Sostìla. È un po’ il cuore, un cuore antico,
dell’intero microcosmo di Forcola. Una leggenda narra che il paesino
venne fondato da alcuni soldati tedeschi in fuga. Non sappiamo se vi
sia un fondamento storico, e dove collocarlo. La sua origine si colloca
probabilmente nel Medioevo, ma non sappiamo esattamente quando.
Probabilmente salirono fin nel cuore della val Fabiolo contadini per
cercare terre più salubri rispetto a quelle paludose del piano,
e nel contempo abbastanza “fuori mano” per sfuggire alle
razzie delle soldataglie. Certo è che Sostila acquisì
una certa importanza e notorietà, sul versante orobico della
bassa Valtellina, all’inizio dell’età moderna. Un
viaggiatore che veniva d’oltralpe, Guler von Weineck, passando,
all’inizio del Seicento, per Forcola menziona solo due luoghi:
S. Gregorio, snodo strategico dell’antica strada di Valtellina
(qui si poteva prendere il traghetto per passare dall’una all’altra
riva dell’Adda) e, appunto Sostila: “Sopra S. Gregorio,
sorge il piccolo villaggio di Sostila”. Non dice di più,
ma in quelle parole c’è tutto. C’è un microcosmo
nel microcosmo, una piccola comunità che per secoli ha vissuto
nel duro confronto con una montagna avara, cui si è però
sempre
mostrata grata e fedele; c’è un piccolo paese quasi abbarbicato
ai ripidi prati sul fianco occidentale della val Fabiolo, ad 821 metri,
a monte dell’attuale abitato della Sirta, alle spalle di una gola
apparentemente inaccessibile e ad un’ora e mezza di cammino circa
dal fondovalle.
Una comunità viva, orgogliosa della propria identità (ancora
oggi, alla Sirta, chi è originario di Sostila ci tiene a precisarlo),
con tanto di scuola elementare ancora fino alla fine degli anni Cinquanta
del secolo scorso (la scuola elementare, con una pluriclasse, venne
chiusa solo nel 1958; prima funzionava regolarmente, con un’insegnante
che risiedeva nel paese). Qualche numero può aiutare a capire
la parabola di questa comunità: li prendiamo dalla bella pubblicazione
“Sostila e la Val Fabiolo”, di Natale Perego, edita da Bellavite
(Missaglia) nel 2002. Nel 1928 a Sostila risiedevano 120 persone, mentre
una dozzina d’anni dopo, nel 1936, persone erano 96 (divise in
16 famiglie). Nel secondo dopoguerra, e precisamente nel 1951, troviamo
a Sostila 9 famiglie e 57 persone complessive, ridotte a 4, con 14 persone
complessive, dieci anni dopo, nel 1961.
Dietro
i freddi numeri c’è un mesto declino, un forzato abbandono,
ma non la perdita di memoria o delle proprie radici. Oggi a Sostila
non risiede più nessuno per tutto l’anno, ma, a partire
dalla primavera, non è difficile imbattersi in qualche persona
che sale per respirare un po’ di aria buona, per tirarsi fuori,
per fare una bella polentata. D’estate, poi, qui c’è
molta gente, e si raggiunge l’apice dell’afflusso la prima
domenica d’agosto, quando si celebra la festa della Madonna della
Neve, cui è dedicata la chiesetta del borgo. Allora viene parecchia
gente anche da fuori, ed il paese sembra troppo piccolo per accogliere
tutti. Ma ci si stringe, ed è una festa che rinnova profumi e
sensazioni di altri tempi. Il paese, come già detto, è
ad un’ora e mezzo di cammino dalla Sirta, e non vi è modo
di raggiungerlo se non a piedi, sfruttando la storica mulattiera della
val Fabiolo, la storica via di accesso alla Val di Tartano. Raccontiamo
come ciò può avvenire.
Si parte dalla Sirta: lasciata la macchina nei pressi della chiesa parrocchiale
di S. Giuseppe (m. 289), si sale per un tratto alle spalle della chiesa,
fino alle case più alte del paese, dove troviamo un cartello
che segnala la “via alla Sostila”.
È
l’inizio di una bella mulattiera, sulla quale hanno transitato
generazioni e generazioni di contadini, ma che è servita per
secoli anche come via della transumanza per le mucche che dovevano raggiungere,
d’estate, gli alpeggi della Val di Tartano. La mulattiera procede
per un buon tratto verso destra, oltrepassando una prima cappelletta,
poi, sempre rimanendo sul versante orobico che guarda alla Valtellina,
sul fianco settentrionale del Crap del Mezzodì, svolta a sinistra
(est), e sale fino alle soglie della gola terminale della val Fabiolo.
Una gola che pare inaccessibile, a chi la guardi dalla piana della Selvetta,
ma che si apre quel tanto che basta perché la mulattiera ne oltrepassi
il fianco occidentale, correndo a ridosso del fianco strapiombante della
montagna.
