Nel cuore del regno del Bitto

 

 
Anello di Gerola 1, 2, 3

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Gerola. Foto di M. Dei Cas Gerola Alta è uno dei centri orobici più conosciuti e belli. Posta, com’è, fra alta e bassa valle, a 1050 metri, rappresenta il baricentro della Valle del Bitto di Gerola, la più occidentale delle due grandi e celeberrime valli del Bitto (l’altra è quella di Albaredo).
Per salire a Gerola, bisogna imboccare, a Morbegno, la strada statale 405 della Val Gerola, staccandosi dalla ss. 38 dello Stelvio, sulla destra, al primo semaforo all’ingresso della cittadina (per chi proviene da Milano), e seguendo le indicazioni. Dopo 7 km di salita incontriamo il primo paese della valle, Sacco, e dopo 9 il secondo, Rasura. Superata la galleria del Pic, oltrepassiamo anche Pedesina (km 11,5) ed una seconda galleria nei pressi della val di Pai, ed alla fine siamo a Gerola (m. 1050), a 14,5 km da Morbegno. La strada porta direttamente alla piazza centrale del paese, dove ci accoglie l’antica trattoria Pizzo Tre Signori. Proseguendo, troviamo, sulla nostra destra, la bella chiesa parrocchiale di S. Bartolomeo, che ha assunto l’attuale aspetto dopo i restauri del 1796 e del 1928.
Il territorio comunale è molto articolato. Il suo confine settentrionale segue il solco di due valli, la Val di Pai (“val de pài”), ad ovest, e la Val Bomino (“val de bumign”), ad ovest, che convergono, a poca distanza, confluendo nella Valle del Bitto, nel punto in cui il grande dosso che scende dal monte Motta (“piàa de la mota”) passando per Nasoncio (“nasunc’”) precipita, a sua volta, nel fondovalle, in corrispondenza della diga dei Panigai (m. 700). L’angolo di nord-ovest di questo territorio è presidiato dal monte Rotondo (“ul redont”, m. 2496, dove convergono anche i confini dei comuni di Rogolo e Le Valli del Bitto viste dalla Costiera dei Cech. Foto di M. Dei CasPedesina), anche se sulle carte IGM è indicato un punto più a sud, la bocchetta di Stavello (“buchéta de stavèl”, m. 2201); sull’angolo di nord-est, invece, troviamo il pizzo Dosso Cavallo (“scìma de dòs cavàl”, m. 2066), al quale il confine sale, piegando ad est, dalla media Val Bomino, per poi seguire, assumendo l’andamento sud-sud-est, la parte alta del lungo dosso di Bema, che separa le due valli del Bitto (e, in questo tratto, i comuni di Gerola e di Bema), salendo, dunque, dal pizzo Dosso Cavallo al pizzo di Val Carnera (“piz de val carnèra”, m. 2113) ed al monte Verrobbio (“la scìma”, chiamata, invece, sul versante della Val Brembana “piz de véròbi”, m. 2139), dove si incontra con i confini dei comuni di Bema e di Averara (Val Brembana).
Piega, poi, verso sud-ovest, seguendo la linea del crinale e toccando il passo di Verrobbio (“buchéta de bumìgn”, m. 2026), le cime di Ponteranica (“piz de li férèri”, orientale, m. 2378, meridionale, m. 2372, occidentale, m. 2370) ed il monte Valletto (“ul pizzàl” o “ul valét”, m. 2371). Con andamento est-ovest, tocca il passo di Salmurano (“buchéta de salmüràa”, m. 2017), che si affaccia sulla valle omonima, confluente nella Val Torta, ed il limite settentrionale dello splendido altopiano roccioso dei Piazzotti. Piegando a sud-sud-ovest, passa, quindi, per la cima dei Piazzotti (“piz dul mezdé”), la cima dei Piazzotti occidentale (m. 2349) ed il passo Bocca di Trona (o bocchetta di Val Pianella, “buchéta de la val pianèla”, m. 2324). Riprendendo l’andamento verso ovest, raggiunge la bocchetta dell’Inferno (“buchéta de la val l infèren”, m. 2306), che mette in comunicazione le due valli dal medesimo nome (quella in territorio bergamasco appartiene al comune di Ornica). Con due brevi tratti verso sud e verso La piazza della chiesa a Gerola. Foto di M. Dei Casovest raggiunge l’angolo sud-occidentale del territorio comunale, suo punto di massima elevazione, la vetta del celebre Pizzo dei Tre Signori (“piz di tri ségnùr”, m. 2554), dove si incontrano i confini delle province di Sondrio, Bergamo e Lecco (dal Cinquecento al Settecento sotto il dominio rispettivamente delle Tre Leghe, della Repubblica di Venezia e del Ducato di Milano: di qui il suo nome).
