Sul fianco orientale della val Fabiolo

 

 

La Motta: una visione notturna. Foto di M. Dei Cas Il maggengo della Motta fa un po’ da contrappunto, sul fianco orientale della val Fabiolo, al più celebre paesino di Sostila, sul lato opposto. Si tratta di poche baite in una fascia di prati posti a 934 metri, un luogo poco frequentato, ma ricco di fascino. Innanzitutto per il bel panorama che si apre, soprattutto in direzione nord-ovest. Poi per i prati superiori, dove si trova uno dei luoghi più singolari delle Orobie valtellinesi, legato alla misteriosa e fascinosa presenza della Casa Rotonda. Infine per la bocchetta che permette di transitare, con una bella traversata, dal versante orobico che guarda alla media Valtellina al cuore della val Fabiolo, la valle dei misteri per eccellenza. Per raggiungere la Motta abbiamo due possibilità fondamentali.
La meno faticosa prevede come punto di partenza il versante orobico che guarda al fondovalle valtellinese. Con l’automobile possiamo salire fino ad Alfaedo (m. 803), e da qui cominciare la salita alla bocchetta di quota 1070, che adduce alla val Fabiolo, ma possiamo raggiungere anche una quota più alta, quella della località Ronco (m. 940), e da qui partire.
Alfaedo: la chiesa di S. Gottardo. Foto di M. Dei CasIn entrambi i casi ci dobbiamo prima portare alla Selvetta, lasciando la ss. 38 allo svincolo, in corrispondenza di un passaggio a livello, segnalato sulla destra (per chi provenga da Milano), che si trova fra Ardenno e S. Pietro di Berbenno, dopo lo svincolo per la Sirta. Raggiungiamo, così, il ponte sull’Adda, attraversato il quale entriamo in Selvetta. Salendo diritti, troviamo la partenza della strada per Rodolo ed Alfaedo, che sale inizialmente verso sinistra, e poi prosegue con una serie di tornanti. Seguendo le indicazioni ed ignorando le deviazioni per Rodolo, Alprato e Foppa, ci portiamo, dopo 5 km, ad Alfaedo.
Se cominciamo a camminare da qui, possiamo scegliere, per giungere al Ronco, due possibilità: seguire la pista sterrata che si stacca dalla strada, sulla sinistra, appena prima dell’ingresso ad Alfaedo, e staccandosene al primo svincolo a destra, ad un tornante destrorso, oppure seguire un sentierino che parte poco oltre la chiesa di S. Gottardo, subito dopo la prima casa ad ovest della chiesa. Il sentierino sale deciso nel bosco, fino ad intercettare la pista sterrata che conduce a Ronco. Ronco. Foto di M. Dei CasIn entrambi i casi, non ci si porta a Ronco, ma si imbocca un sentiero che se ne stacca sulla sinistra, passando vicine ad alcune baite abbandonate e salendo, ripido, in un bosco. Nell’ultimo tratto propone una serie serrata di tornantini, con alcuni tratti protetti, prima di condurre al corridoio della bocchetta di quota 1070, che si apre sul lungo crinale che scende, verso sud-ovest, dalla cima della Zocca alla Sirta. Iniziano qui i luoghi misteriosi.
Narra una leggenda che questo stretto passaggio fosse, in tempi lontani, presidiato da un temibile basalesk, un essere indefinito, un po’ lucertola, un po’ drago, un po’ gallo, che paralizzava i viandanti con il suo terribile fischio Ma da tempo non lo si sente più: non è sopravvissuto, forse, al disincanto del mondo contemporaneo.
Attraversiamo, dunque, senza timore la soglia della val Fabiolo. Ci affacceremo subito al prato della fiabesca Casa Rotonda. Una torretta, parrebbe, forse un’antica torretta di avvistamento ristrutturata. In realtà la casa fu progettata così da Giuseppe Toccalli, nel secondo dopoguerra. Dicono che fosse un tipo originale, che detestava i luoghi comuni, uno un po’ “matematico”, come si dice ancora oggi di una persona dalla quale non sai mai cosa ti puoi aspettare. Si domandò: ma perché tutti fanno le case quadrate? Se lo fanno, dovrebbe esserci un motivo. Il sentiero per la bocchetta di quota 1070. Foto di M. Dei CasMa non si capisce quale sia. Quindi non c’è. Quindi perché fare una casa quadrata? Detto fatto, coniugò magia e matematica: un connubio difficile, che però è lì, davanti ai nostri occhi, nell’affascinante ed elegante Casa Rotonda.
