Ecco la descrizione di un bel circuito di mountain-bike, interamente
su fondo asfaltato, o, anche, di una lunga camminata, che ci porta a
conoscere buona parte dei centri che costituiscono la costellazione
di Civo. Lo effettueremo in compagnia di un personaggio illustre, il
diplomatico ed uomo d’armi Giovanni Guler von Weineck, che fu
governatore della Valtellina nel 1587-88, e che, nell’opera “Raetia”,
pubblicata a Zurigo nel 1616, ne diede un’ampia descrizione, soffermandosi
in particolar modo su questi luoghi, per i quali traspare la sua particolare
predilezione. Daremo a lui la voce, via via che incontreremo i nove
campanili compresi nel nostro circuito: con un po’ di immaginazione,
non sarà difficile calarsi nell’atmosfera di quattro secoli
fa, quando questi borghi fervevano di un’intensa vita ed esprimevano
una civiltà contadina che ha modellato profondamente il territorio,
e di cui resta ancora abbondanza di segni.
Punto di partenza è la strada Morbegno-Dazio: la si raggiunge
staccandosi dalla ss. 38 dello Stelvio, al primo semaforo all’ingresso
di Morbegno (per chi viene da Milano) sulla sinistra (indicazione per
la Costiera dei Cech), varcando su un ponte il Bitto, superando una
rotonda e percorrendo un rettilineo fino al ponte sull’Adda. Oltrepassato
il ponte, dobbiamo prendere a destra, imboccando la strada citata, che
sale verso Dazio. Appena prima del primo tornante sinistrorso (dove,
prestiamo attenzione, vi è lo stop per dare la precedenza alle
auto che
vengono
dalla stradina che sale dal ponte di Ganda), troviamo, sulla sinistra,
uno spiazzo, e lì possiamo parcheggiare per dare inizio alla
pedalata (o alla camminata), da una quota di 250 metri. Decisione sicuramente
approvata dal nostro illustre compagno di viaggio, che non amerebbe
di certo vedere le strade a lui care percorse da rumorose e puzzolenti
scatole di metallo. Difficilmente pedalerà con noi, ma, montando
un buon cavallo, non stenterà certo a seguirci.
Dopo un lungo tratto verso ovest, affrontiamo il primo tornante destrorso,
e pedaliamo per un alto buon tratto in direzione nord-est, fino a trovare,
sulla sinistra, lo svincolo per Santa Croce. Lasciamo,
quindi, la strada per Dazio ed imbocchiamo quella che sale al primo
dei borghi toccato dal nostro circuito, Santa Croce, appunto (m. 447,
128 abitanti), posto nel cuore di una fascia di vigneti, con ottima
vista panoramica su Morbegno, la bassa Valtellina e le valli del Bitto.
Sul sagrato della chiesa parrocchiale, di origine secentesca, restaurata
nel 1933, si respira un intenso profumo d’antico, ed anche la
caratteristica Trattoria di Santa Croce contribuisce a conservare l’atmosfera
di paese, raccolta, un po’ sonnolenta, molto serena.
Ci attenderemmo qualche parola dal nostro illustre compagno di viaggio,
ma questi ci sorprende, tacendo. Quando, però, gli chiediamo
ragione del suo silenzio, è lui a stupirsi della nostra ignoranza:
“Al tempo nel quale scrissi delle cose di questa parte della Rezia,
codesto borgo ancora non esisteva”.
Bene,
abbiamo perso una buona occasione per stare zitti.
Ora, per darci un po’ di tono, prospettiamo una duplice possibilità
per salire alla prossima tappa, Civo, che da qui non si vede, posto,
com’è, in un bel terrazzo di prati che si nasconde alle
spalle del declivio a monte di Santa Croce. Se siamo su due ruote, dobbiamo
proseguire sulla stradina asfaltata che parte dal lato orientale (di
destra) del paese, mentre se siamo a piedi, ci conviene salire per via
più diretta, nel bosco.
