In cima alla val Fabiolo

 

 

Somvalle. Foto di M. Dei Cas Il nucleo di Somvalle (m. 1082) rappresenta una sorta di avamposto del comune di Forcola all’imbocco della Val di Tartano, a sinistra della strada che porta a Tartano, appena oltre Campo Tartano. La denominazione significa “alla sommità della valle”, ed infatti le case sono nei pressi della sella di Campo, il panoramicissimo terrazzo erboso in corrispondenza del quale la val Fabiolo termina, confluendo nella bassa Val di Tartano. La val Fabiolo (denominazione che significa "valle del piccolo faggio"), infatti, è l’unica, fra le valli orobiche di dimensioni medio-grandi, a non raggiungere la testata della catena montuosa.
Per raggiungere Somvalle possiamo, ovviamente, munirci ai automobile, salire a Campo Tartano dopo aver superato i 12 tornanti della carrozzabile quasi intagliata sul fianco occidentale del Crap del Mezzodì e proseguire per poche centinaia di metri: poco oltre il cimitero, infatti, troviamo, sulla sinistra, la deviazione che porta nel cuore del paese (ad 11 km e mezzo circa dalla ss. 38). In questa sede, però, dobbiamo raccontare come arrivarci a piedi. Per farlo è necessario, semplicemente, risalire l’intera val Fabiolo. Somvalle. Foto di M. Dei CasNon è un’impresa epica, dal momento che si tratta di superare circa 790 metri di dislivello in poco più di due ore di cammino. È, dunque, una bella escursione, che consente di gustare in tutta la sua estensione la più misteriosa e selvaggia fra le valli orobiche.
La partenza è nel cuore della Sirta, dove possiamo lasciare l’automobile: poco sopra la chiesa di San Giuseppe (m. 289), infatti, presso le case alte nella parte destra (occidentale) del paese, troviamo l’indicazione della “Via alla Sostila”, che altro non è se non la lunga mulattiera che si inoltra nella valle, per poi risalire sul suo fianco occidentale e raggiungere il paesino. È singolare immaginarla come via: effettivamente un tempo essa, però, era assai più transitata di oggi, ed effettivamente era un’importante via di transito. Nel primo tratto la mulattiera effettua un traverso verso destra (ovest), passando accanto alla prima delle cinque cappellette che incontreremo nella salita lungo la valle. Sul suo lato destro distinguiamo la figura di San Rocco, il santo protettore degli appestati, la cui devozione è legata ad uno dei morbi più temuti, in passato, fra le genti di Valtellina, soprattutto nel secolo XVII.
La Sirta. Foto di M. Dei CasPresso la cappelletta si trova anche una baita solitaria, denominata “la casina”, che aveva, un tempo, la funzione di essiccatoio per le castagne. Siamo, infatti, nel cuore della civiltà del castagno, con voce dialettale “èrbul”, dal latino “arbor”, albero, come dire che il castagno era l’albero per eccellenza, i cui frutti erano essenziali nell’economia contadina di sussistenza. Poi, una brusca curva ed una lunga diagonale verso destra, prima che la mulattiera si affaccia alle soglie della valle, in corrispondenza della sua paurosa forra terminale. Prima di raggiungerla, però, superiamo un punto panoramico assai felice, il Baach, dal quale, protetti da un muretto, possiamo dominare le case della Sirta, quasi raccolte intorno al caratteristico cupolone della chiesa parrocchiale.