Il lato occidentale del territorio comunale, infine, segue il crinale che separa la Val Gerola dall’alta Val Varrone e dell’alta Val di Fraina, passando per la bocchetta di Piazzocco (“buchetìgn dul bùgher”, m. 2252), la bocchetta di Varrone (m. 2126), la più importante bocchetta di Trona (“buchéta de truna”, m. 292, secolare porta di comunicazione fra Milanese-Valsassina e Valtellina), il pizzo Mellasc (“ul melàsc”, m. 2465), la cima Fraina (“piz de fòpa”, m. 2288), il “piz dul cumbàl”, (vetta non denominata sulle carte IGM, m. 2325), il monte Colombana (“ul pizzöl” m. 2385), la bocchetta di Stavello (“buchéta de stavèl”, m. 2201) ed, infine, il monte Rotondo (“ul redont”, m. 2496), dal quale siamo partiti circoscrivendo in senso orario il territorio comunale.
In tutto, 38,05 km quadrati, occupati da 4 grandi valli, che confluiscono nel solco principale della Val Gerola; da est, innanzitutto, la Val Bomino (“val de bumign”; poi la Val di Fenile (“val de fenìl”), che si apre, a sud, nelle splendide conche del lago di Pescegallo (“péscégàl dal làach”) e delle foppe di Pescegallo (“péscégàl li fòpi”) e nella val tornella (“trunèla”); quindi la Valle della Pietra (“val la préda”), che si apre, a sud, negli ampi alpeggi di Trona (“truna”) e nelle valli di Trona e dell’Inferno; infine, la Val Vedrano (“val vedràa”).
La chiesa di S. Bartolomeo a Gerola. Foto di M. Dei CasLe più belle montagne della valle, famose per la loro conformazione che ricorda i profili dolomitici, sono poste nei crinali che separano la Val di Fenile dalla Valle della Pietra. Fra le foppe di Pescegallo e la val Tornella si innalza la Rocca di Pescegallo, conosciuta anche con la denominazione di Denti della Vecchia “filùn de la ròca” o “dénc’ de la végia”), un insieme di cinque torrioni il più alto dei quali viene chiamato localmente “la ròca” (m. 2125). Il crinale fra la val Tronella e la Valle di Trona si articola in una serie di cime che salgono dal pizzo del Mezzodì (m. 2116) e dal torrione di Tronella (“piich”, m. 2311) alle formazioni della Mezzaluna (“li mezzalüni”), cioè il torrione di Mezzaluna (m. 2247), la cima di Mezzo ed il pizzo Mezzaluna (m. 2333), per terminare nella cima dei Piazzotti (“piz dul mezdé”). Fra Valle di Trona e Valle dell’Inferno, infine, si erge l’elegante cono del pizzo di Trona (“piz di vèspui”, m. 2510).
Si tratta di cime oggi ben note ad alpinisti ed escursionisti; curioso è, però, notare che gli abitanti di Gerola (“Giaröi”) le consideravano sotto un profilo diverso, utilizzandole anche come rudimentale meridiana: di qui le denominazioni di “piz de la matina” (letteralmente, pizzo del mattino, riferito al profilo unitario che assume la rocca di Pescegallo vista da Gerola), “piz dul mezdé” (pizzo del mezzogiorno, la Cima dei Piazzotti) e “piz di véspui” (pizzo del vespro, il pizzo di Trona), assegnate alle cime dalle quali il sole passa in questi tre diversi momenti del giorno.