Nel primo caso, ci troviamo, ben presto, ad un bivio: la strada di destra
prosegue verso est, fino alla frazione di Selva Piana (comune di Morbegno),
mentre quella di sinistra sale verso Civo. Prendiamo, dunque, a sinistra,
e, dopo otto tornanti, raggiungiamo il punto (m. 681) nel quale la stradina
si immette nella strada che da Serone (alla nostra destra) sale a Civo
(alla nostra sinistra, ovest). La stradina è molto bella, attraversa
luoghi che testimoniano dell’antichissima civiltà contadina,
come Prato Guido (m. 619), al penultimo tornante. Seguendo la strada
che sale da Serone, verso sinistra, raggiungiamo, infine, in breve,
il limite orientale di Civo, e ci ritroviamo proprio sotto la chiesa
parrocchiale di S. Andrea Apostolo.
Vediamo, invece, come fare per salire a piedi. In questo caso dobbiamo
portarci verso la parte opposta (occidentale) del paese, superando una
fontana; non imbocchiamo, però, la pista che sale verso Mello,
ma rimaniamo sulla stradina che propone un tornante a destra e sale
verso un gruppo di case alte. Appena dopo il tornante, troviamo, sulla
sinistra, una mulattiera che sale fra le vigne, raggiungendo le baite
alte della parte occidentale del paese. Passando in mezzo alle baite,
la mulattiera prosegue, alle loro spalle, con un bel
tratto
delimitato da due muretti a secco. Entrata in un bel castagneto, la
mulattiera diventa sentiero. Alcune frecce bianche contornate di rosso
ci aiutano a non perderlo. Il sentiero volge a destra, con un muretto
a secco che lo delimita a monte, fino al rudere di una grande baita.
Oltrepassato il rudere, saliamo ancora, fino ad una cappelletta isolata
(che, almeno nei mesi invernali, si vede da Santa Croce), con un bel
dipinto che rappresenta la Madonna secondo l’immagine dell’Apocalisse,
cioè come Donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi.
Una freccia rossa ci indica che il sentiero, qui, volge a sinistra,
fino ad un nuovo rudere, dove volge di nuovo a destra, uscendo dal bosco
ed approdando ai prati che precedono un tornante sinistrorso della già
citata strada asfaltata che da Santa Croce sale a Civo. Sulla sinistra
della strada troviamo una grande baita e, appena oltre, sulla sinistra,
una larga mulattiera che se ne stacca. Seguendola, incontreremo, sulla
destra, due cappellette. La cornice è davvero bella, silenziosa,
suggestiva: siamo circondati da castagni e betulle, e possiamo immaginare
l’innumerevole transito, nelle stagioni ormai tramontate, di passi
con il loro carico di fatiche, pensieri, preghiere. Dopo un buon tratto,
la mulattiera esce dal bosco e volge a destra: incontriamo una terza
cappelletta, sulla sinistra, e raggiungiamo, finalmente, le case sul
limite meridionale di Civo (m. 743, 219 abitanti).
Ci immettiamo sulla strada asfaltata e, raggiunto il centro del paese,
volgiamo a destra, verso la chiesa. E di fronte alla chiesa parrocchiale
di S. Andrea Apostolo ci fermiamo, stupiti dalla sua bellezza: se ne
sta staccata, ad est del paese, con uno splendido sagrato dal quale
si gode di un ottimo panorama. E, nella sosta, lasciamo che a parlare
sia il nostro compagno di viaggio: “…Civo…sorge quasi
a mezza montagna sopra il piano
dell’Adda
in un’amena conca; ivi passa in un valloncello un piccolo rivo
che serve per i mulini e per l’irrigazione. Questo villaggio è
assai antico ed in buona posizione: venne così denominato dal
suo fondatore Caio Livio, il quale, si dice, sia venuto dalla Grecia
in Italia con l’imperatore Teodosio ed abbia in seguito combattuto
contro i Goti sotto Silicone generale dell’impero romano; poi,
varcato il passo di Bormio, sia capitato col suo seguito in questa località
della Valtellina inferiore. E il luogo tanto gli piacque che egli e
i suoi vi fissarono la propria dimora; tanto più che nessuno
osava loro impedirlo, perché quel territorio era solo frequentato
da pastori nomadi, che si aggiravano qua e là fra la valle del
Tovate e il vallone di Bioggio, a seconda della opportunità dei
pascoli. Il nome del paese così sorto venne col tempo a ridursi
per brevità da due parole ad una sola, da Caio Livio trasformandosi
in Clivio…poiché ordinariamente Caio si scrive…C.;
e questo C., seguito da Livio, diede la forma Clivio. Fra i seguaci
di Caio Livio vi dovettero essere alcuni Greci, dai quali si dice discesa
la casata dei Greco, che ancora ai di nostri qui fiorisce, e numerosa,
a Mello…Sotto Civo c’è Acqua Marcia, pi Pratogrosso,
Civasca, Corlazzo e S. Agata, tutti in buona posizione vinifera”.
