
Clicca qui per aprire una panoramica a 360 gradi dalla cima del pizzo Bello
Al pizzo Bello è legata un’antichissima e conosciuta leggenda, detta del monte Disgrazia o dei Corni Bruciati. Anticamente il pizzo Bello non aveva nome; questa denominazione era, invece, attribuita all’attuale monte Disgrazia, per onorarne la superba bellezza.
Bellissimo era il monte Disgrazia, ma non meno belli erano i ricchi alpeggi che si stendevano ai suoi piedi, per l’intera valle di Preda Rossa. I pastori, che venivano da Buglio, vi conducevano al pascolo le pingui mandrie, e tutto quanto di più generoso poteva offrire il buon Dio, sembrava loro elargito. Ma tanta floridezza non li indusse a rendere grazie all’Onnipotente, bensì inaridì molti dei loro cuori. Venne, dunque, un giorno, fra loro un umile mendicante, chiedendo ospitalità a due pastori. Uno lo cacciò, deridendolo, l’altro, invece, ebbe compassione di lui e gli fornì cibo ed alloggio.
Congedandosi dal pastore buono, il mendicante gli disse di lasciare al più presto l’alpe senza mai volgersi indietro, perché qualcosa di terribile sarebbe accaduto di lì a poco. Questi obbedì, lasciò Preda Rossa alla volta di Scermendone basso e poi Scermendone alto. Qui giunto, udì un fragore immane, e vide sinistri bagliori dipingere il cielo di un rosso fuoco. Non seppe resistere, si voltò, e per un attimo vide gli alpeggi bruciare, seppelliti da un torrente di massi infuocati (quei massi di un rosso così caratteristico che hanno poi dato il nome alla valle, Preda Rossa). Una scintilla lo raggiunse e lo accecò, perché aveva disobbedito.
Pentito, chiese a Dio di perdonare la sua colpa, e fu esaudito: una voce gli disse di bagnare gli occhi presso una fonte che avrebbe trovato nei suoi pressi. L’acqua operò il miracolo (ancora oggi la fonte dell’”acqua di öcc” è segnalata, nei pressi del baitone dell’alpe Scermendone, non lontano dalla chiesetta di Scermendone). Da allora i pastori di Buglio scampati alla catastrofe si spostarono negli alpeggi di Scermendone e dell’alpe di Spini, in Val Terzana, e, per ricordare la tremenda punizione divina, mutarono il nome del pizzo Bello in monte Disgrazia. Ma
non vollero che quel nome andasse interamente perso, e lo assegnarono alla cima che fa da corona alla Val Terzana, cima più umile ma non insignificante, quasi a voler dire che nell’umiltà c’è una profonda bellezza che solo l’occhio della fede sa cogliere.
L'ascensione al Pizzo Bello (piz Béla) non presenta grosse difficoltà, anche se, nell'ultimo tratto, richiede molta attenzione e cautela. Avviene sfruttando il crinale occidentale, al quale si accede da una sella sul crinale fra Val Terzana e Valtellina, raggiungibile per due vie.
La prima e più frequentata parte da Berbenno, supera la frazione di Regoledo (deviazione a destra dopo la frazione) ed imbocca la strada che, dopo numerosi tornanti, raggiunge i 1650 metri del Prato Maslino, dove si trova anche il rifugio Marinella. Lasciata l'automobile nella piazzola dove termina la strada (sterrata nell'ultimo tratto), ci portiamo al vertice opposto del prato (nord-ovest, a sinistra), dove parte una bella mulattiera che sale, con un primo tratto nel bosco, all'alpe Vignone (m. 1991).
Dobbiamo quindi risalire l'alpe, seguendo il sentiero che procede con ripidi tornanti. Superato il recinto del bestiame, procediamo con ampie diagonali, superando una formazione rocciosa e piegando, alla fine, a destra, per
raggiungere una bella conca superiore, l'alpe Baric, dove troviamo, ad accoglierci, un piccolo specchio d'acqua, posto prima delle baite.
Lasciando le baite alla nostra destra, procediamo, sotto il fianco meridionale della bella e regolare cima quotata 2634, seguendo il sentiero (segnalato da segnavia bianco-rossi) che, per un tratto, si fa ancora marcato e ci conduce nella parte terminale della valle, chiusa ad est dal Dosso Cavallo, a nord dal fianco meridionale del Pizzo Bello e ad ovest dal fianco orientale della cima 2634.
A questo punto saliamo, senza percorso obbligato, puntando all'evidente sella posta fra la cima 2634 ed il Pizzo Bello: il percorso più facile è quello che si snoda sul fianco erboso del pizzo, per poi tagliare a sinistra e guadagnare la sella. Dalla sella si dominano già la val Terzana (la più orientale fra le valli della Val Masino, che confluisce, insieme alla valle di Preda Rossa, nella valle di Sasso Bisolo) e le cime della Valle dell'Oro. Qui troviamo un cartello del C.A.I. che dà la cima del pizzo Bello a 30 minuti ed il laghetto di Scermendone a 45. Mentre per questa seconda meta dobbiamo ora scendere lungo il largo vallone che si apre di fronte a noi in Val Terzana, per il pizzo dobbiamo prendere a destra e salire, sempre seguendo i segnavia-bianco-rossi.