Dal punto di vista geologico le cime di Gerola appartengono all’anticlinare orobica; le sue rocce sono costituire da un nucleo di duro gneiss, rivestito da uno strato, invece, assai più tenero e quindi modellabile dall’azione di vento ed acqua, uno strato di rocce sedimentarie, in gran parte originate da ciottoli pressati e cementati nel corso di milioni di anni. Questi ciottoli, a loro volta, ci parlano di un passato vertiginosamente lontano nel tempo. Dobbiamo trasporci, con l’immaginazione, a circa 250 milioni di anni fa, nel periodo Permiano, quando questa zona di alta montagna era in buona parte il Il lago dell'Inferno. Foto di M. Dei Casletto di grandi fiumi che difficilmente riusciamo a figurarci. Oggi, invece, ci propone il trionfo della fantasia creatrice degli agenti atmosferici, che ha dato vita ad una sequenza molto varia di piccole guglie e torrioni, accanto a cime dalla forma più regolare ed arrotondata. Queste rocce custodiscono anche il già citato minerale del ferro, che conferisce a molti luoghi quella tonalità rossastra così tipica e forse inquietante che spiega, per esempio, l’introduzione del toponimo “Inferno”.
Fra le bellezze naturali del territorio di Gerola non vi sono, però, solamente le cime, ma anche i laghi, alcuni dei quali, di origine naturale, sono stati sbarrati per costituire bacini artificiali dall’ENEL L’alta valle propone, infatti, da est il lago di Pescegallo (“làch de péscégàl”, m. 1865, oggi bacino artificiale), alle conche del lago di Pescegallo (“péscégàl dal làach”), il lago di Trona (“làc de trùna”, m. 1805, oggi bacino artificiale), in Valle di Trona, il loago Zancone (“làch sancùn”, m. 1856), poco a monte del precedente, nella medesima valle, il bellissimo lago Rotondo (“làch redont”, m. 2256), su un terrazzo glaciale della val Pianella (alta Val di Trona) ed il lago dell’Inferno (“làch l infèren”, oggi bacino artificiale, m. 2085), all’imbocco della valle omonima. Appena a sud dei confini di Gerola si pongono, infine, il lago dei Piazzotti ed alcuni microlaghetti vicini, nell’altipiano dei Piazzotti.
Una ricchezza di acque, non solo di laghetti, ma anche di torrenti (i “bit”) che giustifica il nome originario del paese, Santa Maria dell’Acqua Viva, mutato, poi, nel più triste Gerola (“giaröla”; triste in relazione all’etimo, da “gera”, deposito alluvionale; il nuovo nome derivò da un’alluvione del Bitto che Gerola. Foto di M. Dei Casdistrusse il paese nel secolo XIII). Una ricchezza di acque anche piovane: per la sua posizione prossima al bacino del Lario la Val Gerola fa registrare le precipitazioni annue più abbondanti fra le valli orobiche.
La comunità di Gerola è distribuita in diversi nuclei, attorno a quello centrale, denominato “la piazza”: a sud Fenile (“fenìl”), nella valle omonima, e, dagli anni Sessanta del secolo scorso, il Villaggio Pescegallo (“Péscégàl”), legato agli impianti di risalita; a nord Valle; ad ovest la Foppa (“la fòpa”), Case di Sopra (“cà zzuri”), distrutte da una valanga nel 1836, Castello (“Castèl”) e Laveggiolo (“Lavegiöl”); ad est Nasoncio (“nasunc’”).  