Possiamo, da qui, intravedere il pauroso salto terminale del torrente
Fabiolo. Un torrente che, per il resto, sembra scorrere tranquillo,
senza ulteriori salti, accompagnandoci, con la sua presenza discreta
ed il suo mormorio sommesso, per il prosieguo della salita. E pensare
che, in tempi remotissimi, quando ancor occhi d’uomo non potevano
essere testimoni di ciò, per questa valle scorreva il ben più
consistente torrente Tartano, che poi deviò il suo corso, scendendo
più ad ovest e generando il conoide oggi ben visibile ad est
di Talamona.
Ma
non ci inganni l’apparenza: al momento opportuno anche il Fabiolo
tira fuori le unghie, come accadde, non molti anni fa, nella nefasta
estate del 1987, quando unì la sua voce al coro rabbioso dei
torrenti che, nella notte fra sabato 17 e domenica 18 luglio, scaricarono
sul fondovalle la loro nera ira, in un’alluvione di dimensioni
storiche. E qualcosa di simile era accaduto anche in passato, tanto
che gli abitanti della Sirta, convinti che le rovinose piene del torrente
fossero frutto di una congiura di spiriti malefici, accolsero con sollievo
la coraggiosa battaglia che un sacerdote epico, don Abbondio della Patrona,
decise di ingaggiare contro l’armata oscura del male. Una notte,
si racconta, risalì, da solo, l’intera valle, e, giunto
a Campo, raccontò, visibilmente scosso e provato, di aver avuto
visioni terrificanti, che dimostravano quanto la valle fosse sotto il
tallone di forze demoniache, tanto da sconsigliare di frequentarla anche
di giorno. Nel 1911 scese di nuovo a dar battaglia a queste forze, che
avevano ingrossato a dismisura il Fabiolo. Lui, uomo in carne ed ossa,
affrontò, con le armi dello spirito, spiriti che, a quanto pare,
si avvalevano di armi molto concrete, come nodosi bastoni.
Per
questo vinse nello spirito, ma fu profondamente segnato nel corpo, tanto
uscirne con la salute minata.
Mentre rivolgiamo il pensiero al mistero di questa valle, che sembra
incombere con le sue tormentate pareti sopra la nostra testa, abbiamo
raggiunto un primo arcano e ciclopico masso erratico, e, poco oltre,
il ponte “d’inem la val”, cioè all’ingresso
della valle, ed una seconda cappelletta, che lo sorveglia. È,
questo, un secondo importante incontro con il mistero: narrano, infatti,
che dal sentiero alla nostra sinistra, oltre il ponticello, che conduce
(sentiero che scende da Lavisolo, sul versante orobico ad est della
Sirta, sopra la Caurga), scendevano strane processioni notturne, di
figure misteriose di cui le incerte luci delle candele che tenevano
in mano non rivelavano il volto. Si imbattè in una di queste
un tal Gaspare, che tornava, nottetempo, a Campo. Una delle figure gli
chiese di reggere una candela, e lui lo fece, senza fiatare, perché,
per la paura, non ne aveva più neppure la forza. La processione
risalì l’intera valle, fino alla chiesa di Campo Tartano,
e si disperse. Rimase lui solo, con la candela in mano. Il mattino dopo
si accorse, però, che non di candela si trattava, ma della tibia
di un morto.
Interrogativi
e meditazioni sull’avventura di Gaspare ci accompagnano mentre,
ignorato il ponticello per Lavisolo, rimaniamo a destra del Fabiolo;
solo al ponte successivo passiamo alla sua sinistra e, dopo un’ora
o poco meno di cammino, raggiungiamo i prati di Bures, o Bores (m. 650),
dove la valle, aprendosi un po’, si lascia inondare di maggior
luce, ed assume un aspetto meno incombente. Qui troviamo un primo ponticello
che si permette di raggiungere le baite del maggengo, sulla destra del
torrente, dove si trova anche una terza cappelletta. Siamo sotto la
verticale di Sostila, che se ne sta quasi duecento metri più
in alto, dietro una bella selva di castagni. Già, il castagno:
siamo nel cuore della civiltà di questo albero assolutamente
essenziale per la magra economia contadina di sussistenza dei secoli
passati. La castagna, consumata fresca, oppure essiccata, oppure ancora
nella forma della farina che se ne ricavava, costituiva un elemento
insostituibile dell’alimentazione contadina. Non a caso il castagno
veniva chiamato, con voce dialettale, èrbul, dal latino arbor,
cioè albero, in quanto era l’albero per eccellenza.
Una
breve sosta alle baite dei Bures, e siamo pronti per l’ultimo
strappo. Possiamo imboccare il sentiero per Sostila tornando sulla mulattiera
principale e proseguendo per un breve tratto: tornati, grazie ad un
ponticello, a destra del Fabiolo, troviamo, infatti, sulla nostra destra,
la deviazione, segnalata, per la nostra meta. Lasciamo, quindi, la mulattiera,
che si avvia a descrivere una doppia curva ad “S”, e ci
incamminiamo sul largo sentiero che sale, con qualche tornante, nel
fresco bosco di castagni. Salendo, non possiamo non notare anche, su
un masso, un bassorilievo che raffigura il profilo di un volto umano.
