
Dei due terrazzi panoramici di media montagna posti a monte di Cino,
i Prati dell’O ed i Prati Nestrelli, il secondo è quello
più orientale, e si apre ad una quota compresa, approssimativamente,
fra i 1140 ed i 1180 metri, sulla verticale meridionale della cima del
monte Brusada. È raggiunto da una pista carrozzabile che parte
da Cino (chiusa al traffico dei veicoli non autorizzati), ma anche da
un’antica e bella mulattiera che, salendo sempre da Cino, attraversa
una lunga fascia di boschi, che conservano, intatto, il fascino antico
legato ai segni, ancora visibili, della presenza operosa dell’uomo
e di molteplici forme di vita animale.
L’escursione che sfrutta questa mulattiera inizia, dunque, dalla
parte alta di Cino. Lasciamo l’automobile al parcheggio che si
trova a monte della piazza centrale (m. 500 circa), ed iniziamo a salire
lungo la strada che procede verso nord, raggiungendo, in breve, la spianata
sulla
quale
è in costruzione un campo di calcio a 5. Subito dopo la spianata,
troviamo un bivio: dalla strada, che prosegue verso destra, si stacca,
a sinistra, un tratturo in cemento.
Il tratturo, dopo un buon tratto di salita, termina nel cuore della
Val Maronera, lasciando il posto alla mulattiera che sale ai Prati dell’O.
Noi lo seguiamo, però, solo nella sua prima parte, attraversando
una splendida pineta. Pini alti e diritti fanno a gara nello slancio
verso la luce che, in alto, oltre le ultime fronde, disegna i suoi multiformi
ricami. Il tratturo assume, quasi repentinamente, un andamento decisamente
più ripido, e, pochi metri oltre, troviamo, sulla destra, una
fontana in sasso ed un casello dell’acqua. Subito dopo, si stacca
dal tratturo una larga mulattiera, sulla destra, ad una quota approssimativa
di 650 metri.
Cominciamo, dunque, la salita, in un bosco di castagni. Attraversato
un modesto rigagnolo, incontriamo alcune piante tagliate, che ostruiscono
il sentiero e vanno aggirate a monte o a valle. A quota 670 intercettiamo
un largo sentiero che sale da destra, e proseguiamo nella salita seguendolo,
verso sinistra, fino ad una serie di tornanti, che ci portano ad una
modesta radura, a quota 827 metri, dove è posta una cappelletta
restaurata, nel 2005, dal gruppo di Alpini di Cino e Mantello. Purtroppo
il dipinto al suo interno è quasi interamente cancellato; a parziale
consolazione, possiamo gettare, sulla bassa Valtellina, un buon colpo
d’occhio, che va, sul versante orobico, dalla valle del Bitto
di Albaredo alla Val Lesina e, sul fondovalle, da Morbegno a Rodolo.
Rientriamo subito nel bosco di castagni, proseguendo nella salita verso
destra, fino ad incontrare di nuovo una serie di tornanti. A quota 950
la mulattiera riprende l’andamento verso destra, supera una sorta
di gradino nella roccia ed una vallecola, passando, poi, a destra di
un
roccione.
A quota 1030 incontriamo di nuovo la pista carrozzabile che da Cino
sale ai prati Nestrelli (l’abbiamo lasciata al bivio appena sopra
il paese), qualche decina di metri a monte della palestra attrezzata
di roccia di quota 1000: la possiamo raggiungere allungando di qualche
minuto l’escursione e scendendo verso destra. Si tratta di un
impressionante affioramento roccioso posto a monte (sinistra per chi
scende) della strada, sul quale sono disegnate alcune vie di arrampicata,
dai nomi, come sempre accade in questi casi, piuttosto fantasiosi (We
like, Non è tutto luce quello che galleggia, Via senza patente,
Via senza punti, Via delle palme, Lumachina, Galletto svizzero). Un
targhetta ci informa che si tratta del “Sasso di Nestrelli”,
ma la quota indicata (1061 metri) è errata per eccesso.
Torniamo, quindi, sui nostri passi, fino al punto in cui la mulattiera
raggiunge la pista: non è facile individuare visivamente il punto
in cui essa riprende a salire nel bosco, sul suo lato opposto. Si trova
pochi metri più a destra (cioè verso il Sasso di Nestrelli),
e lo troviamo salendo, oltre il ciglio della pista, sul versante di
terra smossa. Poi, entrati nel bosco, ritroviamo la traccia, un po’
sporca ma sempre ben visibile, che,
dopo
un breve traverso a destra, conduce al limite inferiore dei Prati Nestrelli.
Se abbiamo difficoltà a trovarla, possiamo, in alternativa, seguire
la pista, che si conclude intercettando, a nord-ovest dei Prati Nestrelli,
la lunga pista tagliafuoco occidentale della Costiera dei Cech che dall’alpe
Piazza raggiunge i prati di Bioggio. Prima del punto di confluenza,
sulla destra, troviamo un sentierino che raggiunge la parte bassa occidentale
dei prati.