Prima di raccontare l'ultimo tratto della salita, vediamo, però, come giungere fin qui salendo dalla Val Terzana. In questo caso ci portiamo con l'automobile da Buglio ad Our di Cima, ed imbocchiamo, a piedi, la pista per l'alpe ed il rifugio Granda (si tratta di una carrozzabile, quasi sempre aperta, ma val la pena di camminare un po' di più, anche per godere l'ottimo panorama). Giunti all'alpe, volgiamo a destra, raggiungendo, in pochi minuti, il rifugio, nascosto dietro una macchia. Di qui proseguiamo imboccando il sentiero (ora allargato a tratturo) per l'alpe Scermendone, che raggiungiamo poco ad ovest del lungo baitone (nei cui pressi vi è la sorgente menzionata: è consuetudine bagnarsi gli occhi alla sua acqua, quando c'è, per assirurarsi la protezione da qualunque malattia li possa colpire). Proseguiamo alla volta della chiesetta di San Quirico, alle cui spalle parte il sentiero che si addentra nella solitaria e stupenda Val Terzana.
Seguendo il largo sentiero, raggiungiamo l'alpe Piano di Spini, oltrepassata la quale ci portiamo presso la riva del grazioso laghetto di Scermendone. Il sentiero, che si fa labile traccia, prosegue, deviando a sinistra, alla volta del passo di Scermendone, che immette nell'alta Valle di Postalesio. Noi, invece, ci teniamo sulla destra, risaliamo
alcune facili balze erbose e raggiungiamo il piede di un largo e poco ripido canalone di sfasciumi, che raggiunge una marcata sella, che si affaccia sulla Valtellina. A questa sella possiamo giungere anche così: proseguiamo oltre l'alpe Piano di Spini sul sentiero che, dopo uno strappo severo, si affaccia, percorso un curioso corridoio fra roccette, alla splendida conca del laghetto di Scermendone, incorniciato dal fondo della valle su cui si distingue il passo omonimo. Proseguiamo sul sentiero e raggiungiamo, in breve, una grande conca erbos: qui, lasciato il sentiero che prosegue, verso il passo, alla nostra sinistra, pieghiamo a destra e risaliamo il largo canalone che, con pendenza mite, porta alla prima sella.
A sinistra di questa prima sella è situata la già citata cima quotata, sulla carta IGM, 2634 metri. Ancora più a sinistra, la seconda sella, quella che dobbiamo raggiungere. Per farlo, prendiamo a sinistra, tagliando, in leggera salita e senza percorso obbligato, il piede della cima quotata 2634 metri.
Una volta raggiunta questa seconda sella, per salire alla vetta basta seguire il crinale occidentale del pizzo, fra erbe e roccette. Saliamo calcando il confine fra i comuni di Buglio e Berbenno: tale confine, infatti, segue il crinale
che dal pizzo Bello scende alla Croce dell'Olmo, passando per la cima 2643 e la cima di Vignone. Salendo seguiamo un sentierino, e, dopo un primo strappo, porta ad un tratto in falsopiano, dove possiamo tirare il fiato, in vista di un secondo strappo, non meno severo, che ci porta poco sotto la cima. Una modesta pianetta precede l'ultimo strappo, che ci porta alla parte sommitale del crinale: qui si trova un'anticima sormontata da un grande ometto, ed il crinale si restringe parecchio. La cima ci sta di fronte (la riconosciamo per la piccola croce metallica che la sormonta), ma il passaggio più delicato ed esposto è proprio quello che ci separa da essa: prestiamo attenzione soprattutto sul lato alla nostra sinistra, più esposto. Eccoci, infine, ai 2743 metri della vetta, dove si trova la già citata croce, collocata qui dalla sezione C.A.I. di berbenno nel 2005.
