La val Vicìma è la prima laterale orientale importante
della Val di Tartano, ma appartiene interamente al comune di Forcola.
Non possiamo, quindi, mancare di visitarla, in un’ideale carrellata
delle mete escursionistiche che questo comune può regalare agli
appassionati delle orme sul sentiero. Teniamo, poi, presente che essa
rappresenta un’interessantissima porta fra la bassa Val di Tartano
e la Valmadre, perché, attraverso il passo di Vicima, posto in
fondo alla valle, possiamo scendere all’alpe di Bernesca e, di
qui, su una bella mulattiera, al versante orobico immediatamente a monte
di Colorina. Se a ciò aggiungiamo la presenza, sul versante della
Val Madre, poco sotto il passo, di un incantevole laghetto, quello di
Bernesca, possiamo ben dire che di motivi per salire in val Vicima ce
ne sono a sufficienza!
Innanzitutto, però, dobbiamo salire in Val di Tartano. Per farlo,
stacchiamoci dalla ss. 38, dopo il viadotto sul torrente Tartano e prima
di quello sul fiume Adda nel tratto fra Talamona ed Ardenno (se proveniamo
da Milano).
Ci
immettiamo, così, sulla strada provinciale Pedemontana Orobica,
che lasciamo, però, ben presto, deviando a destra, per imboccare
la strada, segnalata, per la Val di Tartano. La strada, costruita negli
anni Cinquanta del ‘900, si snoda sull’aspro fianco occidentale
del Crap del Mezzodì (m. 1031), inanellando 12 tornanti prima
di raggiungere Campo Tartano (m. 1049). Procedendo per circa mezzo chilometro
oltre Campo, in direzione di Tartano, troviamo una piazzola a lato della
strada, sulla destra, con un tavolo per la sosta.
Pochi metri oltre parte, sulla sinistra, il sentiero per la Val Vicima.
Dal primo tratto del sentiero si domina la bassa Val di Tartano, con
Campo Tartano, mentre sul versante opposto della valle si vedono le
case di Postareccio. Si può intercettare la mulattiera, nei pressi
di una cappelletta, anche salendo per un ripido e breve sentierino che
parte dalle case della frazione Ronco, dove si trova anche un parcheggio
dove si può lasciare l’automobile. La salita avviene su
una bella mulattiera, che regala alcuni suggestivi colpi d’occhio
su Campo Tartano, prima di condurre al crinale di un dosso, dove una
piccola radura permette una piacevole sosta,
rallegrata
dal dolce profilo delle betulle. Dal dosso lo sguardo raggiunge, sul
fondo della Val Lunga, il passo di Tartano, sormontato da una grande
croce.
Il sentiero si inoltra, quindi, sul fianco settentrionale della valle
e raggiunge una cappelletta che sembra posta a guardia del pauroso dirupo
che si apre, alla nostra destra, sul fondovalle. Il sentiero, infatti,
è largo, comodo ed in questo tratto quasi pianeggiante, ma esposto
su questo dirupo: da qui scorgiamo anche l’audace ponte di Vicima,
che, sulla strada che porta a Tartano, supera la selvaggia forra della
bassa Val Vicima. Sul lato opposto, cioè a monte, possiamo osservare,
invece, la più rassicurante presenza di un bel bosco di abeti
e faggi.
Riprendiamo la salita: ben presto si raggiungono le baite di Vicima
(m 1505), a monte dei ripidi prati che la sapienza contadina ha saputo
sfruttare da tempi immemorabili. Continuiamo, fino ad un secondo gruppo
di baite (m. 1619), che raggiungiamo dopo aver superato un piccolo corso
d’acqua ed aver attraversato una fascia di bassa vegetazione,
dove ignoriamo una deviazione che si stacca dal sentiero sulla nostra
destra,
scende
al torrente della valle e si porta sul suo lato opposto, per raggiungere
l’alpeggio del Barghèt: potremo utilizzare questo itinerario
al ritorno. Usciamo, quindi, definitivamente allo scoperto e nella salita
successiva incontriamo una fascia di bassa vegetazione, costituita soprattutto
dagli ontani verdi (una presenza spesso temuta dall’escursionista,
in quanto nasconde, in molti casi, la traccia di sentiero: non però,
in questo caso).
Ci stiamo affacciando all’alta valle, e troviamo, sulla nostra
sinistra, a quota 1763, un primo gruppo di baite, prima di scendere
sulla destra ad attraversare il torrente e, superata un’ultima
balza, giungere in vista dell’ampio pianoro terminale dell’alpe
di Vicima, dove, a 1933, troviamo la baita utilizzata dai caricatori
dell’alpe. Tenendo la sinistra (per noi) della valle senza però
guadagnare quota, aggiriamo il recinto che delimita lo spazio riservato
agli animali e percorriamo a vista il pianoro: manca, infatti, una vera
e propria traccia di sentiero.
Superata un’ultima baita, risaliamo il fianco del gradino roccioso
che ci separa dallo strappo finale.
