Il pizzo dei Tre Signori ("Piz di tri Ségnùr") non è una montagna qualunque, ma una specie di simbolo, di icona di questo comprensorio, oltre che, con i suoi 2554 metri, la vetta più elevata della Val Gerola. Quando pensiamo a questa cima oggi ci viene in mente soprattutto l’ampiezza del panorama che essa ci apre. Ma l’importanza di questo gigante, nel passato, era legata soprattutto al suo corpo poderoso, nel quale vennero scavate miniere di ferro, conosciute e sfruttate sin dall'epoca romana. Come scrive Renzo Passini, in un articolo su “Le vie del bene”, “in località la Sponda, la Costa delle Ferriere, la Costa di Trona ci sono ancora avanzi di gallerie, dentro le quali lavoravano gli antichi “madallari» e più recentemente i «fraini». Sono qui le miniere che si chiamavano di Varrone, Todesca, Cipriana, Arrigona Solo/a, Petazza, Lessetta, Trona, Pina. Di qui veniva il ferro con cui si fabbricavano le armi nelle famose fabbriche di Milano. Di qui il ferro che occorreva all'esercito spagnolo durante la dominazione della Spagna.”
Dal punto di vista geologico, il pizzo è costituito da conglomerati poligenetici, fra i quali prevale il cosiddetto “Verricano lombardo”, un insieme di ciottoli porfirici, porfinitici e tufacei, di cui parla anche Guler von Weineck, governatore delle Tre Leghe in Valtellina fra il 1587 ed il 1588, nella sua opera “Raetia”, scrivendo, con riferimento alla Val Gerola: “In questa valle si trova anche una certa pietra
rossa e durissima con cui si fanno i mortai ed altri arnesi consimili…”Molto del fascino di questa montagna è legato anche al suo nome, che gli conferisce un’aria nobile, ieratica.
Basta però solo un po’ di cultura storica per capire che non si è sempre chiamato così. Il suo nome originario è “pizzo Varrone” (passato poi al pizzo che si trova poco a nord). Poi, dal 1512, la Valtellina passa sotto il dominio delle Tre Leghe, e da allora sulla cima del pizzo convergono i confini dei domini della Serenissima Repubblica Veneta (versante orobico bergamasco), del ducato di Milano (montagne del lecchese) e, appunto, delle Tre Leghe. Ecco l’origine dei Tre Signori che danno il nome al pizzo. Di storia, il pizzo, ne ha vista proprio tanta. Fin dal primo apparire dei popoli che, salendo da sud, colonizzarono per primi questo questo lembo della catena orobica. Sembra che i primi siamo stati i Liguri, seguiti dai Celti e dagli Etruschi. Vennero, quindi, i Romani, ai tempi dell’imperatore Augusto. E, dopo di loro, venne la religione cristiana, predicata da S. Ermagora.
La bocchetta di Trona, che si apre poco a nord del pizzo, fu, infatti, fin da epoche antichissime, il più
agevole valico che congiungeva, attraverso la Valsassina, il milanese alla Valtellina: solo in tempi molto più recenti, infatti, la via del lago di Como divenne praticabile. Per la cosiddetta Via del Bitto, da Introbio, in Valsassina, a Morbegno passarono, quindi, nei secoli genti, mercanti ed eserciti. Sempre sotto lo sguardo impassibile e disincantato del pizzo che gli uomini, con presunzione, hanno battezzato dei Tre Signori, ma che è in realtà il signore di queste montagne. Dopo la caduta dell’impero romano vennero i Goti, e dopo di loro i Longobardi, sconfitti dai Franchi: tutti passarono dalle valli orobiche, ed il valico della bocchetta di Trona era, fra tutti, il più praticato. All’inizio del Quattrocento salirono dalla Val Varrone alla bocchetta di Trona truppe al soldo dei Rusconi di Como, ghibellini, per dar man forte alla loro fazione, prevalente a Morbegno e sulla sponda orobica della bassa Valtellina, contro la fazione guelfa, che prevaleva a Traona e sul versante retico: la loro calata in valle, però, venne bloccata dalla coalizione avversa, salita in Val Gerola. Nel 1431 fu la volta dei Veneziani, che, uniti ad un contingente di Valsassinesi, varcarono la bocchetta per scendere a conquistare la bassa Valtellina, possesso dei Visconti di Milano: furono però disastrosamente sconfitti nella sanguinosa battaglia di Delebio l’anno successivo, nel 1432.