Le origini della comunità di Gerola risalgono probabilmente al secolo XII (la prima attestazio­ne sicura dell’esistenza della comunità di Gerola si trova in un atto rogato a Cosio del 1238), e sono legate all’arrivo nell’alta Valle del Bitto di abitanti dal versante orobico bergamasco, cioè dalla Valsassina, e soprattutto da Premana. Per questo motivo il paese è sempre stato un nodo di congiunzione importantissimo fra i due versanti orobici. Come scrive Cirillo Ruffoni, “la tradizione orale vuole che i primi abitanti di Gerola siano venuti dagli opposti versanti della Val Brembana e della Valsassina, per l’estrazione e la lavorazione del ferro e per dedicarsi all’attività dell’allevamento. I legami con i paesi d’origine sarebbero stati saldi per parecchio tempo, tanto che i morti venivano portati là per la sepoltura…va ricordato anzitutto che mentre per noi le montagne dividono, in passato non costituivano una barriera ed era frequente il fiorire di comunità che occupavano i versanti opposti. Il campanile della chiesa di S. Bartolomeo a Gerola. Foto di M. Dei CasNel caso specifico di Gerola…certamente i pascoli d’alta quota hanno costituito da sempre un’invitante risorsa e sono stati frequentati dalle comunità vicine”. (da: Cirillo Ruffoni - a cura di -, Inventario dei toponimi valtellinesi e valchiavennaschi. Territorio comunale di Gerola Alta, Sondrio, Società storica valtellinese, 1986; cfr. anche Cirillo Ruffoni, Gerola. La sua gente, le sue chiese, Monza, Moralese, 1995).
Il legame era, peraltro, favorito dall’antichissima via del Bitto, fondamentale nodo di transito fra la bassa Valtellina ed il lecchese, attraverso, appunto, la Val Gerola e la Valsassina: di qui, forse, passarono, in epoche molto più antiche, i popoli che, salendo da sud, colonizzarono per primi questo lembo della catena orobica, anche se non in modo permanente. Sembra che i primi siamo stati i Liguri, seguiti dai Celti e dagli Etruschi. Vennero, quindi, i Romani, ai tempi dell’imperatore Augusto. E, dopo di loro, venne la religione cristiana, predicata da S. Ermagora. Dopo la caduta dell’impero romano vennero i Goti, e dopo di loro i Longobardi, sconfitti dai Franchi: tutti passarono dalle valli orobiche, ed il valico della bocchetta di Trona era, fra tutti, il più praticato.
Poi venne il Medio-Evo, e, con esso, la colonizzazione duratura dei pastori di Val Brembana e Val Varrone, alla ricerca di pascoli e di ferro (nel territorio di Gerola numerosi sono i resti delle miniere di ferro, ai piedi delle cime di Ponteranica e nella zona compresa fra il pizzo di Trona, i laghi di Trona e dell’Inferno e l’alpe Trona Vaga; del resto il toponimo “truna” significa “cavità”, “galleria”). Non furono, costoro, probabilmente gli unici colonizzatori: si unirono a loro fuggiaschi dalla pianura per effetto delle invasioni germaniche e dei disordini e conflitti dei secoli successivi. Un elemento che spiega il potere attrattivo di queste zone d’alta montagna è quello climatico: il clima fu, nel medio Evo e nell’Età Moderna fino al 1600, più caldo rispetto all’attuale, il che favoriva gli insediamenti e le attività a quote relativamente alte.
Bastarono poche generazioni per trasformare un modesto villaggio di pastori in uno dei centri economicamente più vivaci dell’intera Valtellina. Già nel 1368, per la sua importanza, Gerola, che fino ad allora era stata soggetta alla giurisdizione della parrocchia di Cosio, se ne staccò. In quel secolo I pizzi di Trona e dei Tre Signori (sulla destra). Foto di M. Dei Casl’estensione dei terreni coltivati era già pressoché corrispondente all’attuale, e già erano abitati gran parte dei nuclei rurali.
La comunità di Gerola, con una popolazione complessiva che poteva aggirarsi intorno ai 400 abitanti, era istituzionalmente organizzata come Comune, al cui interno le famiglie dei Ruffoni e dei Curtoni primeggiavano per l’estensione dei possessi. L’organo principale del comune era l’assemblea dei capi-famiglia che si riuniva di norma una volta all’anno, nel mese di giugno, per discutere e decidere gli affari più im­portanti nella vita della comunità ed eleggere gli ammini­stratori. L’amministrazione comunale era retta da tre consoli, estratti a sorte da una rosa di diciotto persone ritenute idonee dalla comunità. I consoli sbrigavano gli af­fari correnti, rappresentavano il comune nelle riunioni della squadra di Morbegno, curavano i beni del comune. La ge­stione dei consoli era controllata da tre consiglieri o ragio­natti, che avevano il compito di tenere la contabilità e stila-re il bilancio di ogni anno. Gli stimatori, in numero di due, dovevano valutare i beni immobili e tenevano aggiornati i libri dell’estimo; ogni anno venivano nominati anche due campari. Tra i compiti dell’assemblea rientrava quello di ratificare la nomina dei sindaci della chiesa, di fissare le feste e di eleggere il parroco.