Quest’ultimo accenno ci fa sospettare che il nostro amico sia
un particolare estimatore del prodotto della vite, ma non glielo facciamo
notare. Gli facciamo notare, invece, un errore: non di S. Agata si tratta,
ma di S. Apollonia; ed aggiungiamo che non possiamo scendere a vedere
queste altre frazioni, anche perché sono in territorio di Mello,
ma dobbiamo proseguire verso est. Si adombra un po’, ma ci segue.
Imbocchiamo
la pista sterrata che corre appena a monte della chiesa, passando a
sinistra del piccolo cimitero ed a destra di una bella cappelletta.
Se guardiamo in alto, alle spalle della cappelletta, riconosceremo una
sorta di corno, sul limite della val Toate: si tratta della cima che
ospita la croce di Ledino, meta di un’interessante escursione.
Poco oltre, ecco, sulla destra, la solitaria chiesetta di San Bernardo,
dalla quale ottimo è il colpo d’occhio su Talamona e sulla
bassa Val Tartano. La pista, poi, prosegue attraversando una fascia
di prati pianeggiante ed entra in una selva, toccando una nuova cappelletta;
ne esce di nuovo e di nuovo rientra nella selva, prima di intercettare
dopo circa 1,2 km da Civo, la strada asfaltata che da Dazio sale a Caspano,
passando per Serone.
Ci ritroviamo proprio nei pressi del centro di questo piccolo borgo,
che pure, nonostante le sue ridotte dimensioni (59 abitanti, 719 metri)
è centro amministrativo del comune. Ci accoglie la bella chiesetta
dedicata a S. Rocco, che risale alla fine del Cinquecento. Ma non possiamo
soffermarci più di tanto: dobbiamo seguire, ora, la strada asfaltata
in salita.
Dopo 700 metri circa, ci accoglie, a valle della strada, sulla destra,
Naguarido (774 m., 23 abitanti), con la sua bella chiesetta
dedicata alla Beata Vergine, di origine settecentesca. Il nostro austero
compagno ancora tace, ed allora siamo noi a fornirgli un curioso ragguaglio.
Le donne di questo borgo, denominate
“Cecche
di Naguarido”, si sono, in passato, conquistate, nella zona, una
controversa fama di libertà di pensiero e di costumi, in quanto,
stanche di grondare sudore durante le fienagioni al solleone di luglio,
decisero, un bel giorno, di presentarsi nei campi…a gambe nude.
Lavorare va bene, avran pensato, ma soffrire inutilmente la calura per
un eccessivo senso della decenza e del decoro, questo no. L’aneddoto
suscita la viva curiosità del nostro, che tuttavia non si scompone,
e ci propone un breve fuori-programma: come non puntare all’illustre
frazione di Roncaglia, anche se non si trova sul nostro cammino?
Lo accontentiamo volentieri e, oltrepassata Naguarido, appena prima
di Chempo, ci stacchiamo, sulla sinistra, dalla strada per Caspano,
imboccando quella per Poira di Civo. Dopo una breve salita, eccoci in
vista della splendida chiesa prepositurale di S. Giacomo di Roncaglia
di Sopra (m. 895), edificata nel 1654 e consacrata vent’anni
più tardi. Una chiesa splendida, con un sagrato molto ampio,
circondato da 14 cappellette nelle quali sono raffigurate scene della
Via Crucis. Il nostro ci rivolge uno sguardo carico d’orgoglio,
quasi a voler dire: guardate quali splendidi capolavori d’arte
ha saputo creare quella civiltà di cui ebbi il privilegio di
essere testimone diretto.