Passarono di qui, il secolo successivo, nel 1515, i mercenari svizzeri in rotta dopo la sconfitta subita nella battaglia di Melegnano da parte dei Francesi: scesi in bassa Valtellina, molti di loro riuscirono a riparare nella natia Svizzera. Nel 1531 venne un esercito nella direzione opposta, cioè dalla bassa Valtellina: si trattava di 6000 uomini delle Tre Leghe, capitanati da Giorgio Vestari, che, per la Val Troggia scesero ad Introbio, tentando di conquistarla. Vanamente. Sempre dalla Valtellina salirono i funesti Lanzichenecchi, nell’anno più nero della storia di questa valle, perché vi portarono un’epidemia di peste che ridusse la sua popolazione complessiva a poco più di un quarto. Pochi anni dopo, nel 1635, furono gli Spagnoli in rotta, sconfitti dai Francesi a Morbegno in uno dei tanti fatti d’armi della fase valtellinese della Guerra dei Trent’Anni, a varcare la bocchetta di Trona per scendere in Val Varrone. Ed ecco subito dopo, l’anno successivo, che il francese Duca di Rohan, vincitore sugli Spagnoli, passò anch’egli di qui per calare poi in Valsassina ed assumerne il controllo. È l’ultimo transito significativo di armati. Poi più nulla. Ora passano solo i ben più miti escursionisti, lasciando impressioni ammirate ma anche, talvolta, qualche rifiuto davvero indesiderato.
L'ascensione al pizzo non è difficile.
Lasciamo, al proposito, la parola alla "Guida alla Valtellina",
edita
dal CAI di Sondrio nel 1884: "Da Gerola è facile la
salita al Pizzo dei Tre Signori...Essa è stata più volte
compiuta da gentili signore e signorine. " vediamo, dunque, come procedere.
Raggiungiamo Gerola Alta (m. 1053), staccandoci dalla SS 38
dello Stelvio alla prima deviazione a destra in corrispondenza del semaforo
di ingresso (per chi viene da Lecco) a Morbegno. Dopo 15 chilometri,
siamo a Gerola, e dobbiamo scegliere fra due possibili itinerari, che
si congiungono al rifugio F.A.L.C.
Il primo ha come punto di partenza il Villaggio Pescegallo (m. 1454),
dove termina la SS 405 della Val Gerola. Parcheggiata qui l'automobile,
dirigiamoci verso l'edificio da cui parte la seggiovia per il rifugio
Salmurano. Alle sue spalle
inizia un sentiero, segnalato con segnavia rosso-bianco-rossi (percorso
8), che punta in direzione nord-ovest, entrando ben presto in un bel
bosco. Ignorata una deviazione a sinistra per la val Tronella, superiamo
il torrente che scende da questa valle e cominciamo a salire un ampio
dosso che costituisce il fianco orientale del Pizzo del Mezzodì
(è il tratto più faticoso dell'escursione, perché
la pendenza è severa), per poi raggiungere, con un tratto verso
nord-ovest che permette di tirare il fiato, il Dossetto (m. 1835), un'alpe
panoramica ingentilita da un piccolo specchio d'acqua. Fermiamoci un
attimo e guardiamo
verso sud: sfilano davanti al nostro sguardo tutte
le vette del gruppo del Masino, fra le quali spicca, per mole ed altezza,
il Monte Disgrazia. Ora il sentiero cambia nettamente direzione: percorriamo
quindi un lungo tratto sostanzialmente pianeggiante verso sud-ovest,
prima di scendere, ignorata la deviazione a sinistra per il lago Zancone
ed il lago Rotondo, al lago di Trona, bacino utilizzato dall'ENEL (1805
m). Per proseguire è necessario superare lo sbarramento, utilizzando
il comodo camminamento alla sua sommità. Oltre lo sbarramento
riprendiamo a salire, superando alcune roccette e raggiungendo una larga
fascia di detriti e sfasciumi scesi dal fianco occidentale del Pizzo
Tronella. Qui dobbiamo fare attenzione alla deviazione a sinistra (segnata
come Via direttissima al Pizzo dei Tre Signori, o anche, con abbreviazione,
P. 3 S), che ci permette di raggiungere,
con uno strappetto severo, lo sbarramento del lago artificiale dell'Inferno
(m. 2085), che attraversiamo su un comodo camminamento. Poi, sempre
seguendo le abbondanti segnalazioni, ignoriamo una deviazione a sinistra,
che si addentra nella valle dell'Inferno, e guadagnamo una sella, posta
qualche decina di metri sopra il rifugio F.A.L.C.
Vediamo ora come raggiungere questo rifugio con un secondo itinerario.