L’economia era incardinata nelle attività agricole (allevamento e coltivazione di orzo, miglio, segale e Lo sbarramento del lago dell'Inferno. Foto di M. Dei Cascanapa), ma vi svolgeva un ruolo non secondario l’estrazione e la lavorazione del ferro, che poi, nelle fucine di Milano, veniva utilizzato per forgiare spade, picche, alabarde e corazze. Un supporto importante all’economia era offerto anche dal taglio della legna, che alimentava le fornaci e veniva portato anche sul fondovalle, e dalle attività di tessitura, che riguardava i pezzetti, i panni di lana, le tele di canapa e le tele di lino.
Nei due secoli successivi, Quattrocento e Cinquecento, iniziò una significativa corrente migratoria da Gerola verso la Val di Sole e Verona, e più tardi verso Ancona, Livorno e Napoli. Il 1512 è un anno da ricordare: l’inizio della dominazione delle Tre Leghe sulla Valtellina fece di Gerola territorio di confine fra questa signoria e due altre importanti signorie, quella della Repubblica di Venezia, sul versante orobico della bergamasca, e quella del ducato di Milano, che raggiungeva la Val Varrone e la Val Fraina.
Ed è proprio un governatore di Valtellina per le Tre Leghe, Giovanni Guler von Weineck (1587-88), a descrivere la felice situazione delle Valli del Bitto, di Albaredo e Gerola nella sua opera “Raetia”, pubblicata a Zurigo nel 1616. “Da Morbegno si estende, in direzione di mezzogiorno, fra alti monti, fino alle vette del confine veneto, una lunga vallata, ben disposta e popolosa, la quale dal fiume Bitto che le percorre viene denominata valle del Bitto. Essa è così larga e così lunga che comprende ben sei comuni: la popolazione è bella, robusta, di florido aspetto, coraggiosa e ben costumata. Quivi non prospera la vite; ma tuttavia gli abitanti godono una grande agiatezza, perché traggono grossi guadagni dall’allevamento del bestiame, dalla lavorazione dei panni di lana, nonché da svariati mestieri Il lago Zancone. Foto di M. Dei Casche essi esercitano in diversi luoghi d’Italia. In questa valle si trova anche una certa pietra rossa e durissima con cui si fanno i mortai ed altri arnesi consimili…”
Di Gerola, in particolare, dice che è costituita da 12 frazioni, Piazza (il nucleo centrale), Ravizza, Castello, Laveggiolo, La Foppa, Teggiola, Case dei Mazzi, La Roia, Nasonchio, La Corna, Cassinelle e Fenile, e che le più antiche ed illustri famiglie sono quelle dei Ruffoni e degli Stella, immigrati da Verona, dei Foppa e dei Curti, detti anche Curtoni, dei Mazzi e dei Re, di origine francese. Molte famiglie illustri per uno dei centri più prosperi della Valtellina.
Una seconda testimonianza illustre è quella che ci è giunta dalla relazione che il vescovo di Como, di origine morbegnese, Feliciano Ninguarda, fece della sua visita pastorale in Valtellina del 1589. Di Gerola scrive di avervi trovato 140 famiglie, tutte cattoliche (il che corrisponde ad un totale di circa 700 abitanti).
Vennero poi tempi assai più foschi, quando la Guerra dei Trent’Anni fece della Valtellina un campo di battaglia di importanza strategica sullo scacchiere europeo, portandovi eserciti spesso avidi di saccheggio e, soprattutto, la terribile peste del 1629-30, che ridusse la popolazione valtellinese a poco più di un quarto e non risparmiò la Val Gerola: ci volle quasi un secolo per tornare a livelli di popolazione vicini a quelli precedenti (gli abitanti di Gerola erano, nel 1690, 618).