A destra, vediamo bene, da qui, il roccione della Caurga, che sembra incombere sull’abitato. Forse potremo scorgere qualche figura umana aggrappata agli spigoli della parete di gneiss (o granito metamorfosato): si tratta di arrampicatori impegnati su una delle molte vie di questa ottima palestra, una delle più conosciute e classiche della Valtellina. Un tempo, invece, non amavano divertimenti così pericolosi: chi passava di qui, e soprattutto i giovani, preferiva lanciare grida acute (“gìgui”, con voce dialettale), La mulattiera per la val Fabiolo. Foto di M. Dei Casun po’ per gioco, un po’ per gara, un po’, forse, per vedere se la Caurga potesse, quasi miracolosamente, rimandarne l’eco. Dopo aver provato le nostre capacità vocali, proseguiamo, scendendo leggermente e piegando a destra: entriamo, così, nella valle, lasciando alla nostra sinistra la gola terminale.
Entriamo nel suo cuore ombroso e freddo: dal torrente Fabiolo sale alla mulattiera un respiro gelido, che pervade l’ombra che ci circonda. Superata la stretta della bassa valle, approdiamo ad una sezione un po’ più ampia, ma sempre chiusa da pareti strapiombanti e selvagge. Da quale di queste pareti sarà precipitato l’enorme masso che incontriamo ben presto a lato della mulattiera? La domanda non ha risposta, ma il santino che è quasi pudicamente abbarbicato alla sua parete parla dell’antichissimo timore delle genti di montagna nei confronti delle scariche che dai pendii, improvvise e violente, potevano seminare morte fra animali e uomini.
Poco oltre, ecco la seconda cappelletta (detta "d'inèm la val", cioè all'ingresso della valle) , nella quale è raffigurata una Madonna incoronata con Bambino. È la cosiddetta “Sosta del Sasso”, o, con nome dialettale, la “Posa del Sas”: la denominazione si riferisce alla consuetudine di La Posa del Sas. Foto di M. Dei Casapprofittare della presenza delle cappellette per sostare, riprendere le forze e rivolgere, con una preghiera, il cuore al cielo. A sinistra della cappelletta si trova anche un ponticello che porta al sentierino che, tagliato con una diagonale un po’ esposta il selvaggio fianco orientale della valle, sbuca poco a monte di Lavisolo, tornando sul versante orobico che si affaccia sul fondovalle valtellinese. Da questo sentiero, racconta una leggenda, scendeva talora una processione di morti, al lume di sinistre candele, che saliva, poi, fino alla Sponda.
Noi ignoriamo la deviazione e rimaniamo a destra del torrente, proseguendo sulla mulattiera che presenta un fondo ben lastricato, fino ad incontrare un ponte in cemento che ci porta sulla parte sinistra. Si tratta del “punt de li carnasci”, cioè delle rocce, con riferimento al versante roccioso dal quale è scesa la frana che vediamo alla nostra sinistra appena oltre il ponte.
Ci stiamo avvicinando al primo nucleo di baite, il maggengo di Bures, posto a 650 metri, in un punto in cui la valle, finalmente, si apre e ci regala una luminosità inaspettata. Un nuovo ponte, sulla nostra destra, ci permette, se lo desideriamo, di visitare più da vicino le baite, poste sul limite di ripidi prati. Troviamo anche una cappelletta dove è raffigurata, di nuovo, una Madonna con Bambino. Baite dei Burse. Foto di M. Dei CasTornati sulla mulattiera, continuiamo a salire, fino a trovare, segnalata da un cartello, la partenza, sulla destra, del sentiero che sale a Sostila, il più caratteristico borgo della valle, posto a monte dei Bures.
Ignorata la deviazione, varchiamo di nuovo il torrente su un ponticello, riportandoci alla sua destra e proseguiamo in direzione di una nuova stretta: raggiungiamo infatti un punto nel quale la mulattiera raggiunge il fianco di nuda roccia della valle, ed effettua una decisa svolta a sinistra, assumendo la direzione est. Poi, una nuova svolta a destra ci porta di nuovo ad assumere la direzione sud. Un nuovo ponte, con una bella architettura a schiena d’asino, ci riporta alla sinistra del torrente.
