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L’ascensione alla cima di Fraina rappresenta una facile
escursione che ha come meta una cima assai poco frequentata, ma sicuramente
interessante e remunerativa, per diversi motivi.
Innanzitutto l’impegno non è eccessivo, e l’incontro
con la val Vedrano, nella quale ci si deve inoltrare per raggiungerla,
porta a conoscere luoghi che conservano intatto il fascino di un passato
che qui non è ancora morto. Poi alla bocchetta di Colombana,
cui ci si affaccia, giunge un ramo del sentiero Cadorna, un pezzo di
storia che rimanda alla Grande Guerra. Dalla cima, infine, si gode di
un panorama bellissimo, soprattutto sulle Orobie bergamasche sud-occidentali.
Il monte si trova, infatti, sul crinale che separa la val Vedrano, importante
laterale occidentale della Val Gerola, dalla valle di Fràina,
tributaria della Val Varrone.
Base per l’ascensione è Laveggiolo, sopra Gerola Alta,
nel cuore della Val Gerola. La si raggiunge sfruttando la strada statale
405 della Val Gerola, che si imbocca a Morbegno, staccandosi dalla ss.
38 dello Stelvio, sulla destra, al primo semaforo all’ingresso
della cittadina (per chi proviene da Milano), e seguendo le indicazioni.
Dopo 7 km di salita incontriamo il primo paese della valle, Sacco, e
dopo 9 il secondo, Rasura. Superata la galleria del Pic, oltrepassiamo
anche Pedesina (km 11,5)
ed
una seconda galleria nei pressi della val di Pai, ed alla fine siamo
a Gerola (m. 1050), a 14,5 km da Morbegno. Dobbiamo ora, all’uscita
da Gerola, imboccare la strada che sale a Castello e Laveggiolo: la
troviamo sulla nostra destra, all’uscita dal paese, poco oltre
il cimitero.
Salendo, passiamo fra le case della contrada Foppa, prima di incontrare
il ponte che scavalca il torrente Vedrano, che si precipita con tutta
la sua furia da roccioni impressionanti. Proseguiamo, quindi, fino al
bivio per Castello; due stradine che portano alla piccola frazione si
staccano dalla strada principale sulla sinistra, in corrispondenza di
un tornante destrorso. Ripresa la salita, troviamo, sulla destra, la
deviazione che, come segnala un cartello, scende verso la località
Case di Sopra; ignorata la deviazione, proseguiamo sulla strada il cui
fondo, da asfaltato, si fa sterrato. Dopo un tornante sinistrorso e
appena prima del successivo destrorso, troviamo, appena a valle della
strada, il bell’oratorio di S. Rocco, edificato nel 1632 e restaurato
nel 1959. Molto bello è il panorama che si apre di fronte alla
facciata, soprattutto in direzione della valle della Pietra.
Avanti ancora, fino all’ultimo tornante sinistrorso, in corrispondenza
del quale si stacca, sulla destra, una pista secondaria che porta alla
località di S. Giovanni. Ignorata anche questa la deviazione,
eccoci finalmente alla bellissima frazione di Laveggiolo (m. 1471),
dove
possiamo lasciare l’automobile nel parcheggio nei pressi dell’edicola
del parco delle Orobie Valtellinesi. A pochi metri, parte la pista sterrata,
chiusa al traffico veicolare, che si dirige verso la val Vedrano.
Oltrepassata una bella fontana, raggiungiamo il punto nel quale, a 1541
metri, la pista si biforca: il ramo di sinistra scende al torrente Vedrano,
lo attraversa e prosegue in direzione sud, salendo sul fianco nord-orientale
del monte Piazzo. Noi seguiamo, invece, il ramo di destra, che si addentra
per un tratto nella bassa val Vedrano, in direzione delle baite del
Grasso (m. 1680). All’ultimo tornante destrorso prima che la pista
termini, a valle delle baite, troviamo, sulla sinistra, un sentiero
che si stacca dalla pista: imbocchiamolo, fino a raggiungere il punto
nel quale attraversiamo, da destra a sinistra, il torrente Vedrano.