Quel che effettivamente dice è, invece, questo: “Al disopra
del Dosso Visconte, a circa millecinquecento passi da Caspano, sorge
il popoloso villaggio di Roncaglia, in un terreno pianeggiante cui sovrasta
una foresta; al disotto poi di Roncaglia, fra il torrente Tovate e Cermeledo,
s’incontrano sei frazioni: Tovate, Chempo, Naguarido, Sirone,
Vallate, Cerido. In questo territorio si alleva molto bestiame e si
produce un genere speciale di piccoli caci squisiti, i quali sono
assai
rinomati e si esportano qua e là anche in paesi lontani. Fra
Caspano e Roncaglia corre impetuoso il torrente Tovate per una forra
del monte; e quivi si scava un marmo eccellente che viene condotto a
Morbegno, a Traona e ad altri paesi circonvicini per adornare porte
e finestre; è bello e piacevole alla vista, ma assai duro da
scalpellare. Gli abitanti di Roncaglia, come i terrieri di Mello, discendono
dagli abitatori di Civo, dai quali si sono separati, venendo a dissodare
queste terre e dalla loro opera assunsero il nome attuale. Roncaglia,
infatti, può provenire dal dialettale roncà (dissodare,
liberare il terreno dal pietrame)”. Ci colpisce che egli usi il
tempo presente, ma non gliene chiediamo ragione, supponendo che per
lui tutto ciò di cui ci informa sia ancora una realtà
viva.
Torniamo, ora, alla strada Serone-Caspano, e riprendiamo a salire. Ci
si presenta subito Chempo (808 m., 40 abitanti, ad
un chilometro da Serone), con la secentesca chiesetta di San Carlo.
Facile intuire l’origine del suo nome: dalla voce dialettale “chemp”,
che significa “campo”.
Oltre Chempo, la strada scavalca, su un ponte, il torrente Toate, e
ci porta, alla fine, alle soglie di Caspano (875 m.,
225 abitanti, a 2 km da Serone). Gli occhi del nostro si illuminano,
si inumidiscono: si capisce che considera, e a buon diritto, Caspano
come la perla di questo territorio. Quel che ne dice è di per
sé
eloquente:
“Il grande e rinomato borgo di Caspano…situato com’è
a mezza altezza fra Dazio e la parte superiore della montagna, gode
di una larga vista, così verso la Valtellina inferiore come verso
la Valtellina di mezzo; di fronte ha sotto i suoi occhi la ridente piana
di Dazio. Questo luogo era in origine abitato da pastori; ma verso il
1250, quando infierivano tremende le lotte fra i Guelfi e i Ghibellini,
Domenico Paravicini figlio di Straccia, sopraffatto dal prevalere dei
nemici, si rifugiò nella Valtellina con un servo e con tutto
il denaro e i tesori che poteva trasportare, arrivando su questi monti
che a lui non dispiacquero. E poiché la torre dei Paravicini,
sua ordinaria residenza che sorgeva non lungi da Lecco, durante la sua
assenza era stata abbattuta dai Ghibellini milanesi e tutti i suoi beni
erano stati distrutti, si decise a passare la sua vita quassù,
dove, edificandovi un palazzo, diede origine al borgo di Caspano. Dal
suo matrimonio egli ebbe nel 1259 un figliuolo che egli chiamò
Montanaro…da Domenico e Montanaro discendono adunque i Paravicini
di Caspano, i quali per la benedizione avuta da Dio crebbero a dismisura
di numero, propagandosi quassù ed in altri luoghi, così
in Valtellina che fuori…
In Caspano risiede parecchia nobiltà: alcuni hanno conseguito
il dottorato in entrambe le facoltà, altri sono valenti nella
carriera delle armi e nella politica. Durante la stagione estiva, quando
avvampa la canicola, così per questo motivo come per l’aria
corrotta che esala dalle paludi e dagli altri miasmatici pantani, i
paesi
giacenti al basso nella pianura ed in altri luoghi soleggiati cominciano
a diventare insalubri. Ma allora la nobiltà e le persone facoltose
si trasferiscono quassù in questi luoghi freschi, particolarmente
a Caspano, dove l’aria è pura e temperata: ivi poi gentiluomini
e gentildonne trascorrono l’estate in svariati onesti passatempi,
divertendosi con concerti musicali e con esercizi sportivi sino all’autunno:
in cui tornano al piano alle loro ordinarie dimore”.
