Il primo paese della bassa Valtellina

 

 

Ardenno. Foto di M. Dei Cas
Ardenno è il primo paese della bassa Valtellina che si incontra procedendo in direzione di Colico (cioè da est ad ovest), ed è posto presso lo sbocco della Val Masino, sul versante retico, immediatamente ad est del punto nel quale il fondovalle valtellinese descrive una doppia curva, ad S, aggirando il caratteristico promontorio montuoso del Culmine di Dazio, o Colmen.
Il suo nome è molto probabilmente connesso con la radice del verbo latino “ardere”, e quindi con il fuoco, ma il significato di questo nesso non è chiaro. Il diplomatico e uomo d'armi Giovanni Guler von Weineck, governatore per la Lega Grigia della Valtellina nel 1587-88, nella sua opera “Raetia” (Zurigo, 1616), così scrive, in proposito:“Alcuni ritengono che il nome di questo borgo sia derivato in antico dalla parola latina ed italiana ardere, perché durante l’estate il paese è tormentato da un caldo terribile; infatti è tutto esposto a mezzodì, né vi spira vento di sorte, a cagione della montagna di Pilasco che sorge a ponente. Quindi il clima è insopportabile, e perciò la nobiltà e la gente facoltosa, finché dura il caldo, cioè fino La chiesa parrocchiale di S. Lorenzo ad Ardenno. Foto di M. Dei Casall’autunno, si trasferiscono in altri luoghi freschi e ventilati”. Le notazioni sul clima estivo sono, per la verità piuttosto esagerate, e l’ipotesi sul motivo della denominazione del paese non è l’unica. Il nome potrebbe, infatti, anche riferirsi al supplizio del santo patrono, S. Lorenzo, che fu martirizzato su una graticola, oppure alla presenza, nelle frazioni alte, di numerosi “piuàtt”, cataste particolari dalla cui lenta combustione interna si ricavava carbone di legna, o ancora, infine, da un episodio che risale ai tempi delle invasioni barbariche, quando una squadra di cavalieri che percorsero la valle tentò di dar fuoco alle case del paese, senza riuscirci, tanto che si udì gridare uno di loro “Arde-no, arde-no”.
Lo studioso Orsini, invece, ipotizza che "Ardenno" abbia la medesima origine del ben più celebre toponimo "Ardenne", in Belgio, e risalga ad "Arduinna", la dea celtica delle selve.
Se rimane incerto l'etimo di Ardenno, certo, invece, è il suo passato illustre. Sempre il von Weineck scrive: “ …Segue il borgo di Ardenno, dove sorge la chiesa prepositurale di S. Lorenzo, che un giorno estendeva la sua giurisdizione a quasi tutte le chiese sulla destra dell’Adda, dal torrente che bagna Pedemonte sino al torrente Acquàa presso Civo, e sulla sinistra dell’Adda dal comune di Forcola alla valle del Bitto…In Ardenno tengono la loro L'ingresso dell'edificio dell'antica gendarmeria austriaca in via Cavour. Foto di M. Dei Casordinaria residenza i Paravicini…”
Assai antica ed importante fu la pieve di Ardenno. A metà del secolo XIII, infatti, l'intero territorio della media e bassa Valtellina e della Valchiavenna era suddiviso nelle pievi di Sondrio, Berbenno, Ardenno, Olonio, Samolaco e Chiavenna. La pieve di Ardenno, in particolare, comprendeva, almeno fino al 1363, oltre ad Ardenno, anche Buglio, Forcola, Talamona, Morbegno, Albaredo, Bema, Campovico, Civo e Dazio: in sostanza l'intero Terziere inferiore della Valtellina (l'attuale bassa Valtellina) era suddivise fra le pievi di Ardenno ed Olonio. Ancora a metà del Quattrocento, dopo la defezione di Talamona e Morbegno, rimanevano legate alla pieve di Ardenno Biolo, Buglio, Dazio, Caspano (con Cevo, Civo e Cataeggio), Roncaglia, Campovico e Forcola (con la Val di Tartano). L’importanza della pieve di Ardenno si spiega alla luce della sua collocazione strategica: si trovava, infatti, non solo all’imbocco della Val Masino, ma anche nei pressi di un importante approdo per i traffici commerciali che sfruttavano il fiume Adda, vale a dire il traghetto di S. Gregorio (nucleo di poche case ad ovest della Sirta, sul versante orobico). Qui sorgeva, ancora in epoca secentesca, una torre episcopale, eretta nel Quattrocento, e qui il Vescovo di Como, alla cui Diocesi appartengono Valtellina e Valchiavenna, riscuoteva le rendite dei beni in terra di Valtellina.