Ormai dell’antica vita di questo maggengo resta solo un’esile
eco, legata più alla suggestione che alla realtà. Ma,
ancora fino a circa mezzo secolo fa, vi salivano, a maggio, gli armenti,
prima di raggiungere i più alti alpeggi della Bassetta, dai quali
tornavano a settembre. Ora vi si trova qualcuno, nelle baite ristrutturate
di serizzo, solo nei finesettimana della bella stagione.
Nei rimanenti giorni del cuore dell’estate forse potrà
capitarci di incontrare il prof. Pietro Pedeferri, del Politecnico di
Milano, che con garbo ed eleganza d’altri tempi ci racconterà,
animato da un’uguale sobria passione, di questi luoghi e del loro
fascino, di Volta e di come, forse, proprio l’illustre scienziato
comasco introdusse in bassa Valtellina, nell’ultimo quarto del
Settecento, la coltura, così importante nell’alimentazione
contadina, della patata, dei Veneziani di cui fecero strage, nel 1432,
i soldati dei Visconti di Milano, presso Delebio e della Fossa dei Veneziani
che dal maggengo si distingue bene, dei tramonti che accendono il cielo
sopra l’alto Lario e delle loro incredibili sfumatura cromatiche,
delle altrettanto suggestive magie cromatiche del titanio e della sua
ossidazione anodica, delle tragedie greche che segnarono gli ultimi
mesi della seconda guerra mondiale anche in questo lembo apparentemente
così lontano dalla storia e di come venne pagata con la vita
la scelta della guerra partigiana: di questo, e di molte altre cose.
Se
non avremo la fortuna di questo incontro, potremo ugualmente godere
del racconto delle immagini: lo sguardo domina, infatti, buona parte
della bassa Valtellina ed un bello scorcio dell’alto Lario. La
Val Lesina, in particolare, la più selvaggia ed intatta del versante
orobico, mostra quasi interamente il suo disegno, che culmina, sul lato
di sud-ovest (a destra), nell’inconfondibile corno del monte Legnone,
un punto fermo che chiude la teoria delle cime delle Orobie occidentali.
Quasi al centro dei prati, si distingue un masso un po’ più
grande degli altri: è il “càmer” dei Nestrelli.
Questo termine ha diversi significati: designa un luogo riparato nella
roccia, un ricovero (da qui toponimi come “Cameraccio” e
“Camerozzo”, ben famigliari a chi percorre il Sentiero Roma,
in Val Masino, non lontano dai luoghi che stiamo visitando), ma anche
il masso più grande all’interno di una certa zona. Masso
che riveste un particolare significato, come segno di un’identità,
di un centro generatore, di una storia antica quanto arcana. Nella parte
bassa dei prati si distingue, poi, un modesto avvallamento, che sembra,
quasi, una crepa nel manto dei pascoli: è quanto resta di una
struttura militare destinata, durante la prima guerra mondiale, ad ospitare
pezzi d’artiglieria. Anche il versante retico, come, in misura
maggiore, quello orobico, ospitò, infatti, una rete di fortificazioni
militari voluta dal generale Cadorna per arginare un’eventuale
invasione della Valtellina da parte degli austo-ungarici, conseguente
allo sfondamento del fronte dello Stelvio o alla violazione della neutralità
svizzera con il passaggio per la Valle di Poschiavo.
Ma torniamo alla magia dei prati. Fino al 2004 questi godevano, rispetto
agli altri maggenghi della costiera dei Cech, del privilegio di poter
disporre di un’ottima acqua. Da allora, però, la sorgente
si è inaridita, ed anche dei Nestrelli si può dire che
partecipano della sorte comune di questa terra così affascinante,
la scarsità d’acqua.
Dopo un’ora e tre quarti, circa, di cammino (670 circa sono i
metri del dislivello superato) possiamo concludere qui l’escursione,
ma, se
volessimo
proseguire, possiamo scegliere fra due direttrici principali, quella
che porta al monte Bassetta e quella che raggiunge i prati della Brusada.
Il primo tratto di salita è comune, ed inizia a monte delle baite
più alte dei prati, sulla destra (fra queste, una simpatica “Cascina
Maria”), dove troviamo un sentiero che, dopo pochi metri, intercetta
la già citata pista tagliafuoco. Sul lato opposto della pista,
il sentiero, in una sorta di porta nella roccia (segnalazione n. 201
in vernice blu), riprende, con traccia molto marcata, a salire, in direzione
nord-ovest, in una macchia, fino ad una porta nella roccia, oltre la
quale usciamo dalla boscaglia e proseguiamo nella salita circondati
dalla bassa vegetazione.
