
La croce G.A.M., cioè la croce del Gruppo Aquile di Morbegno,
è stata posata nel 1982 sulla cima quotata IGM 2585, sul crinale
fra Costiera dei Cech e Valle dei Ratti, ad ovest della cima di Malvedello
(m. 2640, massima elevazione del lungo crinale) e ad est del monte Sciesa
(m. 2487). La croce è dedicata agli alpinisti morbegnesi, ed
in particolare a Nandino Bottani. La quota 2585 è posta sull’angolo
di nord-ovest dell’ampio circo dell’alpe Visogno, mentre
sul lato opposto (nord-est), a quota 2575, si trova il passo di Visogno,
importante porta di accesso all’alta Valle dei Ratti.
La salita alla croce G.A.M. rappresenta la più impegnativa escursione
nel territorio del comune di Mello, sia per il considerevole dislivello
da superare, 1500 metri circa, sia per la natura non semplice del terreno
sulla quale si articola negli ultimi 300 metri. Alla prima difficoltà
possiamo ovviare pernottando al bivacco Bottani-Cornaggia, alla seconda
solo usando cautela ed evitando di metterci in cammino dopo abbondanti
piogge o in presenza di neve o ghiaccio. L’escursione si articola
così: partenza da Poira di Civo, salita a Pre Sücc, all’alpe
Visogno ed ai Tre Cornini, salita del lungo crinale a monte dei cornini
ed infine del ripido versante che dalla cima scende ad una grande conca
di sfasciumi quotata 2344.
Lasciata
l’automobile nel piazzale della chiesetta di Poira di
Civo (m. 1077), mettiamoci, dunque, in cammino, seguendo le
indicazioni relative al Sentiero dei Tre Cornini, identificato dal numero
23. Il punto di partenza è indicato da due cartelli della Comunità
Montana Valtellina di Morbegno, che indicano il Pre Soccio (italianizzazione
del Pre Sücc) ed il bivacco Bottani Cornaggia. Iniziamo, così,
a percorrere per un breve tratto una pista fra alcune case di villeggiatura,
e troviamo, alla nostra sinistra, anche il vecchio cartello del Sentiero
dei Tre Cornini, che dà il Pra’ Succ ad un’ora, il
bivacco Bottani Cornaggia a 3 ore, la croce GAM ed il passo di Vesogno
a 4 ore. Poco più avanti alcuni cartelli della Comunità
Montana Valtellina di Morbegno indicano il Pre Soccio, il bivacco Bottani
Cornaggia, l’Oratorio dei Sette Fratelli ed i Tre Cornini, ma
non fanno menzione della Croce GAM.
Nel primo tratto il sentiero, largo, come una mulattiera, procede quasi
diritto, in direzione del monte, ma con pendenza mite. Poi, ad un cartello
che ci ricorda come la pulizia del sentiero sia nelle nostre mani, piega
a sinistra e, con traccia più stretta, ma sempre molto bella
e riposante (il fondo è davvero buono), risale, con molti tornanti,
il versante boscoso sul lato occidentale del vallone che si apre, più
in basso, fra Poira e Roncaglia di Sopra. I segnavia rosso-bianco-rossi
sono pochi, ma non c’è pericolo di perdersi. A quota 1450
circa il sentiero è interrotto, per pochi metri, dalla nuova
pista tagliafuoco che proviene da Poira di Mello e si dirige a Funtanin,
in comune di Civo.
Scavalcata la pista, riprendiamo la salita, sempre all’ombra di
un bel bosco, fra betulle e pini. Ignorata una deviazione a destra (il
cartello “Sentiero per acqua” segnala la partenza di un
sentiero secondario, che conduce anch’esso a Pre Sücc, ma
al suo limite orientale, e passa per una sorgente alla quale si può
sperare di trovare acqua, ovviando ad un problema assai frequente nella
Costiera dei Cech), prendiamo a sinistra ed affrontiamo un lungo tratto
all’aperto, in direzione ovest. In questo tratto il sentiero viene
raggiunto, sulla sinistra, da quello, non segnalato, che sale a Pre
Sücc partendo da Poira di Mello, e precisamente nei pressi della
chiesetta di S. Margherita.