La ripresa vera e propria ebbe come scenario il Settecento, ma non impedì l’inizio di un flusso emigratorio di breve raggio, indirizzato, cioè, ai paesi del fondovalle (Cosio e Piantedo), che godevano dei benefici della bonifica dei loro territori di pianura. Alla fine del secolo (1797) gli abitanti di Gerola Il lago Rotondo. Foto di M. Dei Casassommavano ad 850, quando arrivò la bufera napoleonica, che portò non pochi rivolgimenti istituzionali, primo fra tutti la fine ufficiale della dominazione delle Tre Leghe.  
Nella prima ripartizione del dipartimento d’Adda e Oglio (legge 13 ventoso anno VI), il comune di “Girala” appartene­va al distretto di Morbegno. Nell’assetto definitivo della repubblica cisalpina, deter­minato nel maggio del 1801 (legge 23 fiorile anno IX), Gerola era uno dei settanta comuni che costituivano il distretto III di Sondrio del dipartimento del Lario. Con l’organizzazione del dipartimento dell’Adda nel re­gno d’Italia (decreto 8 giugno 1805), il comune di Gerola venne ad appartenere al cantone V di Morbegno, come comune di III classe, con 905 abitanti. Nel prospetto del numero, nome e popolazione dei comu­ni del dipartimento dell’Adda, secondo il decreto 22 dicem­bre 1807, il comune di Gerola, con 865 abi­tanti totali, figurava composto dalle frazioni di Gerola (365), Valle (100), Nasuncio (150), Case di Sopra (150), Ravisciano (100).
La piazza della chiesa ci offre un curioso segno lasciato da quel periodo. Anche qui giunse lo spirito dei tempi nuovi, cioè il soffio della storia e delle innovazioni conseguenti alla rivoluzione francese, diffuse in Europa, agli inizi dell’Ottocento, dalle armate napoleoniche. In particolare, il sistema metrico decimale: questo spiega l’esemplare di metro, inciso nel sasso, che si può osservare sulla facciata di una casa. La nuova unità di misura, cui la popolazione doveva familiarizzarsi, sostituiva la precedente, costituita dal braccio, di circa 76 centimetri (una traccia di questa trasformazione è rimasta nell’espressione “andare a braccio”, o “parlare a braccio”, cioè con una certa approssimazione). Anche Il lago dei Piazzotti. Foto di M. Dei CasNapoleone cadde; il metro, invece, rimase.
Nel 1815, dopo l’assoggettamento del dipartimento dell’Adda al dominio della casa d’Austria nel regno lombardo-veneto, Gerola figurava (con 987 abitanti totali, 863 da solo) comune principale del cantone V di Morbegno, unitamente al comune aggregato di Pedesina.
Al 1836 risale la più nefasta tragedia che si abbattè sulla comunità, come conseguenza dei massicci esboschi consentiti dalla legislazione del periodo napoleonico, contro le leggi di tutela dei boschi “tensi” in vigore nei secoli precedenti. Ecco cosa riferisce, al proposito, la Guida alla Valtellina edita dal CAI di Sondrio nel 1884: "Gerola subì nel 1836 una spaventosa catastrofe: essendosi in una notte di febbraio rovesciata sull'abitato una immensa valanga, la quale distrusse tre quarti del villaggio, e seppellì settantacinque persone. L'improvvido taglio di un bosco, collocato sopra il paese, fu la causa di questo sfascio di nevi".
L’ossario ottocentesco che si trova nei pressi della chiesa (oggi santuario in memoria dei caduti del lavoro) sembra evocare quella tragedia, e ci invita a meditare sul tempo che fugge e ci trascina con sé in questa fuga, approssimandoci inesorabilmente alla morte. Ecco, allora, gli immancabili teschi, che ricordavano e ricordano a tutti la fragilità e provvisorietà della vita umana. Ma la vita continuava, e Gerola, nel 1853, con le frazioni Castellaveggiolo, Piazza con Fenile e Nasuccio, contava una popolazione di 1.000 abitanti, ed apparteneva al distretto III di Morbegno.
