Tre perle azzurre nella nascosta Val Sassersa

 

 

Il laghetto di mezzo. Foto di M. Dei Cas
Emilio Visconti Venosta, grande uomo politico dell’Italia postunitaria, di origine valtellinese, così scrive: “I contadini, hanno nel loro dialetto la parola solastro o solengo per esprimere quella tristezza o quasi spavento che si ingenera nell’uomo a trovarsi solo al cospetto dell’immensa natura”.
Ma cos’è, veramente, questo solengo? E dove lo si può provare? Una domanda alla volta. Partiamo dalla seconda. Ci sono alcuni luoghi, in Valtellina, che, per la loro natura, possono suscitare tale stato d’animo. Uno è sicuramente la Val Sassersa, con i suoi laghetti. Luogo apparentemente fuori mano, ma non difficile da raggiungere. Luogo di transito, poi, della seconda tappa dell’Alta Via della Valmalenco. Eppure luogo del solengo. Proviamo a salirci.
Da Sondrio portiamoci a Chiesa in Valmalenco (che dista 14 km dal capoluogo) e, di qui, saliamo, con altri 4 km di automobile, a Prìmolo, il grazioso centro di villeggiatura posto in una bella conca a monte di Chiesa. Entrati in paese, prima di raggiungere la chiesetta prendiamo a sinistra, seguendo le indicazioni relative al parcheggio e lasciamo l’automobile nei pressi del punto in cui termina la strada asfaltata, lasciando il posto ad una pista sterrata (m. 1350 circa). Seguiamo questa pista, che procede verso sinistra (sud), ignorando una deviazione a sinistra (sentiero Palaveri, che sale nel bosco a monte della stessa), finché questa termina in una piazzola.
Qui partono due sentieri. Uno, sulla sinistra, scende di qualche metro, intercettando un secondo sentiero che sale da sinistra (lo potremo sfruttare per il ritorno). Una serie di cartelli ci indica che le mete possibili sono molteplici, in corrispondenza di diverse direttrici: l’alpe Pirlo (45 minuti), l’alpe Lago (un’ora e 50 minuti) ed il rifugio Bosio (3 ore), su una prima direttrice; l’alpe Prato (45 minuti), l’alpe Pradaccio (un’ora) e Lagazzuolo (4 ore), su una seconda direttrice; l’alpe Giumellini (un’ora e 40 minuti), l’alpe Mastabbia (3 ore e 10 minuti) ed il rifugio Bosio (3 ore e 50 minuti), su una terza direttrice; l’alpe Pradaccio (un’ora), il laghi di Sassersa (2 ore e 50 minuti) ed il passo Ventina (3 ore e 50 minuti), infine, su una quarta direttrice, che è quella che ci interessa.
L'alpe Pradaccio. Foto di M. Dei Cas
Esiste però un secondo sentiero, meno marcato, sulla destra, che conduce all’alpe Pradaccio in 50 minuti, per cui ci conviene scegliere questo. Poco più in là si trova, per la verità, un secondo cartello che dà l’alpe Pradaccio ad un’ora, ma questa discordanza di tempi non ci turba più di tanto. Il sentiero è piuttosto stretto, ma con fondo buono, e guadagna quota in direzione ovest, superando il torrentello che scende dal Rovinone, ripido canalone che scende a sud di Primolo. Poi inizia una serie di serrati tornanti, in uno splendido bosco di larici, prima del traverso finale, che ha per meta l’alpe Pradaccio. Poco prima di raggiungere l’alpe, ci raggiunge un sentieri che sale da sinistra dall’alpe Prato (lo potremo sfruttare al ritorno) e cominciamo a trovare i triangoli gialli della seconda tappa dell’Alta Via della Valmalenco (che giunge fin qui proprio da quel sentiero, e che seguiremo per buona parte del prosieguo dell’escursione).
I prati dell’alpe Pradaccio (m. 1725) si stendono su un ampio pianoro, circondato da un selvaggio versante montuoso, occupato, sulla sinistra, da una massa sterminata di sfasciumi, sormontati dalle rocce frastagliate della cresta di Primolo. Ciò che maggiormente colpisce, però, è il canalone che scende all’alpe più a sinistra, anch’esso in gran parte occupato da sfasciumi. Si tratta del vallone di Sassersa, che sfrutteremo per salire ai laghetti. Il terreno sembra, da qui, piuttosto difficoltoso, ma in realtà un buon sentiero renderà la salita meno ostica (anche se la pendenza non darà respiro). All’ingresso dell’alpe ci accoglie un cartello dell’Alta Via della Valmalenco che dà i laghetti di Sassersa a due ore (e ci vogliono tutte), il passo Ventina a 3 ore e l’alpe Ventina a 4 ore e 30 minuti. Poco più avanti, un secondo cartella segnala la deviazione a destra (che ignoriamo) per l’alpe Braccia, dalla quale si può ridiscendere a Primolo (si tratta del sentiero che abbiamo incontrato ed ignorato percorrendo la pista sterrata oltre il parcheggio di Primolo). Un secondo cartello, che segnala il sentiero numerato 301 (il nostro), dà il laghetti ad un’ora e 50 minuti, il passo Ventina a 2 ore e 50 minuti e Chiareggio a 5 ore e 10 minuti.