Proseguiamo
sul nostro sentiero fino ad una svolta a destra: due rapidi tornantini
ci portano sul limite inferiore di sinistra (ovest) dell’alpe
Pre Sücc (m. 1650). Qui una nuova serie di cartelli
segnala che il sentiero per i Tre Cornini, il bivacco Bottani Cornaggia
e l’Oratorio dei Sette Fratelli non prosegue tagliando direttamente
i prati, ma piegando per un breve tratto a sinistra e risalendo il loro
limite occidentale. La traccia, per la verità, è poco
evidente, per cui ci si può affidare ad una seconda traccia che
parte dal gruppo di baite più basso, che incontriamo uscendo
dal bosco, e sale verso sinistra. In ogni caso non possiamo sbagliare:
dobbiamo salire alle baite più alte sulla sinistra del prati.
Nella salita, abbastanza ripida, possiamo concederci almeno una sosta
per ammirare il panorama, già da qui ottimo, sulla media Valtellina
e l’intera catena orobica. Una curiosità: l’alpe
è tagliata dal confine fra i comuni di Civo (a destra) e Mello
(a sinistra). Le baite della parte bassa appartengono al primo, quelle
della parte alta al secondo.
Nella parte alta dei prati, sulla sinistra, dunque, si trovano tre baite
strette l’una all’altra, in un’antichissima comunanza
così frequente per ovviare all’asprezza della montagna:
lì troviamo la traccia di sentiero, che prende a destra, e poi
svolta a sinistra, portandoci ad un vecchio cartello della Comunità
Montana Valtellina di Morbegno che dà i Tre Cornini ad un’ora
di cammino ed il bivacco Bottani Cornaggia ad un’ora e tre quarti.
Superata, quindi, l’ultima e più alta baita (m. 1727),
incontriamo, ad un bivio, i nuovi cartelli della Comunità Montana
(che, a differenza dei vecchi, non danno indicazioni sui tempi): prendendo
a sinistra si va all’Oratorio dei Sette Fratelli, mentre proseguendo
a destra si va ai Tre Cornini ed al bivacco Bottani Cornaggia. Di nuovo,
nessun riferimento alla Croce GAM. Il sentiero prosegue, dunque, verso
destra (nord-nord-est), superando anche un modesto corso d’acqua.
Lo scenario è, qui, piuttosto mesto: attraversiamo una sorta
di cimitero di alberi, quel che resta dopo un incendio che ha sfregiato
una pineta che doveva essere davvero molto bella. Oltrepassato il corso
d’acqua, prestiamo un po’ di attenzione, perché il
sentiero principale prosegue sulla nostra sinistra, mentre a destra
è raggiunto da una traccia secondaria (che rischiamo di scambiare
per quella principale).
Dopo qualche tornante fra scheletri d’albero ed alberi ancora
vivi e…vegeti, approdiamo, infine, ad una splendida radura, a
1850 metri di quota. La sosta ci consente di ammirare un bel panorama
sulla media Valtellina e sulle Orobie centro-orientali; salendo ancora,
però, avremo modo di goderne di migliori. Memorizziamo il punto
di uscita nella radura, per non perdere tempo a cercare il sentiero
quando torneremo, e proseguiamo, verso destra (indicazione su un masso),
entrando in una piccola selva che ci permette di aggirare, da destra,
appunto, una faticosa fascia di massi. Il sentiero piega, quindi, a
sinistra, esce dalla selva e taglia in diagonale, verso sinistra, massi
e pascoli. Ci troviamo nel cuore di un ampio vallone che scende dal
ramo orientale dell’alpe Visogno.
