Da Gerola al rifugio salmurano, per la Val Bomino

 

 
Anello di Gerola
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Gerola. Foto di M. Dei Cas La valle del Bitto di Gerola, che ospita gli splendidi alpeggi dove nasce il più famoso formaggio di Valtellina, il Bitto, appunto, è, dopo la Val Lésina, la seconda grande valle orobica che si incontra percorrendo la Valtellina dalle sue porte occidentale verso la sua sezione mediana. Tuttavia nei secoli passati tale valle è stata legata al versante orobico bergamasco, alla Val Brembana, alla Valsassina ed alla Val Varrone, assai più che alla bassa Valtellina. E ciò fin dai suoi primi insediamenti: come scrive Cirillo Ruffoni, nell’introduzione al volume su Gerola della collezione degli inventari dei toponimi Valtellinesi e Valchiavennaschi, “la tradizione orale vuole che i primi abitanti di Gerola siano venuti dagli opposti versanti della Val Brembana e della Valsassina, per l’estrazione e la lavorazione del ferro e per dedicarsi all’attività dell’allevamento. I legami con i paesi d’origine sarebbero stati saldi per parecchio tempo, tanto che i morti venivano portati là per la sepoltura”. Viva rimase per molto tempo anche la tradizione dei matrimoni che univano giovani dei due versanti orobici, ed in particolare della Val Gerola e di Ornica. La storia politica si incaricò, poi, di dividere ciò che la storia delle genti La val Bomino. Foto di M. Dei Casaveva unito: agli inizi dell’età moderna, infatti, e precisamente dal secondo decennio del secolo XVI correvano, fra questi monti, i confini di tre diversi domini, quello della Lega Grigia, in terra di Valtellina, quello della Serenissima Repubblica di Venezia, sul versante della Val Brembana, quello, infine, della Spagna, signora del Ducato di Milano, in Valsassina ed in Val Varrone. Confini che si incontravano proprio sui 2554 metri della più alta delle cime della Val Gerola, che, per questo, prese il nome di Pizzo dei Tre Signori (“ul piz di tri ségnùr”, dove oggi si incontrano i confini delle province di Sondrio, Lecco e Bergamo).
In tre giorni un discreto camminatore può percorrere i luoghi più belli e suggestivi della civiltà del Bitto, lungo un percorso che può essere definito anello di Gerola Alta. Ecco il racconto della prima giornata, che inizia a Gerola e termina al rifugio Salmurano. Raggiungiamo Gerola Alta (“giaröla”, da “gèra”, ghiaia, con allusione alle devastanti alluvioni del Bitto, m. 1050), percorrendo la statale 404 della Val Gerola (per imboccarla, stacchiamoci a destra dalla SS 38 dello Stelvio al primo semaforo - per chi viene da Colico - di Morbegno). Il primo segmento dell'itinerario ci porta a risalire l'intera valle di Bomino, la più orientale Il laghetto di Verrobbio. Foto di M. Dei Casdelle quattro valli nelle quali l'alta Val Gerola si divide (le altre sono, da est ad ovest, la valle di Pescegallo o di Fenile, la val Tronella e la valle della Pietra), citata, per la prima volta, in un documento del 1343 (“in valle bomini”).
Per farlo dobbiamo imboccare la strada asfaltata che, poco prima di Gerola, si stacca dalla strada statale in direzione sud, raggiungendo, dopo Valle, la frazione di Nasoncio (“nasùnc”, m. 1080). Si tratta di un grazioso nucleo, già citato in un documento del 1321, che parla di una contrada “de Naxongio”, e collocato sulle propaggini dell'ampio dosso che scende dal monte Motta. Superate le cà de sot, dove si trova la chiesetta, le cà di bétée e le cà di tàrch, la strada diventa una carrozzabile sterrata che taglia, per un lungo tratto, il versante orientale dell’ampio dosso che scende dal monte Motta, portando ad un bivio. Qui ignoriamo la deviazione sulla sinistra, che scende al ponte sul torrente di Bomino e conduce al fianco occidentale del lungo dosso di Bema, e proseguiamo sulla pista principale, addentrandoci nella valle, fino alla prima baita dell'alpe Bomino Vago (m. 1524: l’alpe, privata, è denominata, nel dialetto locale, “bumìgn a vaga”; ricordiamo che “vago” significa “ombroso”, e si contrappone a “solivo”). Qui passiamo dal lato sinistro a quello destro idrografico della valle (dal destro Il sentiero passo di Verrobbio-Forcellino. Foto di M. Dei Casal sinistro, per noi che saliamo), seguendo il sentiero che supera la baita inferiore del Solivo (m. 1601, alpeggio anch’esso privato, denominato “bumìgn a sulìva”); scavalcate due vallecole laterali, saliamo decisamente verso la ben visibile depressione del passo di Verrobbio (m. 2026), fra la Val Bomino e la Val Mora (Val Brembana), chiamato, con voce dialettale, sul versante bergamasco, “ul pas de véròbi” e, su quello della Val Bomino, ”la buchéta de bumìgn”.
Il passo merita una sosta prolungata, perché presenta diversi motivi di interesse storico, naturalistico ed escursionistico. Nell’età moderna si passava, di qui, dal territorio governato dalla Lega Grigia a quello della Repubblica di Venezia, che comprendeva, fra i suoi domini, Bergamo ed il suo territorio. Ma troviamo, qui, anche altri segni di una storia più recente: si tratta delle opere di fortificazione costruite, per volontà del generale Cadorna, durante la Prima Guerra Mondiale, quando si temeva che un eventuale sfondamento degli Austriaci sul fronte dello Stelvio (o anche un’invasione dalla Valle di Poschiavo, con violazione della neutralità svizzera) avrebbe fatto assumere al crinale orobico un’importanza strategica per impedire che l’esercito austro-ungarico dilagasse nel milanese. Perlustrando l'ampia sella del passo, troveremo, infatti, i resti Le cime di Ponteranica. Foto di M. Dei Casdei camminamenti, degli edifici fortificati ed anche di una vera e propria grotta scavata nella roccia (lato est del passo), con feritoie per scrutare la valle di Bomino. Troviamo, infine, nei pressi del passo, un grazioso microlaghetto, che suggerisce pensieri più ameni e pacifici.
Al passo intercettiamo il sentiero che proviene, sulla nostra destra (ovest), dal passo del Forcellino e prosegue verso est, alla volta del passo di San Marco e dell'omonimo rifugio (si tratta di un segmento della Gran Via delle Orobie, e precisamente, della sua sezione occidentale, denominata Sentiero Andrea Paniga). Ora dobbiamo tagliare tutta l'alta val Bomino, percorrendo proprio questo sentiero, ma in direzione inversa, cioè verso ovest: perdiamo, così, quota per un centinaio di metri, per poi riguadagnarla e, superato un tratto assistito da corde fisse (ma non pericoloso), raggiungiamo il passo del Forcellino (m. 2050, “ul furscelìgn”), stretta porta scavata nel crinale roccioso che separa la valle di Bomino da quella di Pescegallo: qui una targa ci conferma che siamo sul sentiero Andrea Paniga.
Per cenge e balze in qualche punto un po’ esposte scendiamo, quindi, alla conca di Pescegallo, nella quale culmina la valle omonima. Il toponimo “pecegallo”, con le varianti “pezegallo” e pexegallo”, è già Il lago di Pescegallo. Foto di M. Dei Cascitato nel secolo XIV; esso, come la voce dialettale “péscégàl”, designa la parte alta della Valle di Fenile (denominata anche Valle di Pescegallo) e non ha niente a che fare né con i pesci (nonostante la presenza di un lago artificiale, il lago di Pescegallo, appunto), né con i galli, in quanto deriva da “pesc”, abete, e “gal”, il gallo cedrone, uno degli animali più tipici delle Orobie (simbolo del Parco delle Orobie Valtellinesi).
Scendendo, possiamo osservare, alla nostra destra, un evidente avvallamento, denominato “la cüna”, cioè “la culla”, con riferimento ad una leggenda secondo la quale qui sarebbe stato ritrovato un bambino allevato da una femmina di camoscio, e poi chiamato Spandrio. Il sentiero, ben segnalato e marcato, porta allo sbarramento artificiale dell’ENEL, che ha sostituito un preesistente laghetto. Siamo in un altro dei luoghi tipici della civiltà del Bitto, l’alpeggio comunale anticamente denominato “péscégàl dal làach”. La conca è dominata da una testata che, pur non proponendo vette di significativa elevazione, si caratterizza per le forme gotiche e bizzarre, quelle, da sinistra, del pizzo della Nebbia (m. 2243, denominato così non a caso: questa zona, come l’intero comprensorio delle montagne del Bitto, è, Il rifugio Salmurano. Foto di M. Dei Casinfatti, frequentata volentieri da dense foschie che salgono dalla bergamasca), delle tre cime di Ponteranica (“piz de li férèri”, orientale, m. 2378, meridionale, m. 2372 ed occidentale, m. 2370) e dell’inconfondibile dente del monte Valletto (“ul pizzàl” o “ul valét”, m. 2371).