È firmato “A. G. Fierro 1995”. Il volto, seminascosto
dalle foglie, sembra guardare da una lontananza enigmatica una lontananza
ancora più profonda. Poco oltre, un piccolo rosario arrotolato
su un rametto è come il segno di una devozione che vuol rimanere
viva anche se gli esseri umani sembrano disertare queste zone. È
come il segno di una preghiera che sembra proseguire ancora, quasi sospesa
nell’aria, anche senza labbra che la articolino. Poi, fuori del
bosco, ecco il lavatoio.
Ancora qualche passo, verso destra, ed ecco le prime case, che incontriamo
dopo circa un’ora e mezza di cammino, ed un dislivello approssimativo
superato in altezza di 530 metri.
L’impressione
non è quella di un abbandono: è come se gli abitanti si
fossero momentaneamente assentati, ma dovessero tornare da un momento
all’altro. Le case testimoniano di una civiltà che non
è ancora morta. Il progetto di un museo etnografico in una di
queste è anche una scommessa per un ritorno di interesse rispetto
a questa civiltà. Percorrendo la viuzza che attraversa il paese,
ci sorprende, come un’apparizione improvvisa, la bella chiesetta
dedicata alla Madonna della Neve, restaurata nel 1930 e decorata nel
1947, in una piazzetta che ospita anche un ossario. L’ossario
è decorato con un dipinto che rappresenta l’amaro calice
che Gesù si appresta a bere nel Getzemani e la pietà,
cioè Cristo morto fra le braccia della Madonna.
Accanto alla storia, la leggenda. Un tocco di leggenda inquietante,
legata alla fame di un tempo, che, come si dice, faceva vedere il male
anche laddove non c'era. Si narra, così, della "stria de
l'Era", o meglio di tre sorelle che vivevano, appartate e discrete,
in una casa solitaria ed erano frequentate da un giovanotto che aveva
la seria intenzione di fidanzarsi con una di loro. Ma di giovedì
non le trovava mai. Si appostò, dunque, un giovedì, per
scoprire il motivo della singolare assenza, sbirciò e le vide,
sul far della sera, staccarsi
la
testa dal busto, pettinarsi con cura i capelli, rimettersi la testa
a posto e volar via passando per la cappa del camino: erano streghe,
streghe che si recavano al sabba. Non è necessario aggiungere
che da allora si tenne accuratamente alla larga da loro.
Da Sostila non si aprono scorci panoramici particolarmente sorprendenti,
ma, guardando verso nord, scorgiamo uno spicchio significativo del versante
retico, con le alpi Scermendone e Vignone in primo piano, ed i Corni
Bruciati che occhieggiano, alle loro spalle. Guardando, invece, ad est
distinguiamo, sul selvaggio fianco orientale della valle, i prati della
località Motta e, un po’ più in alto, a sinistra,
quelli dove si trova la caratteristica casa rotonda. Appena fuori del
paese, il piccolo cimitero: la mulattiera gli passa accanto, e poi prosegue
per la frazione dell’Arèt, prima di piegare a sinistra
e di salire alle case più alte, quelle del Prato. Siamo ormai
a ridosso della piccola sella di quota 977, che separa la val Fabiolo
dal versante occidentale del Crap del Mezzodì, che guarda sulla
bassa Valtellina.
Dalla
sella il colpo d’occhio sulla bassa Valtellina e l’alto
Lario è davvero una rivelazione: l’angusto orizzonte di
una valle che sembra quasi richiusa su se stessa, gelosa custode del
suo antichissimo mistero, è come squarciato, e tutto sembra allargarsi,
dilatarsi, in un respiri che sorprende. La sorpresa forse ci impedisce
di scorgere che questa piccola sella è anche un trivio: alla
nostra sinistra parte, infatti, il sentiero che risale il crinale fino
al Culmine di Campo (m. 1301), sopra Campo Tartano, mentre alla nostra
destra parte il sentierino che porta al pianoro sommatale del Crap del
Mezzodì (m. 1044); davanti a noi, infine, un terzo sentiero sembra
inabissarsi in un canalone poco invitante. È, questa, una seconda
possibile via per raggiungere Sostila.
Il sentiero proviene dalla frazione Dosso di sopra, presso Campo Tartano,
ma lo possiamo intercettare dalla strada che sale a Campo Tartano prima
che raggiunga il paese, e precisamente dopo il decimo tornante, destrorso,
in corrispondenza di una statuetta della Madonna e di una fermata dell’autoservizio.
Vediamo, a monte della strada, la partenza di un ripido sentierino,
che sale ad intercettare un sentiero che proviene da destra, cioè
dal Dosso di sopra. Proseguiamo, quindi, verso sinistra, dentro una
macchia, incontrando anche qualche tratto esposto (massima attenzione!),
prima di raggiungere il cuore del canalone che adduce alla sella: volgendo
a destra e salendo quasi a ridosso del selvaggio fianco roccioso del
Crap del Mezzodì,
alla
fine usciamo dalla macchia proprio in corrispondenza della sella di
quota 977. Una facile discesa ci porta, infine, a Sostila, dopo circa
40-50 minuti di cammino.