A Gerola lasciamo la statale in
corrispondenza del cimitero posto all'uscita
dal paese, prendendo a destra e percorrendo una strada che ci porta
a Laveggiolo (m. 1471), dove lasciamo l'automobile per imboccare una
strada sterrata che attraversa la bassa val Vedrano e comincia a risalire
il fianco nord-orientale del Piazzo. Lasciamo la strada quando incontriamo
un cartello che segnala un sentiero Al rifugio. Questo sentiero, dopo
un tratto ripido, comincia una serie di saliscendi, puntando verso sud-sud-ovest
e raggiungendo il rifugio di Trona Soliva (m. 1907). Dal rifugio saliamo
poi facilmente alla bocchetta di Trona (m. 2092), che appare ai nostri
occhi dopo che abbiamo aggirato un dosso. Siamo sulla storica via del
Bitto, che congiunge Gerola
ad Introbio. Seguiamo le indicazioni per il rifugio S. Rita e perdiamo
leggermente quota in direzione sud (sinistra), fino ad incontrare l'indicazione
di una deviazione a sinistra, per il rifugio F.A.L.C.; seguiamola e,
risalito un canalino, raggiungiamo in breve il rifugio, edificato dall'omonima Società Alpinistica milanese ed inaugurato il 18 settembre 1949, presso la bocchetta del Varrone.
Dal rifugio FALC seguiamo l'indicazione di un cartello (che dà la bocchetta di Piazzocco a 20 minuti ed il pizzo dei Tre Signori ad un'ora e 20 minuti) ed i segnavia rosso-bianco-rossi e cartelli, imboccando il sentierino che sale verso sinistra (sud) e che ci porta alla bocchetta del Varrone, che si affaccia sul
lago dell'Inferno. Ne costeggiamo, per un tratto, la riva occidentale, rimanendo però alti rispetto ad essa, tagliando il fianco orientale del pizzo Varrone (m. 2325) e procedendo sempre verso sud. Poi il sentiero volge a destra e porta alla bocchetta di Piazzocco (m. 2224), che ci fa lasciare il fianco occidentale della valle dell'Inferno. Prendendo di nuovo a sinistra (direzione sud) affrontiamo un passaggio su roccia che si trova poco oltre la bocchetta di Piazzocco e che può essere prudentemente aggirato con una breve diversione più a valle. Cominciamo, quindi, a risalire il versante di rocce, balze e pianori che si stende a nord del pizzo. Proseguiamo seguendo con attenzione i segnavia, per evitare di trovarci in punti esposti, ed affrontando qualche passaggio che richiede elementari passi di arrampicata, fino ad un pianoro erboso dal quale la grande croce della vetta appare ormai vicina.
Oltre il pianoro, superiamo alcune formazioni rocciose arrotondate, senza particolari difficoltà, ma prestando sempre attenzione a non perdere il percorso dettato dai segnavia. Osservati probabilmente dallo sguardo stupito di qualche pecora o capra, affrontiamo, infine, l'ultimo sforzo, risalendo un pendio abbastanza ripido, che ci conduce alle ultime roccette, che si superano con un po' di attenzione, per mettere finalmente piede sul piccolo pianoro sommitale.
Ai 2554 metri della vetta, accanto alla grande croce, benedetta il 19 luglio del 1935 dal cardinale Schuster, troviamo anche un piccolo altare. Spettacolare il panorama. Ad ovest spicca il monte Legnone, ma lo sguardo raggiunge anche, a sud-ovest il Resegone, i Campelli, le Grigne. Sul fondo, ad ovest e nord-ovest, la cerchia delle Alpi con i gruppi del Rosa e dell'Oberland Bernese. A nord, a destra della Costiera dei Cech, alle cui spalle si vedono le cime della Valle dei Ratti, splendida è la visione del gruppo del Masino-Disgrazia, che si propone nella sua integrale bellezza, con i pizzi Porcellizzo (m. 3075), Badile (m. 3308), Cengalo (m. 3367) e del Ferro (occ. m. 3267, centr. 3289 ed or. m. 3234), le cime di Zocca (m. 3174) e di Castello (m. 3386), la punta Rasica (m. 3305), i pizzi Torrone (occ. m. 3349, cent m. 3290, or. m. 3333), il monte Sissone (m. 3330) ed il monte Disgrazia (m. 3678). Segue la testata della Valmalenco, che propone, da sinistra, il pizzo Gluschaint (m. 3594), le gobbe gemelle della Sella (m. 3584 e 3564) e la punta di Sella (m. 3511), il pizzo Roseg (m. 3936), il pizzo Scerscen (m. 3971) il pizzo Bernina (m. 4049), i pizzi Argient (m. 3945) e pizzo Zupò (m. 3995), la triplice innevata cima del pizzo Palù (m. 3823, 3906 e 3882), ed il più modesto pizzo Varuna (m. 3453). Proseguendo verso destra, si scorge il gruppo dello Scalino, con il pizzo Scalino (m. 3323), la punta Painale (m. 3248) e la vetta di Ron (m. 3136).