Il sentiero, con qualche tornante, guadagna quota risalendo il fianco
sinistro di questo vallone; seguendolo, tagliamo un ampio dosso, finché,
improvviso ed emozionante, si apre di fronte ai nostri occhio lo splendido
scenario dell’alpe Visogno, delimitato, a sinistra, dal lungo
crinale sul cui limite inferiore sono riconoscibili i suoi guardiani
di granito, i Tre Cornini. In alto, a nord, quasi sulla verticale del
baitone dell’alpe, la cima di Malvedello, elevazione poco pronunciata
sulla severa e gotica costiera di granito che separa la Costiera
dei
Cech dalla Valle dei Ratti. Guardando, invece, a destra, cioè
a nord-est, distinguiamo, su una elevazione della costiera che separa
l’alpe Visogno dalla Val Toate, la Croce di Roncaglia,
o Ledino (m. 2093). Se, infine, guardiamo alle nostre spalle, a sud,
ottimo è lo scenario orobico, che propone, in primo piano, le
Valli del Bitto di Albaredo e di Gerola.
Torniamo, ora, a guardare al crinale dei Tre Cornini: salendo, con lo
sguardo, fino al punto in cui esso termina sul ripido versante montuoso
e procedendo sulla verticale di quel punto, fino alla cima del versante,
possiamo esaminare il crinale sul quale è posta la quota 2585
e quindi la croce. Non riusciamo, però, ad individuare esattamente
il punto, sia perché la prospettiva non ci indica esattamente
dove sia la cima, sia perché la croce è davvero troppo
piccola per essere vista da qui (anzi, diciamolo subito, la vedremo
solo quando ci troveremo a pochi metri). Neppure riusciamo ad indovinare
esattamente la via di salita per gli ultimi 250 metri circa.
Comunque, sappiamo di dover raggiungere il crinale dei Tre Cornini.
Potremmo farlo sfruttando i due sentieri che salgono dall’alpe
e che sono visibili ad occhio nudo. Essi portano, però, a punti
posti a monte dei Cornini. Se non vogliamo perdere l’occasione
di un incontro ravvicinato con questi enigmatici guardiani del versante
orientale dei Cech, procediamo così. Portiamoci alla pozza d’acqua
nei pressi dei cartelli della Comunità Montana di Morbegno, che
danno il bivacco Bottani Cornaggia ad un’ora ed i Tre Cornini,
causa danneggiamento del cartello, ad un tempo imprecisato. Lasciamo,
ora, il sentiero per il bivacco, che si porta al baitone dell’alpe
ed alla splendida successiva piana, e prendiamo a sinistra. C’è
qualche rado segnavia che ci aiuta. Regoliamoci così. Alla nostra
sinistra si apre un avvallamento, e possiamo osservare tre piccoli pini
solitari. Passiamo a monte del primo e del secondo e, scendendo gradualmente
in diagonale, ci portiamo al terzo, che si appoggia ad un grande masso
sul quale si individua uno sbiadito segnavia. Appena oltre il masso,
siamo nel cuore dell’avvallamento (un nuovo segnavia sbiadito
è posto, qui, su un masso), e passiamo sul suo lato opposto,
salendo per un breve tratto, fino ad una fascia di massi che superiamo
con un po’ di cautela.
Ci
portiamo, così, a ridosso del fianco del crinale, ricoperto di
massi e macereti. Sulla nostra verticale, i Tre Cornini.
Seguendo i pochi segnavia, individuiamo la traccia di un sentierino
che lo risale, zig-zagando, e ci porta a ridosso dei tre grandi gendarmi
di granito (m. 2021). Non si tratta, come sembra da una certa distanza,
di massi monolitici, ma di aggregati di massi, posti proprio nel punto
in cui il crinale, con un brusco cambio di pendenza, scende ripido ai
boschi sottostanti, a monte dei Prati Ovest.
Questo luogo ha qualcosa di mitico, sembra richiamare un tempo lontanissimo
nel quale giganti, titani o altri esseri di ciclopiche dimensioni si
sono scontrati in epiche battaglie. L'atmosfera rimanda ad un denso
mistero: i Tre Cornini sembrano vegliare, o forse incombere sulla bassa
Valtellina, come un segno arcano che è difficile decifrare.
