Il
sentiero attrezzato dal CAI di Como e dedicato alla memoria di Dario
Di Paolo è costituito da due rami: il primo
congiunge il rifugio Omio
al rifugio Brasca
attraverso il passo Ligoncio, mentre il secondo congiunge il rifugio
Omio al rifugio Volta
attraverso il passo della Vedretta meridionale.
Entrambi inziano, dunque (o terminano, a seconda del senso in cui li
si percorre) alla capanna Omio (m. 2100). Pochi metri alla sua sinistra,
infatti, i cartelli indicano la partenza del sentiero che porta alla
valle Merdarola per la bocchetta di Medaccio (sentiero che parte con
andamento pianeggiante) e del sentiero attrezzato Dario Di Paolo, che
invece comincia subito a salire verso sinistra.
Dopo poche decine di metri i due rami del sentiero attrezzato si dividono:
il primo sale con più decisione, mentre il secondo guadagna quota
più gradualmente, valicando un dosso erboso e fiancheggiando
il piede di un primo promontorio di granito, per poi tagliare gli ultimi
magri pascoli della val Ligoncio lasciando a distanza, sulla propria
destra, un secondo promontorio roccioso, che scende dalla Punta della
Sfinge e dal quale precipitano alcune cascatelle. Fin
qui possiamo ancora seguire una traccia di sentiero; nella rimanente
salita si tratterà invece di seguire gli abbondanti segnavia
rosso-bianco-rossi, che disegnano il tracciato su un terreno faticoso,
per lo più costellato di massi di tutte le dimensioni.
Il tracciato si porta sul fianco di un terzo promontorio roccioso, risalendo
poi il vallone alla sua destra, senza allontanarsi troppo dallo sperone.
Superata una grande placca, pieghiamo a sinistra e sormontiamo il promontorio,
con qualche semplice passo di arrampicata. Giungiamo così ad
una sorta di pianoro, disseminato di una quantità enorme di massi,
ed ignoriamo due indicazioni che segnalano la deviazione per salire
al pizzo Ligoncio.
Durante
questa parte della salita non possiamo mancare di ammirare il profilo
sempre diverso offerto dalla Punta della Sfinge ed il poderoso bastione
di granito sul quale essa si erge. La punta ed il bastione sono mete
classiche per gli scalatori, per cui non ci dovremo stupire se sentiremo
le loro voci sulla parete. Il pizzo Ligoncio appare invece molto meno
affascinante, con la sua mole tozza e la sua cima defilata.
Ci avviciniamo poi ad un'enorme placca di granito, solcata da rivoli
d'acqua, aggirandola a monte. Puntiamo quindi ad un quarto ed ultimo
promontorio, che risaliamo sul fianco, con qualche ulteriore semplice
passo di arrampicata, raggiungendone il piccolo pianoro sommitale. Inizia
l'ultimo tratto della salita al passo, che fin dalla partenza e per
gran parte del percorso rimane ben visibile ai nostri occhi, con il
suo profilo di larga V con alla destra una U più
piccola, sulla costiera che separa la val Ligoncio dalla val dei Ratti.
Ci troviamo ora davanti tre nevai più grandi, oltre a qualcun
altro più piccolo. Il primo lo lasciamo
alla nostra destra, mentre gli altri due li dobbiamo risalire (la pendenza
è peraltro abbastanza modesta). L'attraversamento del secondo
avviene in linea retta, non lontano dal suo margine sinistro. Eccoci
così finalmente al canalino terminale: i segnavia ci guidano
nell'ultima fatica in salita, e dobbiamo anche qui compiere qualche
semplice arrampicata. Un grosso masso che presidia il solco del passo
ci costringe ad una leggera diversione a sinistra, ma i 2840 metri del
passo sono ben presto raggiunti.
Possiamo finalmente vedere il versante opposto, e si apre davanti ai
nostri occhi tutto il versante centro-occidentale dell'alta val dei
Ratti, ma anche buona parte della media valle. Alle nostre spalle lasciamo
un panorama superbo: abbiamo davanti agli occhi l'intero arco delle
celeberrime vette del gruppo Masino-Disgra
zia,
dai Pizzi dell'Oro ai Corni Bruciati.
Sotto di noi, infine, si dispiega il pianoro terminale dell'alta val
dei Ratti, ed è uno spettacolo sorprendente: uno spazio enorme
disseminato caoticamente di massi grandi e piccoli. Basta
scendere di poche decine di metri per raggiungerlo, ma, amara sorpresa,
la discesa non è affatto semplice. Ci troviamo infatti subito
di fronte ad un passaggio molto delicato, perchè dobbiamo superare
una roccia esposta, che ci offre come appiglio uno stretto corridoio,
ed un saltino che ci permette di posare i piedi sulla roccia sottostante.
Ci sono le corde fisse, che assistono l'intera discesa, ma questo breve
passaggio richiede assolutamente che ci assicuriamo alle corde
con moschettoni e cordino. Se non disponiamo di questo equipaggiamento
o della necessaria preparazione, rinunciamo alla discesa, e consideriamo
la salita al passo come un'occasione rara per godere di uno spettacolo
panoramico superbo, offerto da uno degli osservatori più suggestivi
sul gruppo del Masino-Disgrazia. Ma, già che ci siamo, le raccomandazioni
non finiscono qui: anche la salita può riservare insidie; il
terreno erboso, per esempio, cela spesso buchi inattesi, e finirci dentro
ci può provocare infortuni anche seri; i sassi non sempre sono
immobili come pensiamo, per cui evitiamo di farci gravare sopra l'intero
peso del corpo senza previa verifica.
Poniamo comunque di essere scesi al pianoro, dall'aspetto un po' lunare:
a questo punto non ci resta che seguire con attenzione i segnavia, che
ci guidano nel suo attraversamento e nella successiva discesa, con qualche
cambio di direzione, ma senza eccessive difficoltà, fino al rifugio
Volta (m. 2212). Attenzione, però (e questo discorso vale anche
per la salita sul versante opposto): se c'è molta foschia e scarsa
visibilità, evitiamo questo sentiero, perchè non possiamo
appoggiarci ad alcun punto di riferimento e rischiamo di vagare a vuoto
o, peggio ancora, di finire sul limite di qualche dirupo. Se veniamo
investiti da un improvviso banco di foschia (cosa più facile
sul versante della val dei Ratti, che risente maggiormente delle correnti
umide lariane), non procediamo, ma aspettiamo che si ripristinino condizioni
buone di visibilità; se infatti perdiamo anche un solo segnavia,
rischiamo di non ritrovarci più.
La traversata, dunque, va effettuata in condizioni atmosferiche buone,
comporta un dislivello in salita di 740 metri (che si riducono a 638
se partiamo dal rifugio Volta) e richiede circa 5 ore.