Siamo
sempre sul lato sinistro della valle, spostati verso il centro, quando
affrontiamo il sentiero ben marcato che, con qualche stretta serpentina,
conduce infine al passo (m 2234), riconoscibile anche da lontano per
il grande ometto e la croce che lo sormontano. Questo itinerario potrebbe
anche essere chiamato il sentiero degli ometti, dal momento che ne incontriamo
diversi, e di ragguardevoli proporzioni, lungo il percorso. Alcuni sono
posti in corrispondenza di luoghi importanti, un passo, un dosso, e
quindi hanno la funzione di permettere l’orientamento in condizioni
di scarsa visibilità. Ma in altri casi, come in quello degli
ometti dell’alpe del Gerlo, che incontreremo nella seconda parte
dell’escursione, la loro funzionalità appare assai meno
chiara, e forse deve essere legata a qualche motivo simbolico-rituale
che ci sfugge interamente. Quel che è certo è che questi
manufatti, che risalgono ad epoche antichissime, rimangono come muti
testimoni di una civiltà di cui ben poco sappiamo e la cui suggestione,
proprio per questo, accompagna, come un’ombra enigmatica ed inquietante,
i nostri passi nel cammino.
La
salita fino al passo richiede circa tre ore, necessarie per superare
un dislivello approssimativo di 1100 metri in salita. Oltre il passo
di Vicima (che segna anche il confine del territorio del comune di Forcola),
troviamo subito, sulla destra, una traccia di sentiero che comincia
a salire, fino ad una bocchettina, un po’ insidiosa insidiosa,
dalla quale si può tornare in Val di Tartano, scendendo, con
percorso da affrontare con grande cautela, all’alpe del Gerlo.
Lasciamolo, però, alla nostra destra e proseguiamo, scendendo
per un breve tratto alla conca sottostante, fino ad affacciarci su un
pianoro più ampio, dove, inatteso, ci appare il bellissimo laghetto
di Bernasca (m 2134), dominato, sulla destra, dalla mole del monte Seleron.
Il sentiero, con qualche tornantino, ci permette di scendere alle sue
rive. Il luogo, nascosto e tranquillo, regala un’impagabile senso
di pace e di armonia. Ci sentiamo, qui, riconciliati con il mondo, o
forse, semplicemente, in un altro mondo, nel quale l’eco di quello
che quotidianamente ci circonda, e talora ci assale, neppure giunge.
Raccontiamo, ora, per chi disponesse di due automobili, come tornare
al fondovalle valtellinese effettuando un’affascinante traversata
del fianco occidentale della Valmadre.
Raggiunto
il lato opposto del laghetto (quello orientale) e percorso un breve
tratto, giungiamo a vedere, sulla nostra destra, lo sperone roccioso
denominato Pizzolo e, nei suoi pressi, una baita ristrutturata di recente
(m. 2093). Siamo sul limite superiore di destra dell’alpe di Bernasca,
nella valle omonima, laterale della Val Madre. Dobbiamo ora scendere
al suo limite inferiore di sinistra, con una diagonale che lascia alla
nostra destra il Pizzolo ed oltrepassa la casera di Bernesca (m. 1982)
ed il Baitone (m. 1887), fino a raggiungere l’ultima baita, intorno
a quota 1800. Dalla baita troviamo un sentiero (all’inizio poco
evidente, poi più marcato) che prende a sinistra ed in breve
giunge a guadare il torrentello della valle, per poi proseguire, in
una fascia di bassa vegetazione, con alcuni ampi tornanti.
Poi il sentiero si allontana dal solco della valle, puntando decisamente
a nord e raggiungendo, dopo una breve salita, un bel bosco di abeti,
dove piega ancora, questa volta a destra, e comincia una lunga discesa,
che ci fa perdere 600 metri circa, sul crinale di un largo dosso compreso
fra la valle Sciesa, alla nostra destra, ed un vallone laterale della
valle del Pizzo, alla nostra sinistra.
Dopo
un primo breve tratto di discesa, attraversiamo la radura della piana
(m. 1650 circa). Il sentiero prosegue con le sue serpentine all’ombra
di un fiabesco ed incantevole bosco di abeti. Curiosamente, né
la carta IGM né quella della Kompass lo segnalano.
Alla fine, poco sotto il rudere della baita Caprile (m. 1141), il sentiero
volge a sinistra (attenzione a non perdere la svolta proseguendo verso
il fondovalle: ci si ritroverebbe ai margini di un dirupo) ed iniziando
l’ultimo lungo traverso sul fianco occidentale della bassa Val
Madre, selvaggio e scosceso. Attraversiamo, così, il solco dell’aspra
ed impressionante valle del Pizzo (che scende dal versante nord-orientale
del pizzo di Presio), proprio nel tratto in cui un salto roccioso forma
un’interessante cascata del torrentello (dopo piogge abbondanti
o in tarda primavera non si potrà evitare di ricevere il fresco
spruzzo dell’acqua che precipita dal salto). Superato un secondo
e più modesto vallone, che scende anch’esso dalle pendici
del pizzo, ritorniamo a luoghi meno selvaggi: ci ritroviamo, infatti,
nell’amena pianeta di Sovalzo (o Soalzo), ad 859 metri, dove ci
accoglie un’edicola del Parco delle Orobie Valtellinesi.
E’
l’inizio della fine, e di una fine un po’ monotona dell’escursione:
dobbiamo, infatti, percorrere un tratto su una carrozzabile sterrata,
che si immette in una seconda sterrata la quale, a sua volta, si congiunge
con la strada principale che sale da Colorina (chi volesse effettuare
l’anello in senso inverso tenga presente che per raggiungere Sovalzo
ci si deve staccare da questa strada alla terza traversa a sinistra).
Non abbiamo altra alternativa che percorrerla in discesa fino al paese,
che raggiungiamo dopo aver oltrepassato la bella chiesetta della Madonnina
(m. 414).