa raggiunga lo svincolo, sulla destra, per la Corte (dove si
trova l’omonimo rifugio) e le Tagliate.
Sul
lato opposto della strada la mulattiera, segnalata con segnavia rosso-bianco-rosso
come sentiero 124, prosegue superando il muraglione di contenimento.
Possiamo seguirlo, oppure imboccare una pista sterrata appena più
in basso. Meglio questa seconda soluzione, tutto sommato. Passiamo ai
piedi di un ampio prato, alla cui sommità occhieggia un gruppo
di baite, ed incontriamo un paletto con segnavia bianco-rosso, identificato
come paletto n. 6. Poi la mulattiera rientra nel bosco, e, dopo pochi
tornanti, ci porta al paletto n. 7. Usciti di nuovo all’aperto,
raggiungiamo le baite del bel maggengo del Lares, o Larice (denominato
così perché un tempo circondato da una fascia di larici):
sul fondo emerge la solitaria cima del pizzo di Trona, una delle più
significative della testata della Val Gerola.
La mulattiera piega a destra e ci propone un breve tratto, delimitato
da una duplice staccionata di legno, nel cuore dei prati, prima di piegare
a sinistra e passare in mezzo ad alcune baite. Oltre le baite (segnavia
bianco-rosso) attraversiamo una selva, incontriamo una comoda panchina,
e raggiungiamo il punto in cui il tracciato piega a destra, salendo
fino ad intercettare la pista sterrata già menzionata, che proviene
dalla strada asfaltata Rasura-Bar Bianco. Procedendo verso sinistra,
arriviamo, dopo pochi passi, ad uno slargo che funge da parcheggio (potremmo,
volendo, salire fin qui con l’automobile, accorciando così
l’impegno dell’escursione); appena prima dello slargo, sulla
destra, la mulattiera riprende a salire. Noi, però, proseguiamo
sulla pista. Alzando gli occhi, sul versante alla nostra destra, vedremo
la cappelletta dedicata alla Madonna del Lares o del Larice (che la
mulattiera tocca, salendo).
Il
tracciato serpeggia, salendo gradualmente, lungo il fianco della valle,
segnato ora da severe rocce in cima alle quali si affaccia un fitto
bosco. Dopo aver superato un primo vallone, che confluisce, più
in basso, nel solco della Valmala, eccoci al cuore della valle, che,
per la verità, non suscita, in questo tratto, una particolare
impressione. Passiamo, su una passerella di cemento, sul suo lato opposto
(meridionale), dove, ad una quota di circa 1300 metri, la pista lascia
il posto ad un sentiero ben marcato, che descrive, salendo, una diagonale
in un bel bosco di abeti, prima di affacciarsi ai prati delle Foppe
(m. 1338). Dobbiamo, ora, risalire i prati, sfruttando un sentierino
che parte a destra della prima baita, toccando quelle superiori. Prima
di farlo, ricordiamo anche una diversa possibilità: nella parte
bassa dei prati, verso il centro, si può trovare, cercandola
sul limite del bosco, la partenza di un sentierino, non segnalato neppure
sulla carta IGM, che scende, ripido e deciso, fino alle baite a monte
della strada ss. 405 della Val Gerola, raggiungendola, infine, in un
punto fra Pedesina e Rasura, a sud (cioè a monte) del ponte che
scavalca l’orrido della Valmala. Se vogliamo abbreviare la camminata,
possiamo cercarlo: non affidiamoci, comunque, a discese a vista, fuori
sentiero. Ma torniamo al nostro percorso. Nella salita, ignoriamo una
deviazione a destra: si tratta del sentiero, non segnalato, che attraversa
di nuovo la Valmala e raggiunge la località Ciani, sopra il Lares.
Raggiunta la sommità dei prati, la traccia tende a perdersi,
ma la successiva salita non è difficile: proseguiamo diritti,
circondati da un boschetto di larici,
seguendo
una sorta di radura intermittente, fino ad incontrare il muricciolo
che delimita la parte bassa di una nuova ed ampia fascia di prati, dove,
un po’ più in alto, alla nostra sinistra, vediamo le due
baite quotate 1519 metri. Sulla destra delle baite, e sul versante opposto
della valle, si mostra, elegante, la cima della Rosetta.
