Il
passo delle Tre Mogge (o, come anche si può chiamare, dal Tremoggia
o, ancora, di Tremogge) prende il nome dal pizzo che, sulla testata
dell’alta Valmalenco, si trova immediatamente ad oriente. Si tratta
di un passo alto, posto, com’è, a 3014 metri, sulla costiera
che divide la Valtellina dall’Engadina, in territorio svizzero,
un passo, quindi, non agevole (anche se la salita, dal versante italiano,
non è difficile).
Non ha, dunque, un rilievo come via di transito e di commercio, anche
perché, poco ad occidente, troviamo il ben più agevole
e frequentato passo del Muretto
(m. 2562). Eppure ha un fascino tutto suo, legato non solo agli scenari
splendidi dei quali è circondato, ma anche dalle suggestioni
e riflessioni che suscita: è uno dei numerosi segni che ci fanno
comprendere come la catena alpina unisca, più che dividere, popolazioni
e cultura diverse. Anche un passo alto e disagevole, quindi, merita
di essere segnalato, denominato, valicato.
Per salire al passo dobbiamo partire dal rifugio
Longoni del C.A.I. di Seregno, posto a 2450 metri, in una posizione
molto panoramica, su un terrazzo roccioso ai piedi della dorsale che
si stacca dal crinale italo-svizzero proprio in corrispondenza del pizzo
Tramoggia, scendendo verso sud-sud-est.
Si
tratta della dorsale che, pur non presentando cime fra le più
alte della Valmalenco, ne costituisce, in certo modo, il cuore: si trova
qui, infatti, accanto al già citato pizzo Tramoggia (m. 3441),
sul limite di nord-ovest, ed al Sasso d’Entova (m. 3329), sul
limite di sud-est, quel pizzo Malenco (m. 3438), in mezzo ai due, che
dà il nome all’intera valle.
Raggiungiamo, dunque, il rifugio Longoni. Per farlo abbiamo a disposizione
due possibilità, in quanto possiamo partire dall’alpe Braccia,
sopra San Giuseppe, oppure da Chiareggio.
Nel primo caso dobbiamo raggiungere San Giuseppe, salendo a Chiesa Valmalenco
a proseguendo verso l’alta Valmalenco (indicazioni per S. Giuseppe,
dato a 5 km, e Chiareggio, dato a 12 km). Dopo una serie di tornanti
che ci fanno guadagnare rapidamente quota, sul fianco orientale dell’alta
Valmalenco, segnato dalle cave di estrazione del serpentino, raggiungiamo
l’ampia e ridente conca che ospita la nota località di
villeggiatura (m. 1433), dominata, a nord, proprio dall’imponente
versante montuoso che ospita le tre cime, cui si aggiunge, più
ad ovest (sinistra), l’isolata e massiccia punta di Fora (m. 3363).
Poco oltre la chiesetta, che vediamo a sinistra della strada, troviamo
sulla destra, la deviazione per il rifugio
Sasso Nero (m. 1520).
Imbocchiamo,
dunque, questa strada, che, in breve, ci porta al largo piazzale del
rifugio, proseguendo, poi, in direzione dell’alpe Palù
(la strada si fa più stretta e l’accesso ad essa è
chiuso ai mezzi non autorizzati nella fascia oraria compresa fra le
12.00 e le 16.00). Al fondo in asfalto si sostituisce quello in terra
battuta e, poco dopo, troviamo, sulla sinistra, una deviazione, con
un cartello che dà il rifugio Longoni a 2 ore e mezza di cammino.
Imbocchiamo, ora, questa pista, anch’essa sterrata e, dopo un
primo tratto in discesa, proseguiamo salendo per qualche tornante, fino
ad una sbarra ed un cartello che segnala la chiusura della strada ai
mezzi non autorizzati.
Siamo a quota 1640, a monte dei Prati della Costa, nei pressi dell’alpe
Braccia. Prima della sbarra un piazzale ci permette di parcheggiare
l’automobile. A nord del piazzale si trova uno splendido pianoro,
occupato da un bosco di larici: un cartello indica la partenza del sentiero
segnalato che, dirigendosi verso est, attraversa il bosco, passa per
il Paletto (m. 1622) ed il Barchetto (m. 1800) e raggiunge il rifugio
Palù (m. 1947), presso il lago omonimo: si tratta di una variante
bassa della quarta tappa
dell’Alta Via della Valmalenco (Chiareggio-Palù), oltre
che di un’ottima occasione per una rilassante passeggiata in uno
scenario splendido.