La parte alta del Vallone di Sassersa. Foto di M: Dei CasProseguiamo sul sentiero che corre alle spalle delle tre baite dell’alpe, attraversando poi una macchia di pini mughi, in direzione del vallone (nord). Superata una radura ed una nuova macchia, eccoci al punto in cui inizia la salita vera e propria. Un invito eloquente, scritto a grandi caratteri su un masso (“Forza!”) ci fa capire ci stiamo infilando nella parte più faticosa dell’escursione. Il sentiero, con fondo sempre buono, sale, zigzagando, fra i pini mughi, che ci fanno simpatica compagnia, portandosi a ridosso del fianco roccioso di destra (per noi) del vallone, dove alcune formazioni rocciose con placche nerastre sembrano osservarci meno amichevolmente. I segnavia sono assai abbondanti, e di diverso tipo: triangoli gialli, bandierine bianco-rosse e rosso-bianco-rosse.
A quota 1960 metri, troviamo, proprio in mezzo al sentiero, una sorta di sasso della memoria, sul quale diverse persone hanno inciso qualcosa che vorrebbe essere una traccia del loro passaggio. È, questo, anche un punto di svolta, perché il sentiero piega leggermente a sinistra e cominciamo ad incontrare le prime fasce di massi (fra le quali, comunque, la traccia di districa sempre elegantemente). Lasciamo, quindi, i roccioni del fianco destro del vallone e ci portiamo verso il suo centro. In questa sezione intercettiamo un sentiero che ci raggiunge da sinistra: si tratta di una variante più diretta della seconda tappa dell’Alta Via, che giunge qui dall’alpe Giumellini (o Giumellino). Ne possiamo seguire visivamente il percorso: scende, sulla nostra sinistra, nel vallone da un promontorio boscoso ed effettua una diagonale fra i massi, fino al punto nel quale siamo.
Raggiungiamo, dunque, il centro del vallone, dove sentiamo il torrentello scorrere sotto i grandi massi (lo vedremo solo più in alto), e, lasciandolo alla nostra sinistra, riprendiamo a salire, zig-zagando fra qualche raro lembo di pascolo, terriccio e sassi. Dopo esserci avvicinati ad una nuova macchia di pini mughi, sulla nostra destra, pieghiamo ancora a sinistra e, a quota 2060, raggiungiamo il centro del vallone, scavalcando il corso d’acqua (che qui si vede) e portandoci sul lato opposto (sinistro), dove la salita riprende.
Il laghetto inferiore di Sassersa. Foto di M. Dei CasLa soglia terminale del vallone sembra ormai lì, a portata di mano, ma, quando, dopo aver versato copiose gocce di sudore, la raggiungiamo, a quota 2180, ci accorgiamo che non è così: c’è da attraversare, ancora, un largo corridoio, che si va gradualmente restringendo fino ad una porta finale. Unica consolazione: la pendenza si fa meno severa. Raggiungiamo quasi subito una modesta pianetta, a quota 2200, luogo ideale per una sosta: alla nostra destra gorgoglia il torrente, al quale possiamo rinfrescarci, se la calura infierisce. Nella sosta, guardiamo alle nostre spalle, in direzione est: distingueremo, dietro il versante che separa la media Valmalenco dalla Val di Togno, da sinistra, il pizzo Scalino, la punta Painale, la vetta di Ron ed il monte Calighè.
Il sentiero piega decisamente a sinistra, in corrispondenza di un grande ometto e di un ricovero ricavato sotto un enorme masso. A proposito di ricovero: teniamo presente che questi luoghi ne offrono ben pochi, e sono anche battuti da fulmini, per cui è assai imprudente avventurarsi in escursioni quando le previsioni meteorologiche non assicurano tempo stabile. Il sentiero guadagna quota sul fianco sinistro del vallone, portandosi, a quota 2270 metri, a ridosso delle formazioni rocciose che lo delimitano (dove troviamo anche la scritta “Al passo poi… c.na Porro), prima di puntare alla sua soglia terminale.