L'alpe solitaria che abbiamo raggiunto non è nominata dalle carte;
si tratta dell'alpe Combanina. È, questo, il punto di massima
elevazione raggiunto dall’escursione. Un punto non molto alto,
ma di eccellente valore panoramico. Guardando a nord, in particolare,
distinguiamo molte delle più famose cime del gruppo del Masino,
dal pizzo Cengalo ai pizzi del Ferro, dalla cima di Zocca alla cima
di Castello, dalla punta Rasica ai pizzi Torrone, dal monte Sissone
al monte Disgrazia.
Le due baite, poste quasi a ridosso di una formazione rocciosa che sembra
sorreggere sulle sue spalle un’intera macchia di larici, appartengono
già al territorio del comune di Pedesina, dal momento che si
trovano sulla parte sinistra dei prati, ed il confine passa, più
o meno, nel mezzo (l’abbiamo attraversato salendo dalle Foppe,
ma, sicuramente, nulla ce l’avrà fatto sospettare). Da
quest’alpe la salita potrebbe proseguire con due diverse mete:
l’alpe Ciof, o Combanina, dalla quale si può, successivamente,
raggiungere l’alpe ed il laghetto di Culino, oppure l’alpe
Combana, dalla quale si prosegue per l’alpe Stavello e la Val
di Pai. Seguendo il sentiero che prosegue, a sinistra delle baite (ci
sono cartelli indicatori), si sale ad intercettare la Gran Via delle
Orobie, dopodiché prendendo a destra si sfrutta la prima possibilità,
prendendo a sinistra la seconda. Ma questo sarà per un altro
giorno.
Noi,
dopo aver abbeverato ed appagato gli occhi nello splendore di questa
solitudine di un verde intenso, ci accingiamo a scendere direttamente
a Pedesina. Per farlo, dobbiamo trovare la partenza del sentiero, sul
limite del bosco, partenza che si trova più a sud rispetto al
punto dal quale siamo saliti (cioè, se guardiamo a valle, più
a destra). Partiamo dalle baite a guardiamo diritti al limite del bosco:
noteremo, fra i verdi larici, anche uno scheletro di larice colpito
da un fulmine; sul prato, appena a destra, il rudere (poche pietre che
accennano alle quattro mura perimetrali) di un calec, cioè di
un ricovero privo di tetto (fungeva da tetto un telo che i pastori portavano
con sé). Dirigiamoci in direzione del calec, e proseguiamo veros
il limite del bosco: osservando con un po’ di attenzione, vedremo,
sul tronco di una pianta, un segnavia rosso-bianco-rosso, che indica
la partenza del sentiero.
Una volta trovato, il sentiero non lo perdiamo più, non solo
perché incontriamo qualche altro segnavia, ma anche e soprattutto
perché la traccia è larga e sempre netta. Scendiamo, quindi,
decisi, con molti tornanti, nel cuore del bosco, fino ad incontrare
un segnavia nel quale è indicato che stiamo percorrendo il sentiero
numero 115. Poco oltre, su un baitello, troviamo un cartello della Comunità
Montana di Morbegno, che dà, per chi sale, l’alpe Combanina
ad un’ora e 10 minuti. Proseguiamo, nella discesa,
accompagnati
da segnavia bianco-rossi (e da qualche freccia che indica il sentiero
per chi sale), fino alle baite della località Masoncelli (m.
1200), presso un bel prato: sul suo limite di sinistra il sentiero,
che è ormai una larga mulattiera delimitata da un muretto a secco,
riprende a scendere, biforcandosi: un ramo, a destra, porta direttamente
alle case alte del paese, il secondo, a sinistra, intercetta la strada
asfaltata che sale a monte di queste case.