Superbo il panorama, dal gruppo dell’Adamello, lontano, sul fondo,
alla nostra sinistra, al monte Legnone ed all’alto Lario, alla
nostra destra. Dopo aver meditato sul significato dell’incontro
con i Tre Cornini, rimettiamoci in cammino, verso nord, seguendo il
sentierino che percorre il facile crinale erboso (appoggiandosi, in
alcuni tratti, all’uno o all’altro versante). Davanti a
noi, due grandi gobbe, prima che il crinale muoia contro il versante
montuoso. Incontriamo, salendo, anche un quarto e più modesto
cornino, prima di raggiungere, nel pianoro di quota 2117, un cartello
che segnala un trivio: a nord il sentiero che punta alla croce G.A.M.;
ad est, cioè a destra, un sentiero che taglia, in leggera discesa,
il fianco del crinale e si congiunge con quello che sale dall'alpe Visogno
al bivacco Bottani-Cornaggia; ad ovest, infine, una labile e difficile
traccia di sentiero che percorre l'alta Costiera, fra la quota 2200
e la quota 2000, fino all'Oratorio dei Sette Fratelli. Diciamo subito
che quest'ultima opzione è sconsigliabile: la traccia si perde
con troppa facilità ed oltretutto taglia valloni molto esposti.
Proseguiamo dunque verso nord, fino al punto nel quale si ha una brusca
impennata del crinale, che si fa assai ripido. La traccia tende a perdersi,
ed i pochi segnavia non ci sono di troppo aiuto. Dopo un primo tratto
nel quale procediamo tendendo leggermente a destra, comunque, cominciamo
a portarci verso sinistra. Al termine del crinale, vediamo il bordo
di una grande ganda. Il sentiero,
però,
non lo raggiunge, ma rimane appena sotto il suo limite, proseguendo
verso sinistra, fino al piede di un nuovo e più imponente crinale,
che sale fino allo spartiacque Costiera dei Cech-Valle dei Ratti.
Inizia, ora, una serie di aspettative erronee. Ci aspetteremmo di dover
salire lungo questo crinale. Invece i segnavia volgono a destra e ne
tagliano la parte bassa del fianco, segnalando un sentierino che rimane
un po’ rialzato rispetto alla grande conca di sfasciumi di quota
2344, che ci stende alla nostra destra. Non dovremmo perdere questa
traccia, ma, in ogni caso, teniamo presente che taglia il versante erboso
a monte della conca, a nord-ovest, e conduce ai piedi di un primo canalone
erboso, che scende dallo spartiacque.
Proseguendo in diagonale, la traccia, sempre segnalata dai non abbondanti
e sbiaditi segnavia rosso-bianco-rossi, ci porta ai piedi di un grande
sperone di granito che delimita, sulla destra, il canalone. Osservando
con attenzione, avremo la netta impressione che prosegua nella sua diagonale
passando a valle dello sperone; invece un segnavia sulla sua parte bassa
ci indica che dobbiamo piegare a sinistra e salire lungo il canalone.
Salendo, abbiamo modo di osservare che questo, più in alto, si
divide in due canalini erboso gemelli, ripidi ma, almeno all’apparenza,
praticabili, per cui ci aspettiamo di dover salire di lì.
Altro errore: dopo il primo tratto di salita, i segnavia ci portano
sulla destra, ad una bocchettina erbosa che si apre nella roccia, una
specie di porta sorvegliata, sulla destra, da una curiosa formazione
rocciosa, che sembra una fiamma di granito (ricordiamoci di essa, nella
discesa). Ci affacciamo, così, ad un canalone gemello, dove la
traccia di sentiero prosegue nella salita con una prima diagonale a
destra, che ci porta sotto un’altra porta nella roccia, per poi
piegare a sinistra. È questo il punto di maggiore difficoltà,
perché la pendenza è notevole, l’erba (detta paiùsa)
è quella tipica a queste quote, resistente, se afferrata, ma
insidiosissima perché scivolosa.
Superiamo, zigzagando, questo tratto erto, e giungiamo in vista dello
spartiacque erboso terminale. La pendenza si attenua un po’, per
cui l’ultimo tratto della salita è più tranquillo.