Qui appare, all’improvviso, il severo, corrugato e slanciato profilo del pizzo Rachele (m. 2998), sdegnato ed imbronciato, parrebbe, forse per quei due soli metri che lo tengono al di sotto della soglia dei Tremila, o per quel nome femminile, attribuitogli dai primi scalatori che pensarono a qualche gentildonna loro cara, nome che mal si adatta al suo corrucciato aspetto. Alla sua sinistra, la cima quotata 2923.
Varchiamo la soglia. Il laghetto di Sassersa inferiore (m. 2368) non si vede ancora, ma è questione di poco: la traccia piega leggermente a sinistra, evitando i massi più ostici, e ci porta, in breve, proprio alla sua riva orientale. Non fermiamoci qui: seguiamo i segnavia che passano a destra del laghetto e guadagniamo un po’ di quota, per poterlo osservare nella sua interezza. Se la giornata è buona, ci regalerà uno splendido sorriso di un azzurro intenso, con un singolare effetto di contrasto rispetto all’atmosfera complessiva della Val Sassersa, che ha nel suo stesso nome il carattere inquietante di un luogo misterioso, legato forse a qualche espiazione tremenda. Sassersa, da sasso arso: qui è un trionfo delle tonalità rossastre, color ocra, mattone, ruggine. Come se un antichissimo incendio fosse divampato, bruciando e sbriciolando in una miriade di massi i versanti rocciosi.
Il laghetto di mezzo. Foto di M. Dei CasMa le cose non sono così semplici. Il fuoco non è solo divampato, ma ha dovuto anche combattere una sua battaglia, contro un nemico segreto. Non ovunque ha vinto. Il versante che chiude l’orizzonte alla nostra sinistra (sud), infatti, si sottrae al dominio cromatico delle rocce ad ovest e a nord. Uno sguardo alla carta, e ci accorgiamo che questo versante ospita, a sinistra del pizzo Giumellino (m. 3094), il monte dell’Amianto (m.2959): ecco spiegato il mistero della lotta che il fuoco stesso ha dovuto ingaggiare, contro un nemico invincibile. Lasciamo, ora, il percorso dell’Alta Via, che punta al passo Ventina (m. 2675), già visibile, nell'ultimo tratto che precede il laghetto, guardando verso nord-ovest (si tratta di una marcata, per quanto breve, depressione, riconoscibile per il gendarme di roccia che la presidia). Lo lasciamo per andare a scovare gli altri due laghetti di Sassersa.
Si tratta, infatti, di un sistema di tre laghetti di origine glaciale, con disposizione a rosario (il più basso riceve le acque del più alto). Prima di visitare il laghetto medio e quello superiore, vediamo di capire come si sono formati. Tutto iniziò nell’era quaternaria, cioè nell’ultima era geologica, iniziata forse 1.800.000 di anni fa. Iniziò con una grande glaciazione, che coinvolse tutta la catena alpina. Il ghiaccio ricopriva ogni cosa, fino ad una quota superiore ai 2.500 metri, ed i ghiacciai si estendevano fino alla Brianza. Immaginiamo lo scenario spettrale: una coltre bianca ed immobile, dalla quale emergevano, come grandi isolotti di roccia, le cime medio-alte della valle, formando una sorta di arcipelago frastagliato, un dedalo di percorsi fra ghiaccio e roccia. L’azione di questo enorme ghiacciaio, lenta, inesorabile, scandita da ritmi difficilmente immaginabili, nell’arco di migliaia di anni, cominciò a modellare le rocce sottostanti, scavando e levigando. Fu un’azione che si esercitò in quattro grandi momenti: tante furono, infatti, le successive glaciazioni (la quarta ebbe inizio 40.000 anni fa), prima dell’ultimo e definitivo ritiro dei ghiacci. Ritiro che lasciò, in alcune conche scavate dai ghiacciai, buona parte dei laghetti alpini di quota medio-alta.
Possiamo, ora, incamminarci verso gli altri due laghetti. Il cammino sarà breve e facile. Seguiamo, per un brevissimo tratto, l’Alta Via, fino al masso che segnala il bivio: proseguendo diritti si va al passo di Ventina, piegando a sinistra si va ai laghetti i M. Dei Casdi Sassersa. Prendiamo, dunque, a sinistra (direzione sud), restando sempre poco alti rispetto al primo laghetto e seguendo qualche raro bollo rosso (se non li vediamo, possiamo anche procedere a vista, senza particolari problemi). Ora siamo soli: gli escursionisti che percorrono l’Alta Via, non rari, nel cuore della stagione, non ci seguono. In pochi minuti, descrivendo un breve arco, raggiungiamo le formazioni rocciose che separano la conca del lago più basso da quella del laghetto di mezzo (m. 2391).