Anche le montagne vicine e lontane sembrano guardarla: a sud-ovest, a destra della sella di Campo, il Culmine di Campo, e, alle loro spalle, il pizzo della Pruna; più a destra, Sostila, la sella sopra Sostila ed il Crap del Mezzodì; dietro il Crap, ad ovest, l’alto Lario e le alpi Lepontine, sullo sfondo; a nord-ovest, la Costiera dei Cech; infine, ad ovest, la parte alta della valle di Spluga, con la cima del Desenigo, i passi di Primalpia e Talamucca ed il monte Spluga. Davanti alla Casa Rotonda e ad una baita che la affianca, un bel prato, delimitato da un muretto a secco.
Per scendere alla Motta, però, non dobbiamo procedere in direzione del bordo del prato, ma imboccare un sentiero ben visibile che inizia nella parte alta del prato: lo troviamo seguendo il muretto a monte dei prati. Con alcuni tornanti, che si snodano a ridosso del fianco roccioso della montagna, scendiamo, così, alle baite della Motta (m. 934). Se siamo partiti da Alfaedo, abbiamo camminato per circa cinquanta minuti, superando un dislivello approssimativo in altezza di 270 metri.
La bocchetta di quota 1070. Foto di M. Dei CasPiù lunga, ma anche più affascinante è la salita alla Motta dalla Sirta, per la val Fabiolo. La partenza è nel cuore della Sirta, dove possiamo lasciare l’automobile: poco sopra la chiesa di San Giuseppe (m. 289), infatti, presso le case alte nella parte destra (occidentale) del paese, troviamo l’indicazione della “Via alla Sostila”, che altro non è se non la lunga mulattiera che si inoltra nella valle, per poi risalire sul suo fianco occidentale e raggiungere il paesino. Nel primo tratto la mulattiera effettua un traverso verso destra (ovest), passando accanto ad una prima cappelletta. Sul suo lato destro distinguiamo la figura di San Rocco, il santo protettore degli appestati, la cui devozione è legata ad uno dei morbi più temuti, in passato, fra le genti di Valtellina, soprattutto nel secolo XVII.
Presso la cappelletta si trova anche una baita solitaria, denominata “la casina”, che aveva, un tempo, la funzione di essiccatoio per le castagne. Siamo, infatti, nel cuore della civiltà del castagno, con voce dialettale “èrbul”, dal latino “arbor”, albero, come dire che il castagno era l’albero per eccellenza, i cui frutti erano essenziali nell’economia contadina di sussistenza.
La Casa Rotonda. Foto di M. Dei CasPoi, una brusca curva ed una lunga diagonale verso destra, prima che la mulattiera si affaccia alle soglie della valle, in corrispondenza della sua paurosa forra terminale. Prima di raggiungerla, però, superiamo un punto panoramico assai felice, il Baach, dal quale, protetti da un muretto, possiamo dominare le case della Sirta, quasi raccolte intorno al caratteristico cupolone della chiesa parrocchiale. A destra, vediamo bene, da qui, il roccione della Caurga, che sembra incombere sull’abitato. Forse potremo scorgere qualche figura umana aggrappata agli spigoli della parete di gneiss (o granito metamorfosato): si tratta di arrampicatori impegnati su una delle molte vie di questa ottima palestra, una delle più conosciute e classiche della Valtellina.
Proseguiamo, scendendo leggermente e piegando a destra: entriamo, così, nella valle, lasciando alla nostra sinistra la gola terminale. Entriamo nel suo cuore ombroso e freddo: dal torrente Fabiolo sale alla mulattiera un respiro gelido, che pervade l’ombra che ci circonda. Superata la stretta della bassa valle, approdiamo ad una sezione un po’ più ampia, ma sempre chiusa da pareti strapiombanti e selvagge. La Motta. Foto di M. Dei CasDa quale di queste pareti sarà precipitato l’enorme masso che incontriamo ben presto a lato della mulattiera? La domanda non ha risposta, ma il santino che è quasi pudicamente abbarbicato alla sua parete parla dell’antichissimo timore delle genti di montagna nei confronti delle scariche che dai pendii, improvvise e violente, potevano seminare morte fra animali e uomini.
Poco oltre, ecco una seconda cappelletta (detta "d'inèm la val", cioè all'ingresso della valle), nella quale è raffigurata una Madonna incoronata con Bambino. È la cosiddetta “Sosta del Sasso”, o, con nome dialettale, la “Posa del Sas”: la denominazione si riferisce alla consuetudine di approfittare della presenza delle cappellette per sostare, riprendere le forze e rivolgere, con una preghiera, il cuore al cielo.