Nelle soste, memorizziamo, però, bene le formazioni rocciose
sotto di noi, per evitare problematiche discese a vista nel ritorno.
Ci aspettiamo, ora, di salire diritti fino al crinale erboso, ed invece,
poco sotto il crinale, la traccia di sentiero piega decisamente a sinistra,
effettuando un breve traverso che ci porta proprio sotto la croce.
Alla fine la vediamo, pochi metri più in alto rispetto a noi,
sulla nostra destra, e raggiungiamo i 2585 metri della cima
(ben poco pronunciata, per la verità, dal momento che il crinale
è, in questo punto, quasi piatto. Dall'altra parte, una visione
superba, intensamente emozionante: improvvisa e sorprendente, l'intera
testata della val dei Ratti si apre di fronte al nostro sguardo.
Di eccezionale valore il panorama, anche se la cima di Malvedello e
la cima del Desenigo, a nord-est, nascondono alla vista il gruppo del
Masino. A nord, dunque, in primo piano, la testata della Valle dei Ratti,
delimitata, a sinistra, dall’affilato e facilmente riconoscibile
Sasso
Manduino (m. 2888), seguita, a destra, dalla punta Magnaghi (m. 2871),
dalle cime di gavazzo (m. 2920 e 2895) e, proprio al centro, dall’arrotondato
e poco pronunciato pizzo Ligoncio (m. 3032). Più a destra ancora,
i pizzi della Vedretta (m. 2907) e Ratti (m. 2919), ed il monte Spluga,
o cima del Calvo (m. 2967), alla cui destra si intravede uno spicchio
appena della Val Ligoncio, in Val Masino. Vorremmo vedere di più,
ma l’impressionante (vista da qui) cima di Malvedello (m. 2640),
che mostra un vertiginoso salto roccioso sulla Valle dei Ratti, ce lo
impedisce. Alla sua destra, la quota 2676 e la cima del Desenigo (m.
2845), che scende, a destra, alla depressione del passo del Colino (m.
2630), dietro la quale si vede solo una piccola porzione del crinale
che scende verso sud-est dal monte Disgrazia (m. 3678).
Si vedono bene invece, procedendo verso destra, i Corni Bruciati (m.
3097 e 3114). Alle loro spalle, uno scorcio di Valmalenco, con il pizzo
Scalino e la punta Painale. Più lontano ancora, appena distinguibile,
il pizzo Combolo, alle porte della Val Fontana. Poi lo sguardo si perde,
ad est, nella vaga lontananza del gruppo dell’Adamello. Segue,
a sud-est, la catena orobica: solo lo sguardo esperto vi distingue i
tre “Tremila”, vale a dire i pizzi di Scais, Redorta e Coca;
alla loro destra, riconoscibile per la regolare forma conica, il pizzo
del Diavolo di Tenda. Ancora più a destra, ecco un bello spaccato
della Val Tartano. Ma sono le Valli del Bitto di Albaredo e di Gerola
a mostrarsi in primo piano, ed in tutta la loro bellezza, a sud. Si
vede quasi interamente, a sud-ovest, anche la Val Lésina, con
il monte Legnone a fare da gendarme sul suo limite occidentale.
Proseguendo verso ovest, a destra della sottile punta del Legnoncino,
ecco un bello scorcio dell’alto Lario e delle cime della Mesolcina.
Alle loro spalle, in una lontananza appena afferrabile, il gruppo del
Monte Rosa. Ad ovest e nord-ovest, infine, vediamo la bassa Valchiavenna,
che propone la serrata teoria delle valli del suo versante occidentale.
Questo panorama ripaga ampiamente le oltre quattro ore di cammino necessarie
per superare 1500 metri di dislivello in altezza. Peccato che l’ultima
parte dell’escursione non sia servita da una capillare segnalazione:
la speranza è che quando questa relazione
sarà
letta, quest’ultima notazione risulti superata.
Chiudiamo con un’avvertenza: incamminandoci sulla via del ritorno,
ricordiamoci di prendere a sinistra, fino al masso con un segnavia che
segnala il punto in cui piegare a destra ed iniziare la ripida discesa.