Noi,
invece, dobbiamo dirigerci in direzione opposta, seguendo la pista sterrata,
che effettua una serie di tornanti, prima di iniziare un lungo tratto
quasi pianeggiante in direzione nord-nord-ovest, in direzione dell’alpe
di Entova. La monotonia del percorso è temperata dall’ottimo
panorama che si apre davanti a nostri occhi, verso ovest: possiamo ammirare,
infatti, un suggestivo scorcio dell’alta Valmalenco, con la Val
Bona, la sella del Forno (m. 2775), il monte del Forno, a destra (m.
3214), la cima di Val Bona, al centro (m. 3033) e la cima di Vazzeda,
a sinistra (m. 3301). Lo scorcio è chiuso, sulla destra, dalla
massiccia punta di Fora. Alle nostre spalle, invece, il colpo d’occhio
taglia l’intero solco della Valmalenco, vegliato, sulla destra,
dal monte Canale (m. 2522) e raggiunge la catena orobica. Se guardiamo
alla nostra destra, cioè verso nord, infine, è il massiccio
versante meridionale del Sasso d’Entova ad imporsi allo sguardo.
Giunti nei pressi dell’alpe d’Entova, possiamo, poi, riconoscere,
guardando di nuovo ad ovest, un ampio scorcio dell’inconfondibile
testata della Val Sissone, a sud-ovest di Chiareggio, che propone, da
sinistra, la punta Baroni (m. 3203), il monte Sissone (m. 3330) e le
ravvicinate cime di Rosso (m. 3366) e di Vazzeda (m. 3301).
A
sud-ovest, infine, cioè alla nostra sinistra, il panorama propone
in primo piano l’aspro versante montuoso sul quale si riconoscono,
da destra, la punta Rosalba (m. 2803) ed il monte Braccia (m. 2906)
e dietro il quale occhieggia la punta del monte
Disgrazia (m. 3678).
L’alpe d’Entova, che raggiungiamo dopo aver superato il
torrente Entovasco, è posta a 1917 metri e si stende su un’ampia
fascia di prati: a destra della strada troviamo le sue baite, a sinistra
una solitaria croce in legno. Per abbreviare un po’ il percorso
possiamo, ora, lasciare la pista sterrata ed imboccare un sentiero segnalato,
che parte dalla cima dei prati a sinistra (ovest) delle baite. Troviamo,
sulla nostra destra, il segnavia e l’indicazione per il rifugio
Longoni. Raggiunto il limite del bosco, il sentiero comincia a guadagnare
quota, salendo in una splendida macchia nella quale ai larici si sostituiscono,
dopo il primo tratto, i pini mughi. In alcuni tratti si aprono scorci
panoramici che ci permettono di scorgere, in basso, il laghetto di Entova,
nei pressi dell’alpe, a sud-ovest.
Dopo una lunga traversata in direzione nord-ovest, il sentiero termina
intercettando di nuovo, ad un tornante sinistrorso, la pista sterrata,
in corrispondenza di un ometto.
Riprendiamo,
dunque, a salire lungo la pista, fino a trovare, al secondo tornante
destrorso, un piccolo spiazzo e la deviazione, a sinistra, ampiamente
segnalata (su un grande masso) per il rifugio Longoni. Lasciamo, quindi,
a destra la pista che prosegue per l’ex-rifugio
Entova-Scerscen e cominciamo a salire seguendo un sentiero che,
nel primo tratto, attraversa una fascia di pini mughi, per poi risalire
un ripido versante di magri pascoli, ai piedi di un sistema di speroni
rocciosi che nascondono alla vista il rifugio. È un tratto piuttosto
faticoso, ed una sosta potrà permetterci di ammirare, a sud-ovest,
l’imponente cima del monte Disgrazia, ora ben visibile, a sinistra
del poco pronunciato monte Pioda (m. 3431) e del difficile passo di
Mello (m. 2992), che permette di passare dall’alta Valmalenco
alla valle omonima, in Val Masino.
Vediamo, ora, anche la vedretta del versante settentrionale del Disgrazia,
ghiacciaio che mostra i segni di un sensibile ritiro.
Riprendiamo a salire, affacciandoci all’ampia conca dell’alpe
Fora, che si apre, sotto di noi, a 2053 metri: il rifugio non si vede,
ma una bandiera italiana ne annuncia la presenza. Alla fine intercettiamo
il sentiero che sale dall’alpe: percorrendolo verso destra, raggiungiamo
l’ampio terrazzo sul quale è posto, a quota 2450, il rifugio,
aperto generalmente dall’inizio di luglio (per informazioni sull’apertura
possiamo telefonare ai numeri 0342451120, 0342556402, 3483110010).