Di fronte noi vediamo la soglia che ci separa dall’alta valle,
e che il sentiero risale sul suo lato sinistro (per noi). Il sentiero
si allarga, diventa una mulattiera che effettua un primo traverso a
sinistra ed un secondo a destra, superando torrentelli minori, prima
di affacciarsi all’alta valle. Non c’è che qualche
sbiadito segnavia rosso-bianco-rosso, ma non ci si può sbagliare.
Dopo aver superato una fascia di roccette e bassi arbusti, tocchiamo,
infine, i pascoli dell’alta val Vedrano, che ora si apre, verde,
silenziosa e solitaria, di fronte ai nostri occhi.
Guardando
verso destra vediamo uno sperone dietro il quale si nasconde la nostra
meta, la cima di Fraina.
Lasciamo, quindi, alla nostra sinistra alcuni ruderi, ripassiamo il
torrente, da sinistra a destra, ed in pochi minuti siamo alle baite
dell’alpe (m. 1946). Baite ben tenute, che non offrono un’impressione
malinconica. Forse nei loro pressi troveremo anche qualche cavallo.
In una bella giornata, la valle ci apparirà accesa da un verde
brillante. Guardando alle nostre spalle, in direzione nord, distingueremo
con facilità il monte Disgrazia; forse ci sarà meno facile
distinguere, alla sua destra, i pizzi Argient. Zupò e Palù
e, ancora più a destra, il pizzo Scalino e la cima Painale. Se
invece guardiamo verso sud, vediamo la cima regina della valle, il poderoso
pizzo Mellasc (m. 2465), che ci mostra il suo ampio versante settentrionale.
Ora abbiamo due possibilità per salire alla cima, che, ovviamente,
possiamo combinare ad anello. La prima sfrutta la bocchetta di Colombana,
che riconosciamo subito, proprio a monte delle baite dell’alpe,
ad est, a sinistra del già citato spuntone. La seconda sfrutta,
invece, un sentiero di cui non è facile individuare la partenza,
a monte delle baite, sulla destra (est-nord-est): lo distinguiamo, però,
in un tratto che, a mezza costa, è intagliato nella roccia.
Raccontiamo
il primo percorso. La salita alla bocchetta non presenta particolari
difficoltà, dal momento che può avvenire anche a vista.
Non ci si può sbagliare: la bocchetta è la piccola sella
erbosa sul crinale, alla nostra destra, quasi sulla verticale delle
baite. Risalendo il crinale erboso, che si fa più ripido nella
parte alta, troviamo anche una traccia di sentiero. La parte terminale
della salita è resa un po’ difficoltosa dalla pendenza:
appoggiandoci al lato sinistro, alla fine guadagniamo i 2206 metri della
bocchetta di Colombana.
Ci aspetteremmo, sul lato opposto, un versante altrettanto ripido. Ma
la montagna non è mai del tutto prevedibile. Ed infatti, ecco
uno splendido corridoio erboso, un cartello che segnala la bocchetta,
ed infine, pochi passi più avanti, uno splendido panorama sulle
Orobie sud-occidentali, i monti del basso Lario e, sullo sfondo, le
cime più alte delle Alpi Occidentali. Raggiungiamo il limite
del corridoio erboso: sotto di noi appare l’angusta val Fraina.
Nota cartografica: questa bocchetta di Colombana è più
a sud rispetto a quella segnalata dalle carte IGM e Kompass.
Pochi metri sotto, ecco la sede larga e regolare del cosiddetto sentiero
Cadorna, che dall’alpe Fraina sale alla bocchetta (si tratta del
ramo di sud-est; un secondo ramo, di nord-est, raggiunge invece la bocchetta
di Stavello, che si affaccia
sulla
val di Pai, laterale occidentale della Va Gerola posta immediatamente
a nord della val Vedrano. Questi manufatti rappresentano una parte importante
del sistema di fortificazioni voluto dal generale Cadorna lungo tutto
il crinale orobico durante la prima guerra mondiale, quando si temeva
che l’esercito austro-ungarico potesse violare la neutralità
svizzera, calare in media Valtellina dalla valle di Poschiavo e dilagare
poi in pianura padana. Il sentiero in realtà è una mulattiera
abbastanza larga da permettere il transito di pezzi di artiglieria.