Superiamo, quindi, la diga (m. 1865), percorrendone lo sbarramento, e proseguiamo la discesa tagliando un bel prato. Lasciamo alla nostra destra la traccia che scende per via diretta al Villaggio Pescegallo e ci ritroviamo sulla pista sterrata che scende con percorso più ampio al medesimo villaggio (m. 1454), punto di arrivo della linea di autoservizi che serve la Val Gerola. Lasciamo, però, ben presto la pista per imboccare, sulla sinistra, seguendo le indicazioni, un sentiero che attraversa un bellissimo bosco di radi larici e, puntando verso sud-ovest, termina nei pressi del rifugio Salmurano (m. 1848), sul limite dell’alpeggio comunale “péscégàl li fopi” (italianizzato in “Foppe di Pescegallo”). Il rifugio, collocato al termine della seggiovia che parte dal Villaggio Pescegallo, è il punto di arrivo della prima giornata di questa traversata delle Tre Signorie, giornata che comporta, prendendosela comoda (come peraltro si deve fare: siamo immersi in mondo che ci costringe a correre, almeno in montagna scegliamo un andamento lento), circa 6 ore di cammino (il dislivello La pista Pescegallo-Salmurano. Foto di M. Dei Casapprossimativo, in altezza, è di 950 metri).

Difficoltà
E
Dislivello
950 mt
Tempo
6 h



(una versione Powerpoint della suddetta relazione è
disponibile richiedendola via e-mail all'autore)

- Cartina Kompass del Parco delle Orobie Valtellinesi
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas

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Ultima Modifica: Giovedì, 23 Agosto, 2007

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