Torrione della Mezzaluna e pizzo di Tronella. Foto di M. Dei CasCadde anche la casa d’Austria, e venne il Regno d’Italia, nel 1861: con esso il nome ufficiale del comune, che contava 1074 abitanti, divenne “Gerola Alta”, per evitare omonimie. La fine del secolo fu segnata, come in buona parte del resto della Valtellina, da un intensificarsi del flusso migratorio, diretto non solo al fondovalle, ma anche verso Stati Uniti ed Argentina.
Il Novecento portò la nuova carrozzabile che risaliva la valle da Morbegno, tracciata dal 1910 al 1927, e la costruzione dei grandi impianti idroelettrici che ancora oggi sono in funzione, promossa dalla Società Elettrica Orobica negli Anni Trenta. Nel secondo dopoguerra anche Gerola va, però, incontro al destino degli altri centri di media montagna, vale a dire al progressivo spopolamento in favore dei centri del fondovalle: la sua popolazione, che nel 1951 conta ben 1400 abitanti, decresce a 431 nel 1971, 320 nel 1986 fino ai 237 del 2006.
Oggi l’identità e la vitalità di questo centro sono legati al turismo ed all’attività zootecnica di qualità. Ecco, dunque, il nuovo villaggio turistico di Pescegallo, gli impianti di risalita, le molteplici proposte escursionistiche legate alla particolare bellezza dei luoghi  e ad una tradizione ancora viva che attrae un turismo attento alla riscoperta degli aspetti di un passato che non deve tramontare.
Ecco, dunque, la zootecnia di qualità negli alpeggi nei quali la vita dei pastori non è più così dura come un tempo, pur rimanendo un’attività fatta di grande passione e di grandi sacrifici. Ecco perché è così interessante visitare questi alpeggi, anche quelli abbandonati, soffermandosi, magari, presso le baite semidiroccate ed i calècc (termine composto da “cà”, cioè “casa”, e “lecc”, cioè “letto”), costituiti da una base di muri a secco, che venivano coperti da un telone quando il pastore, seguendo il giro della Dipinto sull'ossario di Gerola. Foto di M. Dei Casmandria, vi soggiornava temporaneamente, utilizzandoli anche come strutture nelle quali appendere il calderone (“culdera”) utilizzato per lavorare il latte e produrre il formaggio.
I molteplici alpeggi che fanno da corona al centro di Gerola descrivono un arco che, da nord-ovest a sud-est, comprende l'alpe Stavello, sopra Case di Sopra e San Giovanni, l’alpe Vedrano, sopra Laveggiolo, l’alpe Trona Soliva, in fondo alla valle della Pietra, le alpi di Pescegallo, sopra l’omonimo centro turistico invernale ed estivo, l’alpe Bomino, nella valle omonima.
Si tratta dei luoghi nei quali si produceva e si produce ancora il più famoso prodotto caseario della Valtellina, il formaggio grasso Bitto, con latte intero di mucca, cui viene aggiunto anche latte di capra. Le forme, con peso variabile dai 15 ai 25 kg, vengono prodotte e fatte maturare nelle casere degli alpeggi, per 70 giorni, dopo i quali sono pronte per il taglio, al quale si mostra un formaggio di colore giallo, con buchi radi ed a forma di occhio di pernice. Sono le particolari proprietà organolettiche delle erbe degli alpeggi (a loro volta legate al clima della valle ed all’abbondanza delle precipitazioni di cui gode: 1796 millimetri di pioggia media in un anno a Gerola, contro i 1242 a Morbegno, tanto per rendere l'idea) a conferire quel gusto particolarmente pregiato che ha fatto la fortuna di tale prodotto. Un prodotto cui gerola dedica, ogni anno, una sagra che ne rinnova meritatamente i fasti.

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(una versione Powerpoint della suddetta relazione è
disponibile richiedendola via e-mail all'autore)

- Cartina Kompass del Parco delle Orobie Valtellinesi
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas

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Ultima Modifica: Venerdì, 24 Agosto, 2007

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