A sinistra della cappelletta si trova anche un ponticello che porta al sentierino che, tagliato con una diagonale un po’ esposta il selvaggio fianco orientale della valle, sbuca poco a monte di Lavisolo, tornando sul versante orobico che si affaccia sul fondovalle valtellinese. Potremmo sfruttarlo per un bell’anello escursionistico, salendo alla Motta da Alfaedo, scendendo fino a qui lungo la val Fabiolo, rientrando sul versante orobico a Lavisolo e da qui tornando ad Alfaedo lungo Sirta: verso la mulattiera per la val Fabiolo. Foto di M. Dei Casla comoda mulattiera che sale dalla Sirta.
Per ora, tuttavia, ignoriamo la deviazione e rimaniamo a destra del torrente, proseguendo sulla mulattiera che presenta un fondo ben lastricato, fino ad incontrare un ponte in cemento che ci porta sulla parte sinistra. Si tratta del “punt de li carnasci”, cioè delle rocce, con riferimento al versante roccioso dal quale è scesa la frana che vediamo alla nostra sinistra appena oltre il ponte. Ci stiamo avvicinando al primo nucleo di baite, il maggengo di Bures, o Bores, posto a 650 metri, in un punto in cui la valle, finalmente, si apre e ci regala una luminosità inaspettata. Un nuovo ponte, sulla nostra destra, ci permette, se lo desideriamo, di visitare più da vicino le baite, poste sul limite di ripidi prati. Troviamo anche una cappelletta dove è raffigurata, di nuovo, una Madonna con Bambino.
Tornati sulla mulattiera, continuiamo a salire, fino a trovare un ponticello che ci riporta sulla parte destra rispetto al torrente e, segnalata da un cartello, la partenza, sulla destra, del sentiero che sale a Sostila, il più caratteristico borgo della valle, posto a monte dei Bures. Ignorata la deviazione, proseguiamo in direzione di una nuova stretta: raggiungiamo infatti un punto nel quale la mulattiera La mulattiera per la val Fabiolo. Foto di M. Dei Casraggiunge il fianco di nuda roccia della valle, ed effettua una decisa svolta a sinistra, assumendo la direzione est.
Poi, una nuova svolta a destra ci porta di nuovo ad assumere la direzione sud. Un nuovo ponte, con una bella architettura a schiena d’asino, ci riporta alla sinistra del torrente. Entriamo, poi, in una selva, di faggi e pini, dove si trovano, disseminati, anche alcuni massi erratici. L’atmosfera è misteriosa, quasi magica. Sulla nostra sinistra parte, ma non è facile trovarlo, il sentiero che sale al maggengo della Motta, sul fianco orientale della valle.
Per individuarne la partenza, prendiamo come punto di riferimento un corpo franoso che vediamo sulla sinistra: il sentiero lo taglia, più a monte rispetto alla nostra posizione. Dobbiamo quindi procedere ancora, fino ad una baita solitaria, la “Baita dul pradel”; una decina di metri prima, sulla nostra sinistra, troviamo, a quota 821, il sentiero, che, salendo con diversi tornanti in direzione nord, porta alle baite della Motta. La salita alla Motta per questa via richiede circa un’ora e tre quarti, e comporta il superamento di un dislivello approssimativo in altezza di 650 metri.
Come già detto questa via, descritta in salita, può essere, in parte, sfruttata per la discesa, fino al ponte d’inem la val, per poi salire a Lavisolo e da qui ad Alfaedo, chiudendo un bell’anello escursionistico che richiede Il sentiero Motta-Casa Rotonda. Foto di M. Dei Casun paio d’ore o poco più di cammino. Attenzione, però, in questo caso, ad alcuni punti esposti sul sentiero che dal ponte sale a Lavisolo.

Difficoltà
E
Dislivello
270 (da Alfaedo) o 650 (dalla Sirta)
Tempo
50 min. o 1 h e 45 min.

Ponte in val Fabiolo. Foto di M. Dei Cas



(una versione Powerpoint della suddetta relazione è
disponibile richiedendola via e-mail all'autore)

- Cartina Kompass del Parco delle Orobie Valtellinesi
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas

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Ultima Modifica: Domenica, 11 Febbraio, 2007

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