Entriamo, poi, in una selva, di faggi e pini, dove si trovano, disseminati, anche alcuni massi erratici. L’atmosfera è misteriosa, quasi magica. Sulla nostra sinistra parte, ma non è facile trovarlo, il sentiero che sale al maggengo della Motta, sul fianco orientale della valle. Usciti dalla selva, giungiamo in vista della meta: la sella terminale è davanti ai nostri occhi, La mulattiera fra i Bures e la Sponda. Foto di M. Dei Casma prima dobbiamo attraversare il maggengo della Sponda (m. 909), dove la mulattiera corre delimitata da una serie di grandi massi.
Troviamo qui la quarta cappelletta, ed una terza Madonna con bambino. Questa, però, è del tutto particolare: le sue fattezze, ed anche quelle del bambino, rimandano, con sorprendente realismo, ai tratti della gente contadina, come se i contadini della Sponda, o della vicina Campo Tartano, avessero effettivamente posato per il pittore che operò nel 1862. Questa osservazione può farci sorridere, mentre le leggende legate a questo luogo possono darci un sottile brivido: si dice che anticamente una frana abbia proprio qui seppellito un’allegra compagnia di buontemponi, che si era attardata in canti e danze. Pare che i buontemponi, anche nell’aldilà, non abbiano rinunciato a danzare, nelle notti d’estate, tenendo in mano piccoli lumini che ne segnalano la presenza ai contadini fin dalla sella di Campo.
La mulattiera piega, poi, leggermente a sinistra, avvicinandosi all’impressionante salto dal quale cade, con una bella cascata, il Rio d’Assola, che scende dalla valle omonima. Il ponte a schiena d'asino. Foto di M. Dei CasInizia, infine, una serie di tornanti che ci consentono di vincere l’ultimo dislivello, prima di approdare al prato della sella, a 1080 metri circa, a sinistra della frazione Ca’ ed a destra di Somvalle.
Qui troviamo l’ultima cappelletta, il “Gisöl dul zapel de val”, cioè la cappelletta della stretta della valle, con una quarta raffigurazione di Madonna con Bambino. È qui che la valle finisce, quasi si spegne, dolcemente, naturalmente, mentre si apre il ben più ampio ed aperto scenario della Val di Tartano. Ma anche alle nostre spalle il panorama è bellissimo. Dominiamo con lo sguardo la parte più alta della val Fabiolo, e distinguiamo il maggengo della Motta.
Sullo sfondo, alle spalle delle alpi Granda e Scermendone, l’imponente teoria delle cime del gruppo del Masino, che propone, da sinistra, la cima del Calvo, o monte Spluga, le cime della Merdarola, i pizzi Badile e Cengalo, i pizzi del Ferro, la cima di Zocca, la cima di Arcano, la cima degli Alli, la punta dell'Averta ed i Corni Bruciati. Restano nascoste, però, alcune fra le cime più famose, come la cima di Castello, la punta di Rasica, i pizzi Torrone ed il monte Disgrazia. Dopo un breve tratto su un sentierino, raggiungiamo La Sponda. Foto di M. Dei Casla strada asfaltata che, percorsa verso sinistra, ci porta alle case di Somvalle, dove troviamo un’antica pace e l’antico sguardo di persone le cui vite affondano ancora le loro radici nella montagna. E troviamo anche una gentile fontana.
Forse non ne disprezzeremo il fresco dono, dal momento che camminiamo da due ore o poco più, ed abbiamo superato circa 790 metri di dislivello in altezza.
Una nota bibliografica, per concludere: troveremo diverse notizie sulla al Fabiolo nell'agile volumetto "Sostila e la val Fabiòlo", di Natale Perego, edito da Bellavite (Missaglia) nel 2002.

Difficoltà
E
Dislivello
790
Tempo
2 h

La sella di Campo. Foto di M. Dei Cas



(una versione Powerpoint della suddetta relazione è
disponibile richiedendola via e-mail all'autore)

- Cartina Kompass del Parco delle Orobie Valtellinesi
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas

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Ultima Modifica: Domenica, 11 Febbraio, 2007

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