Guardando con attenzione, possiamo scorgere anche la traccia che prosegue
sul corridoio erboso, e raggiunge alcuni manufatti, resti di fortificazioni
e punti di osservazione rivolti a nord, perché da là,
secondo quando si temeva, sarebbe potuta giungere la minaccia. Furono
timori che non si concretizzarono mai, ed ora solo questi pochi ma importanti
resti rimangono a testimoniare un passato che sembra tanto estraneo
allo spirito di pace e solitudine che regna in questi luoghi.
Se guardiamo a nord, vediamo, infine, la meta, l’erbosa cima di
Fraina, che riconosciamo per la croce che la sovrasta. Ad essa si dirige
la traccia di mulattiera, che si fa sentiero e ci porta, in pochi minuti,
ai 2288 metri della vetta. La croce,
come
segnala una targa, è stata posta nel 1986 dagli alpigiani di
Fraina: questa, in effetti, è un po’ la loro cima. Appena
sotto la croce, un’ulteriore postazione di osservazione.
Il panorama dalla cima è ancora più ampio di quello dalla
bocchetta. A nord, in primo piano, seminascosta dalla cima quotata m.
2325, vediamo il monte Colombana (m. 2385), anch’esso facilmente
raggiungibile da Laveggiolo, e, alle sue spalle, il monte Rotondo (m.
2496), immediatamente a nord della bocchetta di Stavello. A sinistra
del monte Rotondo, l’affilata cima del pizzo Alto (m. 2512), sulla
testata della val Lesina. Ancora più a sinistra, di nuovo, le
Orobie bergamasche occidentali, le cime lariane e, sullo sfondo, le
Alpi occidentali. Proseguendo in questa panoramica in senso antiorario,
torniamo sulla testata della val Vedrano, ed ecco di nuovo il poderoso
pizzo Mellasc. Più a sinistra ancora, intravediamo uno spaccato
della testata della Val Gerola, con il torrione della Mezzaluna, il
monte Valletto e le cime di Ponteranica. Verso est, la suggestiva fuga
di quinte delle Orobie centrali, che propongono un dedalo di cime nel
quale non è facile districarsi. A nord-est, infine, ecco di nuovo
la punta
Painale,
il pizzo Scalino, i pizzi Palù, Zupò ed Argient, i pizzi
Bernina e Scerscen ed il monte Disgrazia.
Davvero un panorama spettacolare, che ci siamo guadagnati dopo poco
più di due ore di cammino, necessarie per superare un dislivello
approssimativo di 820 metri. Raccontiamo come tornare per la seconda
via. Seguiamo per un tratto il crinale, fino ai resti di una casermetta.
Nei suoi pressi vedremo un sentiero che scende lungo il facile versante
erboso che conduce ad una splendida conca posta ad est della cima. Raggiunta
la conca, la traccia si perde.
Volgiamo, ora, a destra, dirigendoci verso un rudere ed un evidente
ometto posto sul limite meridionale della conca (ce n’è
un altro, collocato sul lato opposto). Raggiunto l’ometto, ci
affacciamo di nuovo all’alta val Vedrano e torniamo a vedere le
baite dell’alpe. Seguendo il marcato sentiero che parte dall’ometto,
scendiamo, infine, con facilità alle baite, e da qui ripercorriamo
l’itinerario di salita (prestando una qualche attenzione a ritrovare,
attraversato il torrente da sinistra a destra, la mulattiera, perché
nella fascia di roccette e bassa vegetazione non si riconosce facilmente
il suo punto di partenza: ad ogni buon conto,
memorizziamolo
durante la salita).