Ad est, invece, spiccano, nella sezione mediana della catena orobica, il Corno Stella, il pizzo del Diavolo di Tenda, i pizzi di Scais, Redorta e Coca; sul fondo, ad est, il massiccio dell’Ortles-Cevedale e dell’Adamello. In basso si vedono la Valtellina, la Val Troggia, la Val Brembana, le alture del Comasco, del Varesotto e della Brianza con tratti dei laghi di Corno e di Lugano. Infine, oltre la nebbiosa pianura padana, si scorgono i profili dell'Appennino. Se la giornata è limpida e se abbiamo uno sguardo d'aquila, scorgeremo il luccichìo della Madonnina del Duomo di Milano.
Ma sul panorama
splendido di cui si gode dal questa cima, cediamo di nuovo la parola
alla Guida alla Valtellina: "Il panorama è superbo. A sud
il monte precipita ripidissimo nella valle Brembana di cui si vede tutto
il corso fin dove il Brembo si getta nell'Adda. Ai piedi delle Prealpi
si scorge Bergamo alta, più in giù Treviglio, Crema, Cremona.
Volgendo ad occidente appare a piè del monte la Valsassina, che,
aprendosi, permette la vista di Lecco e del suo lago; più in
là si vede il lago d'Annone, e tutta la Brianza, Milano, Monza
e Novara, poi Pallanza sul lago Maggiore, parte del lago di Lugano
e il lago di Como da Argegno a Lenno. La catena dell'Alpi e la catena
Orobia s'abbracciano tutte collo sguardo da questa vetta..."
Probabilmente sullA cima troveremo anche compagnia, perché questa è una vetta molto frequentata da escursionisti, che salgono soprattutto dal versante bergamasco o lecchese. Può anche darsi che ad accoglierci sia qualche stambecco. Stupirà, forse, la sua presenza, ma è facilmente spiegabile.
Quattro sono le specie di ungulati presenti nelle montagne orobiche, caprioli, cervi, camosci e stambecchi. Mentre le prime tre sono cacciabili, gli stambecchi, invece, per ora fanno storia a sé, in quanto sono stati reintrodotti in questo ambiente nel 1989 (per la precisione in due nuclei, nella zona del Pizzo dei Tre Signori e del Pizzo di Coca) a partire da esemplari provenienti dal Parco del Gran Paradiso, in Valle d’Aosta, e quindi sono tuttora protetti. Per questo non temono la presenza dell’uomo e non fuggono neppure se questo si porta ad una distanza relativamente modesta; spesso si lasciano anche toccare. Li si vede, quindi, tener fede alla loro fama di eccellenti arrampicatori (si dice metaforicamente, di una persona che è uno stambecco quando si muove con agilità e disinvoltura fra rocce e balze), stazionando o spostandosi anche su versanti ripidi e molto esposti.
Può capitare di vederli anche sulle vette più alte, come quella del Pizzo dei Tre Signori. Si riconoscono
facilmente per la coppia di corna, nel maschio molto sviluppate (possono superare il metro di lunghezza) e percorse da serie di anelli, e per gli atteggiamenti che, se interpretati antropomorficamente, potrebbero apparire al limite della spavalderia e dell’esibizionismo. Si tratta di abili scalatori, ma anche di animali sedentari, poco veloci e piuttosto silenziosi (qualche volta emettono un belato che assomiglia a quello di capra domestica). Le femmine e i giovani vivono in branchi abbastanza numerosi, distinti da quelli dei maschi adulti, più ridotti. E’ interessante ricordare che gli stambecchi, a causa dell’attività venatoria, furono ad un passo dall’estinzione nel territorio alpino italiano agli inizi dell’Ottocento, cioè circa due secoli fa, quando solo poche decine di individui sopravvivevano nella reale riserva di caccia dei Savoia, l’attuale Parco Nazionale del Gran Paradiso. Oggi è, invece, relativamente facile vederli a quote abbastanza elevate sul versante orobico che va dalla Val Gerola al monte Legnone. Si tratta di una colonia ormai ben rappresentata in esemplari di tutte le età (una sessantina nella zona del Pizzo dei Tre Signori). Ogni volta che li
avvistiamo, ci rammentano che la montagna non è solo degli uomini, ma anche delle molte specie animali che la animano di una vita sempre diversa e sorprendente.
L'escursione comporta dalle tre alle quattro ore di cammino
nella prima variante, mezzora in più nella seconda, e richiede
un certo allenamento: non è quindi consigliabile che sia la prima
uscita dopo mesi di assoluto letargo invernale e primaverile.
Tteniamo presente tutto ciò, in modo che si avveri, per noi, l'augurio racchiuso nella denominazione del rifugio F.A.L.C.,
che è un acronimo dell'espressione latina Ferant Alpes Laetitiam
Cordibus, cioè Arrechino le Alpi gioia ai cuori.