Siamo
in cammino da circa due ore e un quarto, ed abbiamo superato un dislivello
di 800 metri.
Vediamo, ora, come giungere fin qui partendo da Chiareggio (m. 1612).
Se scegliamo questa seconda possibilità (che propone un dislivello
leggermente superiore alla prima, ma ha uno sviluppo minore), dobbiamo
portarci all'ingresso di Chiareggio, dove troviamo le indicazioni della
quarta tappa dell'Alta Via della Valmalenco (da Chiareggio al rifugio
Palù), che ci fanno imboccare, sulla destra, una strada carrozzabile,
la quale, dopo un breve tratto, conduce ad al sentiero mineralogico,
dove troviamo gli esempi delle diverse rocce che caratterizzano il variegato
panorama della Valmalenco. Seguendo i segnavia (che fino all'alpe Fora
sono nella maggior parte dei casi bandierine rosso-bianco-rosse, spesso
sovrapposte ai triangoli gialli dell'Alta Via) e lasciando alle nostre
spalle le case di Corti (m. 1638), entriamo, poi, in un fresco bosco
e, superato il torrente della val Novasco, saliamo, con una lunga diagonale
verso nord-est, fino a raggiungere il limite inferiore dell'alpe Fora,
sul lato occidentale della val Forasco.
All'uscita dal bosco si impongono subito alla nostra attenzione due
cime, il pizzo Tremoggia (m. 3441) ed il pizzo Malenco (m. 3438). Il
primo è di grande interesse, in quanto presenta la particolarità
di essere rivestito di roccia dolomitica. Alla sua sinistra si trova,
su una ben visibile depressione del crinale, il passo di Tremoggia (m.
3014), la nostra meta finale.
Non
meno interessante è il panorama che ci si offre sul lato opposto,
cioè verso sud-ovest: qui è la parete nord del monte Disgrazia
ad imporsi. Il sentiero risale i prati inferiori dell'alpe e, dopo un
ultimo ripido tratto, guadagna il pianoro che prelude alla conca dell'alpe.
Superato un torrentello, raggiungiamo la conca dell'alpe Fora, a 2053
metri, che si configura come un grande e splendido terrazzo, impreziosito
da un laghetto nel quale si specchiano il monte Disgrazia e l'intera
testata della Val Sissone. L'alpe è chiusa, a monte, da alcune
cascate, che scendono dagli scuri gradoni rocciosi.
L'Alta Via prosegue verso sud-est: attraversata l'alpe, dobbiamo superare,
con una salita non severa, una fascia di lisce rocce, prima di raggiungere
un trivio: i cartelli ci indicano che scendendo a destra raggiungiamo
la strada per San Giuseppe, salendo a sinistra ci dirigiamo verso il
passo di Tremoggia, proseguendo diritti raggiungiamo, dopo pochi minuti,
la bandiera italiana che precede di poco il rifugio Longoni. Il rifugio,
che, per questa seconda via, viene raggiunto dopo poco più di
due ore di cammino (il dislivello è di 830 metri circa) ci offre
l’opportunità di ristorarci ampiamente, prima di intraprendere
la seconda parte dell’escursione, vale a dire la salita al passo.
Durante la sosta, possiamo godere l’ottimo panorama che ci propone
innanzitutto, a destra, il regale profilo del monte Disgrazia, alla
cui destra si dispiega la già citata testata della Val Sissone
ed alla cui sinistra si vedono le più modeste punte del pizzo
Cassandra (m. 3226) e della cima del Duca (m. 2968), in Val Ventina.
Interessante,
però, è anche il panorama alla nostra sinistra, cioè
verso est: si possono riconoscere, dal limite estremo di sinistra, l’inconfondibile
pizzo Scalino
(m. 3323), la punta Painale (m. 3248) e la vetta di Rhon (m. 3137),
in Val Painale (alta Val di Togno).
Torniamo, ora, al trivio: su un grande masso si trova l’indicazione
della partenza del sentiero per il passo. Sentiero per modo di dire:
nel primo tratto, infatti, l’itinerario, tracciato dai segnavia
rosso-bianco-rossi, si districa a fatica fra grandi massi, che demoralizzano
un po’. In breve, però, per fortuna, il cammino si fa meno
faticoso, e troviamo una traccia di sentiero che si fa largo, con andamento
quasi pianeggiante, in una fascia di massi meno grandi e meno caotici.
Raggiungiamo, così, uno sperone roccioso, che dobbiamo tagliare:
è il tratto che richiede maggiore attenzione, perché impone
un breve passaggio esposto, servito da una piccola corda fissa.