La chiesa di san Lorenzo fu edificata, probabilmente prima del Mille, presso un'ansa dell'Adda vecchia, là dove questa piegava a sinistra per portarsi al porto di San Gregorio, sul lato opposto della piana. Non era al centro del nucleo abitato: nei suoi pressi sorgevano solamente un edificio fortificato con La chiesetta di S. Antonio Abate. Foto di M. Dei Castorri, che serviva come dimora ai nobili del casato dei Capitanei (o forse come residenza temporanea del Vescovo di Como), un rustico ed un edificio con il tetto in paglia. Le chiese di Ardenno e Berbenno dovevano versare alla mensa vescovile di Como 112 forme di cacio ogni anno.
Di un castello di San Lucio, menzionato da testimonianze storiche, che venne eretto, probabilmente dai De Capitanei, nel 1049 in località Castello (uno sperone chiuso ad ovest dal fosso del Gaggio), non restano ora, dopo la distruzione nel 1249, che scarsissime ed incerte tracce.
Due secoli dopo, cioè nel Quattrocento, due sono gli eventi che meritano di essere ricordati. Nel 1442 Ardenno passò dalla signoria dei Quadrio a quella dei Parravicini, originari di Caspano, che ricevettero dal Vescovo di Como l'investitura feudale su un terzo circa dei territorio del paese e che vi assumeranno un ruolo dominante per i successivi secoli, lasciando diversi segni della loro presenza, fra cui il bel palazzo Parravicini-Savini, nel quale si può ancora vedere il loro stemma, con un cigno bianco in campo rosso, ed il motto “Agitado sed semper firmo” (cioè “attivamente, ma sempre con fermezza”). Nell'ultimo quarto del secolo la storia di Ardenno si incrociò con quella delle Tre Leghe Grigie, costituitesi sul finire del Medio-Evo: la Lega Caddea, con capitale Coira (1367), la Lega Grigia, con capoluogo Ilanz (1395) e la Lega delle Dieci Giurisdizioni, con capoluogo Davos (1436). Le Tre Leghe si unirono nel 1471 in un’unica Repubblica indipendente (solo molto più tardi, all’inizio dell’Ottocento, confluirono nella Confederazione Piazza Roma e la chiesa di S. Lorenzo ad Ardenno. Foto di M. Dei CasElvetica).
Pochi anni dopo il loro sguardo cadde sul versante retico che guarda a meridione, cioè sulle valli della Mera e dell’Adda, possesso del Ducato di Milano. Era per loro di fondamentale importanza economica, oltre che militare, poter controllare quelle valli, e con esse i commerci fra la pianura Padana ed i territorio di lingua tedesca. Così si appigliarono ad un preteso lascito dei Visconti al vescovo di Coira e reclamarono per sé le valli, occupando militarmente la Valchiavenna e la Valtellina da Bormio a Sondrio, nel 1486. Vennero, però, sconfitte nella battaglia di Caiolo, dopo la quale, nel 1487, venne firmata, proprio ad Ardenno, la pace con il Ducato di Milano. Milano si riprese la Valtellina, pagando un forte indennizzo ai Grigioni. Le Tre Leghe Grigie, però, ben presto tornarono in possesso della valle, all’inizio del secolo successivo (nel 1512: iniziò in quest'anno la loro dominazione di quasi tre secoli in terra di Valtellina).