In entrambi i casi, eccoci a Pedesina, paesino che merita attenzione,
anche perché, non molti lo sanno, detiene un record a livello
nazionale: nel 2005, con i suoi 37 abitanti, è risultato il comune
più piccolo d’Italia, seguito, a ruota, dal comune di Morterone.
Scendendo verso la parte bassa del paese (se seguiamo la strada asfaltata),
abbiamo modo di ammirare il bell’oratorio settecentesco di San
Rocco, sulla cui facciata è dipinto il santo protettore degli
appestati, a testimonianza di un tempo passato nel quale questo paese
era assai più popolato e vivace in una valle tutto sommato felice,
ma nel quale, anche, non era risparmiato neppure questi luoghi ameni
e riparati il flagello del male più temuto, la peste, appunto.
Molto bella è anche la chiesa parrocchiale di S. Croce e di S.
Antonio (m. 991), di origine quattrocentesca: se ne sta, quasi sospesa,
sul ripido versante del paese di prati e case. Un paese davvero simpatico,
dal quale dobbiamo, però, ora staccarci per intraprendere l’ultimo
tratto dell’anello, il ritorno a Rasura.
Invece di camminare seguendo la ss. 405, stacchiamocene, sulla destra,
scendendo su una carrozzabile ad alcune case sottostanti, dove troviamo
la
comoda
mulattiera che ci ricondurrà a Rasura. Si tratta dell’antichissima
Via del Bitto, che partiva da
Morbegno, risalita l’intera Val Gerola fino alla bocchetta di
Trona e scendeva poi ad Introbio, in Valsassina. Percorriamola verso
nord (sinistra): dopo un primo tratto nel bosco, attraversiamo una fascia
di ripidi prati, che sembrano precipitare nell’oscuro fondovalle
dove corre rabbioso il Bitto.
Attraversata una pista carrozzabile, proseguiamo fino a trovare un cartello
che segnala il “Gisöl del Pich”, cioè la cappelletta
della roccia. Si tratta di una bella cappelletta, recentemente restaurata
e dedicata alla Madonna, che se ne sta arroccata su una roccia affiorante
sul margine del bosco a sinistra della mulattiera (cioè a monte).
All’interno, un bel dipinto di madonna con Bambino. Cappellette
di questo genere non sono rare fra i luoghi più esposti e dirupati
delle nostre montagne, ed avevano la duplice funzione di consentire
una pausa di preghiera e meditazione nella fatica del cammino e di proteggere
i viandanti dai massi che il versante poteva scaricare o da qualche
malefica presenza che poteva insidiarli venendo su dagli oscuri recessi
della valle, soprattutto sul far del tramonto, quando il suono dell’Ave
Maria annunciava che era bene non avventurarsi in luoghi solitari.
Poco oltre, eccoci al bel ponte sulla Valmala, che qui, però,
non mostra il volto orrido che invece esibisce al ponte che sta a monte,
quello sulla ss. Della Val Gerola. Nel tratto successivo camminiamo
a ridosso dell’aspro fianco roccioso, che sembra incombere alla
nostra sinistra. Volgendo lo sguardo alle nostre spalle, riconosciamo
il solco profondo della bassa Val Bomino, mentre, sulla destra, occhieggia
appena il pizzo di Tornella, sulla testata della Val Gerola. Poi raggiungiamo
luoghi meno selvaggi, e la mulattiera torna a farsi pista carrozzabile,
che si snoda fra prati e baite, finché, dopo un’ultima
curva, eccoci di nuovo in vista delle case di Rasura.
Appena
oltre il cartello che segnala il sentiero che si stacca sulla destra
per scendere al Punt de la Sort e risalire a Bema, ci troviamo proprio
sotto l’imponente chiesa parrocchiale di San Giacomo: in pochi
minuti possiamo, quindi, risalire alla strada statale, attraversarla
e recuperare l’automobile. L’intero anello è stato
chiuso in circa 3 ore e mezza di cammino. Il dislivello in altezza superato
è di circa 740 metri.