Non sapremmo dire se il pizzo sia bello: certamente lo è il panorama. Guardando ad ovest, distinguiamo la cima del Desenigo (m. 2845), alla cui destra si aprono i passi gemelli di Primalpia (pàs de primalpia, m. 2477) e della bocchetta di Spluga o di Talamucca (bochèta de la möca, m. 2532), che congiungono l’alta Valle di Spluga alla Valle dei Ratti. Procedendo verso destra, notiamo, alle spalle della massiccia e severa costiera Cavislone-Lobbia, l’affilata cima del monte Spluga o Cima del Calvo (m. 2967), posto all’incontro di Valle di Spluga, Val Ligoncio e
Valle dei Ratti. I più modesti pizzi Ratti (m. 2919) e della Vedretta (m. 2909) preparano l’arrotondata cima del pizzo Ligoncio (Ligunc’, m. 3038), che si innalza sopra una larga base di granito, nel catino glaciale che si apre sopra i Bagni di Masino (Val Ligoncio e Valle dell’Oro). Alla sua destra, la punta della Sfinge (m. 2802) precede la larga depressione sul cui è posto il passo Ligoncio (m. 2575), fra la valle omonima e la Valle d’Arnasca (Val Codera). A nord del passo si distinguono i modesti pizzi dell’Oro (meridionale, m. 2695, centrale, m. 2703 e settentrionale, m. 2576), seguiti dall’affilata punta Milano (m. 2610), che precede di poco la costiera del Barbacan, fra Valle dell’Oro e Val Porcellizzo, la quale culmina nella cima del Barbacan (m. 2738).
Proseguendo verso nord, la testata della Val Porcellizzo propone le poco pronunciate cime d’Averta (meridionale, m. 2733, centrale, m. 2861 e settentrionale, m. 2947), alla cui destra si eleva il più massiccio pizzo Porcellizzo (il pèz, m. 3075), nascosto, però, dietro la cima del Cavalcorto, sulla costiera del Cavalcorto(sciöma da cavalcürt, m. 2763). Si intravedono, poi, le più celebri cime della Val Porcellizzo: il celeberrimo pizzo Badile (badì, m. 3308), cui fa da vassallo la punta Sertori (m. 3195), ed il secondo signore della valle, il pizzo Cengalo (cìngol, m. 3367). Alla sua destra, da una prospettiva cursiosamente defilata, i pizzi
del Ferro occidentale (o cima della Bondasca, m. 3267) e centrale (m. 3287), chiamati nel dialetto di Val Masino “sciöme do fèr”.
Le rimanenti cime del gruppo del Masino sono nascoste dalla costiera che separa la Val Terzana, che si apre, solitaria e bellissima, sotto di noi, e la Valle di Preda Rossa, che resta, invece, interamente nascosta ai nostri occhi. Su questa costiera, dominata dalle tonalità rossastre, si distinguono, da sinistra, il Sasso Arso (m. 2314) e le tre punte dei Corni Bruciati, meridionale, m. 2958, centrale, m. 3114, e settentrionale, m. 3097, seminascosta, a destra della seconda. A destra di quest'ultima cima si affaccia il profilo regale del monte Disgrazia (m. 3678), seguito dal pizzo Cassandra (m. 3226: il nome rimanda alla profetessa che nell'antichità ebbe la triste sorte di preannunciare disgrazie - che poi sarebbero accadute - senza essere creduta da nessuno). In basso, fra i Corni Bruciati ed il monte Disgrazia, il passo di Scermendone (m. 2953).
A destra del pizzo Cassandra si vede, lontana, la sezione orientale della testata della Valmalenco: da sinistra si distinguono i pizzi Scerscen (m. 3971) e Bernina (m. 4049), i pizzi Argient (m. 3945) e Zupò (m. 3995), la triplice innevata cima del pizzo Palù (m. 3823, 3906 e 3882), a monte del ramo orientale della vedretta di Fellaria e, a
chiudere la splendida carrellata, il più modesto pizzo Varuna (m. 3453).
Più a destra, molto lontane, si intravedono due celebri cime dell'alta Valtellina, la cima Viola (m 3347) e la cima Piazzi (m. 3439). Proseguendo in questo giro in senso orario, ecco, dietro l'ometto di una seconda anticima, il gruppo Scalino-Painale, sul quale si individuano, da sinistra (nord) il pizzo Scalino (m. 3323), la punta Painale (m. 3248), la cima Vicima (m. 3122) e la vetta di Ron (m. 3136).
Ad est, sul fondo, il gruppo dell'Adamello, mentre il panorama di sud-est. sud e sud-ovest è interamente occupato dalla catena orovica, che si mostra in tutta la sua ampiezza, chiusa, a destra, dall'inconfondibile corno del monte Legnone.
Un'occhiata ai tempi. La salita da Prato Maslino si effettua in circa 3 ore e mezza (il dislivello è di circa 1100 metri), mentre quella da Our di Cima richiede 4 ore e mezza (il dislivello sale a circa 1380 metri).
Un'ultima notazione: se abbiamo sufficiente tempo a disposizione, possiamo sfruttare l'escursione anche per effettuare una puntata alla panoramica cima quotata 2643 metri. Per farlo, portiamoci nella parte alta del canalone, tagliamo a sinistra e guadagnamo la cima, con un po' di fatica, fra massi smossi. Dalla cima possiamo poi scendere, con un po' di attenzione, alla sella dalla quale parte la salita al pizzo Bello.

Clicca qui per aprire una panoramica settentrionale dalla cima del pizzo Bello