Superato, con la dovuta prudenza, questo passaggio proseguiamo, a ridosso
di grandi roccioni, per un ulteriore tratto, fino a raggiungere una
zona più tranquilla, nella quale la traccia si dipana fra magri
pascoli, piccoli corsi d’acqua, massi e rocce arrotondate. Un
tratto in leggera discesa ci porta nel cuore di una modesta conca, a
sinistra di una formazione rocciosa, che prelude all’ingresso
nell’ampia piana, o meglio, nell’ampio pendio dalla pendenza
assai modesta, che si apre, a quota 2500 circa, a nord-est della conca
dell’alpe Fora.
Lo
scenario è dominato, dall’alto, dai pizzi Tremoggia, a
sinistra, e Malenco, a destra, e da alcuni grandi massi. A sinistra
del pizzo Tremoggia scorgiamo la depressione del passo.
Proseguiamo in direzione di un primo grande masso rossastro, sul quale
è ben visibile un bollo bianco con bordo rosso. Oltre questo
primo masso, ne troviamo altri tre, più grandi: dobbiamo attraversare
un torrentello e dirigerci verso quello di sinistra, che, visto da vicino,
rivela una curiosa spaccatura che sembra doverlo tagliare in due. Proseguendo
nella medesima direzione, cioè con una diagonale verso nord-ovest
(sinistra), ci portiamo sul limite di un poco pronunciato dosso erboso:
qui la traccia comincia a salire puntando, diritta, verso nord. Ai pascoli
si sostituisce un terreno di sfasciumi, fra i quali il sentiero prosegue,
salendo sempre diritto, ma con pendenza non accentuata. Troviamo, così,
alla nostra sinistra un nevaietto, che fiancheggiamo per un buon tratto,
per poi attraversarne la parte terminale, verso sinistra.
Il sentiero affronta, ora, con ripidi tornantini, un dosso erboso, descrivendo,
poi, una diagonale su un versante erboso meno severo. Raggiunto e superato
un valloncello, ritroviamo una serie di ripidi tornantini che si snodano
in un sistema di speroni rocciosi ricoperti da pascoli e ci conducono,
dopo un passaggio un po’ esposto sul limite superiore di un ripido
vallone, al limite inferiore di una vasta fascia di sfasciumi.
La
traccia qui si fa meno evidente, ma è sempre visibile (è
qui segnalata da alcuni bolli rossi), ed attraversa in diagonale, risalendola
in direzione nord-ovest (sinistra), la fascia. Raggiungiamo così
il suo limite superiore, in corrispondenza di un torrentello: abbiamo
l’impressione che il passo sia lì, ma in realtà
siamo approdati, a quota 2927, ad un’ampia conca terminale, la
cui parte inferiore ospita uno splendido laghetto, dal quale esce il
piccolo corso d’acqua.
Dove sia il passo, non lo si coglie immediatamente: parrebbe, infatti,
collocato su un’ampia sella raggiunta da qualche estremo magro
pascolo, alla nostra sinistra. In realtà è un po’
più a destra, ed è collocato su un modesto intaglio, riconoscibile
anche da un piccolo corno roccioso che si trova immediatamente alla
sua destra. Ci attende, dunque, l’ultima salita: seguendo la traccia
ed i segnavia, affrontiamo un primo dosso e, guadagnando quota, scorgiamo
sotto di noi, alla nostra destra un secondo laghetto gemello, immediatamente
a monte del primo. I due laghetti, ai piedi di un ampio nevaio, sono
dominati dal massiccio versante sud-occidentale del pizzo Tremoggia,
che sembra guardarci severo, alla nostra destra.
La traccia piega, infine, leggermente a destra, puntando al passo, che
raggiungiamo, alla fine, dopo circa due ore di cammino dal rifugio Longoni
(il dislivello dal rifugio è di circa 560 metri).
Siamo
a 3014 metri di quota, e lo scenario che si apre sul versante svizzero
è davvero sorprendente: ai piedi del passo di stende il ghiacciaio
o vedretta dal Tremoggia, oltre la quale, in basso, si apre la diritta,
verde e pianeggiante Val di Fex, che sfocia nell’Engadina, dove
riconosciamo anche il lembo orientale dell’ampio Lei da Segl,
cioè del Lago di Segl. Sullo sfondo, la distesa maestosa delle
cime settentrionali dell’Engadina.
Alla nostra destra, la punta del pizzo Tremoggia, muta testimone della
nostra gioia e commozione: ci sono volute oltre quattro ore di cammino
per giungere fin qui, ma ora di questa fatica non rimane quasi più
neppure il ricordo, di fronte alla silenziosa bellezza che si offre
ai nostri occhi.