Questo appare, d’improvviso, e ci lascia senza fiato. Il luogo è quasi surreale. La sponda opposta, in particolare (quella di sud-ovest), è occupata da una formazione di rocce levigate, solcata da una serie di incisioni bizzarre, che danno l’impressione di una scritta nei caratteri di un alfabeto sconosciuto. Le acque del lago replicano quella scritta, con un effetto di grande suggestione. Camminiamo ancora un po’, percorrendo parte della riva sinistra del lago, e portandoci qualche metro più in alto, per vederlo nella sua forma complessiva. Se il sole lascerà cadere i suoi raggi su questo luogo, accadrà qualcosa di veramente singolare. Le acque sembrano scomparire, lasciando il posto ad uno specchio nel quale si immergono, in un bagno di luce, i massi del versante montuoso che ci sta di fronte (che scende, verso est, dal pizzo Rachele). L’alto ed il basso si richiamano, dall’alto la roccia sembra scendere ad immergersi e dal basso una roccia rinnovata dalla luce sembra risalire al respiro della solitudine. Sublime.
Ma un laghetto manca all’appello, il laghetto di Sassersa superiore (m. 2400). Se ne sta, nascosto, dietro il bastione di rocce arrotondate sulle quali è scolpita l’enigmatica scritta. Forse perché è il meno accattivante. Ma andiamo a vederlo. Bastano pochi minuti di cammino: percorriamo la riva sinistra del lago di mezzo, poi cominciamo a salire, sempre verso sinistra. Ci affacciamo alla conca superiore, che ospita il laghetto, di forma circolare. Se il sole lo bacia, ci regala un sorriso di un azzurro intenso. Altrimenti se ne rimane corrucciato, stretto contro il fianco della montagna. Se saliamo per un tratto, possiamo guadagnare una posizione dalla quale vediamo questo laghetto e quello di mezzo.
Allora, se non c’è nessuno con noi, forse il solengo verrà. Uno stato d’animo improvviso, una profonda malinconia per le persone care che abbiamo lasciato a casa, un profondo spaesamento, uno sgomento che si insinua con l’idea che non sarà così facile trovare la strada per tornare ai luoghi noti, in sentimento che la natura, questa natura così remota da noi, non sia la cornice amica o nemica delle nostre vicende, ma qualcosa di totalmente diverso, di cui non abbiamo mai saputo nulla. Questo, e molto altro, è, forse, il solengo. Per svincolarci dalla sua presa dobbiamo ragionare di cose umane. Per esempio, di quelle miniere di rame che vennero aperte, proprio qui, in passato, e di cui ora restano solo scarse tracce. Oppure di come articolare il ritorno ai luoghi degli uomini e delle loro macchina.
Il laghetto superiore ed il laghetto di mezzo. Foto di M. Dei Cas
Già, il ritorno. Nulla, se non motivi logistici, vieta, ovviamente, che questo avvenga salendo al passo ventina e scendendo ai rifugi Gerli-Porro e Ventina, e di qui a Chiareggio. Se, però, non abbiamo due automobili a disposizione, oppure non vogliamo affrontare un’ulteriore ora di salita, ripercorriamo, fino all’alpe Pradaccio, la medesima via di salita.
Raggiunta la soglia superiore del vallone di Sassersa e lasciato alle spalle il laghetto inferiore, rivolgiamo, però, un pensiero ad un quarto laghetto, che se ne sta, discosto e nascosto, a nord-est dei tre laghetti che abbiamo visitato. Se guardiamo alla nostra sinistra, vediamo un ampio versante di sfasciumi e di terreno segnato dalle slavine. Dietro le rocce rossastre, ad una quota identica a quella del laghetto superiore (2400 m.), sta il quarto laghetto. Evochiamolo nella nostra immaginazione, mentre procediamo nella discesa.
Giunti all’alpe Pradaccio, imbocchiamo il sentiero utilizzato per la salita, ma lasciamolo dopo il primo tratto (appena dopo un casello per l’acqua), quando troviamo, sulla destra, un sentiero (non segnalato) che scende per un buon tratto, sempre verso destra, e conduce all’alpe Prato (m. 1629). Il sentiero torna poi nel bosco, e viene intercettato da un altro sentiero che proviene da destra e prosegue sulla sinistra (con i triangoli gialli dell’Alta Via della Valmalenco). Seguendo quest’ultimo verso destra, giungiamo, in breve, al limite di destra (occidentale) di una nuova e più ampia alpe.