Siccome non vogliamo far la figura degli ignoranti, ci permettiamo di
integrare le sue indicazioni citando lo storico Enrico Besta: “A
Caspano, intorno al 1530 presso i Parravicini, Matteo Bandello trova
cibi delicati e vini preziosissimi, tratti dai solatii vigneti di Traona
e le grasse sue novelle allietavano la nobiltà locale e i mercanti
grigioni e svizzeri, nonché i gentiluomini milanesi e comaschi
che giovavan per la loro salute dei Bagni del Masino” (citato
dalla “Guida Turistica della Provincia di Sondrio”, edita
dalla Banca Popolare di Sondrio nel 2000). Annuisce, con convinzione.
E sembra altrettanto convinto quando gli comunichiamo che la salita
è terminata, e possiamo dedicare un po’ di tempo alla visita
del paese.
Entriamo dal lato occidentale, e ci accoglie il palazzo dei Parravicini,
ancora imponente. Poi, in breve, siamo alla piazza, dove fa splendida
mostra di sé la chiesa
arcipretale
di S. Bartolomeo, che si staccò dalla pieve di Ardenno nella
prima metà del Trecento e divenne chiesa prepositurale e collegiata
nel 1664. Dal suo porticato, che guarda a sud, sostenuto da un imponente
muraglione, si gode di un panorama davvero eccellente, soprattutto sulla
Val Tartano e la Val Gerola. Il nostro vorrebbe fermarsi ancora. Beato
lui. Gli è stato risparmiato il ritmo frenetico della vita contemporanea,
scandito dalla diabolica invenzione degli orologi da polso. Glielo facciamo
osservare, e sembra non capire. Ma si adegua e ci segue.
Usciamo dal lato opposto del paese (est), scendendo fino alla strada
principale che corre tangente al paese, a sud, e prosegue per Bedoglio,
entrando in Val Masino e scendendo a Cevo. Varrebbe la pena, avendo
tempo, visitare anche questo campanile. Sarà per un’altra
volta. Ora imbocchiamo, invece, la strada che scende verso Dazio, e
che attraversa subito un nuovo borgo, Cadelpicco (m.
796). Il nostro è piuttosto laconico: “A metà fra
Dazio e Bedoglio vi sono due frazioni; la una si chiama Ca’ del
Picco e l’altra Ca’ del Sasso; questa è quasi sull’orlo
della Valmasino, mentre la prima è sulla linea retta fra Dazio
e Bedoglio.” Noi, intanto, ammiriamo la bella chiesetta dedicata
a S. Pietro apostolo, edificata nel 1697, che domina, dall’alto,
le case del paese.
Scendendo
ancora, ci portiamo a Cadelsasso (747 m., 33 abitanti),
passando proprio a lato della chiesetta dedicata a S. Pietro martire,
ricostruita nel Seicento a partire da un nucleo di origine più
antica (forse quattrocentesca). Scendendo ancora, cerchiamo, sulla sinistra,
un tratturo in cemento che si stacca dalla strada ed imbocchiamolo:
dopo aver superato un edificio con cartello indicatore “antico
torchio”, ci immergiamo in un bel bosco di castagni.
Il tratturo diventa una mulattiera, con fondo discreto, che punta a
sinistra e passa accanto ad un piccolo rudere di baita, nel cui interno
si vede ancora un frammento di dipinto. Superati un secondo rudere di
baita ed una cappelletta, concludiamo la discesa nei pressi della chiesetta
di Regolido (m. 536), piccolo nucleo di case posto
sul limite occidentale della piana di Dazio. È, questo, l’ultimo
dei nove campanili (o dieci, includendo Roncaglia) toccati dal nostro
circuito.
Imbocchiamo, ora, la stradina asfaltata che si congiunge con la strada
Morbegno-Dazio, sul limite orientale di Dazio, e che, percorsa in discesa,
dopo un lungo traverso in direzione sud-ovest ed un tornante sinistrorso,
ci riporta alla piazzola nella quale abbiamo lasciato
l’automobile.
Qui ci accorgiamo che il nostro illustre compagno non è più
con noi: il suo compito si è esaurito. Al nostro, invece, manca
ancora qualche indicazione sui tempi di percorrenza.
Dopo aver fissato il dislivello in salita a 625 metri (esclusa la diversione
per Roncaglia, per effettuare la quale dobbiamo salire di altri 90 metri),
diciamo che a piedi ci vogliono circa 5-6 ore per chiudere l’anello,
mentre in mountain-bike ne occorrono poco più di 2.