Dopo circa venti minuti di cammino, raggiungiamo un incrocio di sentieri,
a quota 1260 circa: il nostro sentiero, infatti, ne taglia uno che corre,
con andamento pianeggiante, da est ad ovest. Qui le due direttrici di
salita si separano. Se vogliamo salire all’alpe ed al monte Bassetta
dobbiamo, infatti, ignorare questo secondo sentiero e proseguire su
quello che sale, verso sinistra, proponendo poi una serie di tornanti
ed un nuovo lungo traverso verso sinistra (nord-ovest), che passa a
valle di un caratteristico e grande spuntone di roccia, fino a raggiungere
il baitone dell’alpe. Attenzione, però: la traccia non
è sempre evidente, non è segnalata e, soprattutto sulla
traiettoria di massi che talvolta vengono messi in movimento più
in alto da capre o mucche al pascolo.
Una notazione conclusiva su questo sentiero: ora attraversa un versante
montuoso desolato e brullo, ma più di mezzo secolo fa lo scenario
era completamente diverso. Questa zona era ricoperta di un foltissimo
bosco di pini ed abeti, tanto che in diversi tratti neppure la più
intensa luce
meridiana
riuscita a perforare la compatta compagine delle loro fronde. Dicono
che quando il più grande di questi, colpito a morte dagli incendi
che devastarono il versante nel 1948, 1952 e 1965, venne tagliato, si
contarono i suoi anelli, raggiungendo la cifra impressionante di 1100:
si trattava di un abete più che millenario! I ragazzi si divertivano
a salire in cima a questi alberi imponenti, i cui rami si intrecciavano
in modo così fitto da formare una sorta di piattaforma pensile
sulla quale ci si poteva muovere agevolmente, da albero ad albero. Sforziamoci
con l'immaginazione a ricostruire questo splendido scenario, perso per
sempre.
Se, invece, la nostra meta sono i prati della Brusada, dobbiamo imboccare
il sentiero intercettato verso destra, fino a raggiungere, dopo un tratto
in leggera salita, uno stupendo pianoro che ha tutta l’aria di
essere un luogo magico, dove folletti ed altre creature fiabesche che
non vogliono più da troppo tempo mostrarsi agli uomini si danno
convegno nelle chiare notti d’estate. Ignorato un sentiero secondario
che sale, ripido, sulla nostra sinistra, proseguiamo, oltre il pianoro,
sul sentiero principale, che, comincia a salire in un bel bosco, fino
ad intercettare il sentiero che, dalla pista tagliafuoco, sale ai prati
Brusada passando per le baite (nascoste ormai nel bosco) di Coper Volt
(Cuper di Sopra). Calcoliamo, dai prati Nestrelli all’alpe Bassetta,
un’ora ed un quarto circa di cammino (il dislivello è di
470 metri circa), e dai prati alla Brusada un tempo di poco inferiore
(il dislivello, infatti, scende a circa 400 metri).
Ecco, infine, come salire dai Prati Nestrelli all'alpe Brusada seguendo
il sentiero principale. Per trovarne la partenza, dobbiamo portarci
sul limite alto di destra (nord-est) dei prati. Superato un casello
dell'acqua, cominciamo a salire nel bosco, attraversando la valle Scemola
(che confluisce, più in basso, nella valle di Siro) e proseguendo
fino ad intercettare un sentiero che sale da destra (partendo dalla
pista tagliafuoco). Poco oltre, troviamo un cartello giallo, che segnala
le baite (ben nascoste dal bosco che se le è letteralmente mangiate)
di Coper Volt (Cuper di sopra, sulle
carte
IGM, a 1311 metri). Il cartello è posto in prossimità
del rudere della più visibile delle baite, e riporta un gustoso
aneddoto che la riguarda: "Si narra che in questo luogo la Ca'
d'Ambrusin era l'unica intonacata a calce, perché il Bernardino,
dopo aver dato caparra ad uno di Rogolo per l'acquisto di un becco -
cioè di un caprone -, avesse intonacato la baita affinché
il venditore potesse distinguere il posto dove l'animale sarebbe stato
portato". Due pensieri: l'epoca della proliferazione dei mezzi
di comunicazione era ancora di là da venire, mentre non era ancora
tramontata quella in cui un caprone contava pure qualcosa! Questi pensieri
ci accompagnano nella successiva salita, che tiene, per un tratto, il
filo di un bel dosso (direzione nord), nella cornice di un chiaroscurale
bosco di pini. Poco sopra, ci intercetta, da sinistra, il sentiero sopra
citato, che proviene dall'incrocio a monte dei Prati Nestrelli.
Proseguendo nella salita, pieghiamo, descrivendo un arco, verso est-nord-est,
raggiungendo, infine, il limite sud-occidentale dei prati della Brusada,
dopo circa 50 minuti di cammino.