Qui un cartello della seconda tappa dell’Alta Via della Valmalenco segnala che si tratta dell’alpe Pirlo (m. 1619). Il sentiero prosegue verso destra, in direzione dell’alpe Giumellino. Nei pressi del cartello troviamo anche il minuscolo laghetto del Pirlo, una grande pozza dalle acque ferme e di un verde intenso. Invece di seguire l’Alta Via, imbocchiamo però il sentiero, segnalato da segnavia rosso-bianco-rossi, che non si allontana dall’alpe, ma ne percorre il limite inferiore, lasciandola sulla sinistra (alcuni cartelli ci ammoniscono a non attraversare i prati, cosa che, peraltro, non si deve fare mai).
L'alpe Pirlo. Foto di M. Dei Cas
Superato il torrentello che attraversa l’alpe su una passerella di legno, lasciamo alle spalle l’alpe e cominciamo a scendere in un bosco di larici. Per un tratto scendiamo a poca distanza dal torrente, fino a trovare una deviazione, a destra, un sentiero che si stacca dal nostro e conduce ad un ponte in legno, sul quale è scritto “Bosio”: si tratta del sentiero che porta all’alpe Lago e di lì prosegue per la Val Torreggio, fino al rifugio Bosio.
Noi, però, lo ignoriamo e continuiamo nella discesa. Superato un ponticello di legno, incontriamo altre due deviazioni: una prima, sulla destra (sentiero secondario che scende, mentre noi proseguiamo quasi in piano), ed una seconda, segnalata, sulla sinistra (si tratta del sentiero che porta in 15 minuti all’alpe Prato ed in 30 all’alpe Pradaccio). Ignorate queste deviazioni, proseguiamo nella discesa, fino ad un tratto quasi pianeggiante, che ci porta a guadare il torrentello del Rovinone. Dopo un successivo breve tratto in leggera salita, ecco un nuovo ed ultimo bivio: il sentiero prosegue nella discesa, mentre alla nostra destra un sentiero appena accennato sale alla piazzola dove termina la pista sterrata a monte di Primolo.
Saliti a questa piazzola, ci ritroviamo, dunque, al punto nel quale abbiamo imboccato il sentiero che porta diretto a Pradaccio. Seguendo la pista sterrata, in breve scendiamo al parcheggio dove abbiamo lasciato l’automobile. Il sentiero che abbiamo lasciato, invece, continua a scendere fino ad intercettare la strada Chiesa-Primolo appena prima dell’ingresso a Primolo, al parcheggio riservato ai mezzi pubblici.
Ampiamente guariti dall’attacco di solengo, facciamo due conti: la salita ai laghetti da Primolo comporta un dislivello approssimativo di 1050 metri, per complessive 3 ore ed un quarto circa di cammino. L’intero anello richiede, invece, più o meno 5 ore di cammino.

 


Difficoltà
EE (escursionisti esperti)
Dislivello
mt. 1050
Tempo
3 h e 15 min


(una versione Powerpoint della suddetta relazione è
disponibile richiedendola via e-mail all'autore)

Cartina Kompass n.93 - Bernina Sondrio
Testo e fotografie a cura di M.Dei Cas

Torna alla pagina iniziale del sito
Torna al settore corrente...

Ultima Modifica: Domenica, 11 Febbraio, 2007

--- Waltellina.com 2000,2007 - All Right Reserved ---





eXTReMe Tracker