I nuovi signori sentirono il bisogno, per poter calcolare quante esazioni ne potevano trarre, di stimare la ricchezza complessiva di ciascun comune della valle. Furono così stesi gli Estimi generali del 1531, che offrono uno spaccato interessantissimo della situazione La chiesa di S. Pietro a Màsino. Foto di M. Dei Caseconomica della valle (cfr. la pubblicazione di una copia secentesca del documento che Antonio Boscacci ha curato per il Bollettino della Società Storica Valtellinese). Nel "communis Ardenni" vengono registrate case e dimore per un valore complessivo di 1263 lire (per avere un'idea comparativa, Forcola fa registrare un valore di 172 lire, Tartano 47, Talamona 1050, Morbegno 3419); i prati ed i pascoli hanno un'estensione complessiva di 4391 pertiche e sono valutati 2745 lire; campi e boschi occupano 3569 pertiche e sono valutati 2525 lire; gli alpeggi, che caricano 150 mucche, vengono valutati 30 lire; vengono rilevate due fucine, per un valore di 8 lire; i vigneti si estendono per 1576 pertiche e sono stimati 2364 lire; vengono torchiate 66 brente di vino (una brenta equivale a 90 boccali), valutate 66 lire; il valore complessivo dei beni è valutato 9140 lire (sempre a titolo comparativo, per Tartano è 642, per Forcola 2618, per Buglio 5082, per Talamona 8530 e per Morbegno 12163).
Pochi anni dopo le cronache del paese fecero registrare una tremenda tragedia: il 9 giugno del 1538, vigilia di Pentecoste, una grande frana investì il centro del paese, colpendo anche la chiesa parrocchiale. Ne riferisce anche il von Weineck: “Il 9 giugno del 1538 Ardenno acquistò una triste La chiesetta di San Giuseppe. Foto di M. Dei Casnominanza, perché molte case, sette persone e molti bei poderi, con grandissimo danno dei miseri abitanti, vennero travolti e rovinati da una frana”.
Ecco come viene descritto il tragico evento dallo storico Enrico Besta, nell'opera "Le valli dell'Adda e della Mera nel corso dei secoli - vol. II: "Il 9 maggio 1538 una tremenda frana travolse diverse case, disertò campi e vigne, uccise sette persone, e quella che si riteneva la terra dell'arsura subì il flagello dell'acqua torrenziale". La chiesa venne però ricostruita: la riedificazione ebbe termine nel 1584. Erano, quelli, anni di clima piuttosto perturbato per l'intera Valtellina: se piogge intensissime misero in modo la distruttiva frana del 1538, di lì a poco venne uno dei più lunghi periodi di siccità che la storia valtellinese ricordi: non cadde dal cielo goccia d'acqua o fiocco di neve per cinque interi mesi, dal 7 novembre 1539 al 7 aprile 1540 (e questo valga per chi si lamenta sempre che oggi il clima...non è più quello di una volta!).
Sul finire del secolo (1589) la Valtellina fu visitata dal Vescovo di Como, di origine morbegnese, Feliciano Ninguarda, che diede della sua visita pastorale un'importante relazione. Il quadro che ne risulta, in riferimento ad Ardenno, è assai interessante. Il nucleo centrale del comune risultava piuttosto modesto (40 fuochi soltanto, vale a dire 200-240 anime). Ma attorno a questo nucleo si registrava un'importante costellazione di frazioni: Cavaleri (oggi Cavallari), Masino, Arsizio (oggi Gaggio), Scheneno, Biolo (termine che deriva da “betulleus”, quindi da betulla), Pioda, Piazzalunga, Gaggio (oggi S. Rocco). Nel complesso, 2500 abitanti, tutti cattolici, affidati alla cura spirituale del prevosto don Vincenzo Paravicini: se consideriamo La chiesetta di San Rocco, sopra Gaggio. Foto di M. Dei Casche la popolazione attuale è di 3018 abitanti, possiamo concludere che, nei secoli successivi, non è aumentata di molto. In particolare, significativa risultava la vitalità dei nuclei di Biolo e Piazzalunga, entrambi con 60 fuochi (300-360 abitanti).
Ecco il dettaglio complessivo del numero delle famiglie registrate dal vescovo per ogni frazione: Ardenno (40), Cavaleri (16), Masino (20), Arsizio (l'attuale Gaggio, 8); Scheneno (40); Biolo (60; il Ninguarda annota anche la richiesta degli abitanti di Biolo di avere un prete che ne serva le esigenze); Pioda (25); Piazza Lunga (60); Gaggio (a monte dell'attuale Gaggio; 25).
Ma cediamo a lui la parola: "Ardenno, che si trova al di là dell’Adda, dista cinque miglia dall'acqua di Clivio dove finisce la pieve di Olonio. Si stende ai piedi del monte e il centro è piccolo non contando più di quaranta famiglie. Alla sua comunità spettano otto frazioni... In Ardenno c'è l'artistica chiesa parrocchiale dedicata a S. Lorenzo; benché ci sia il prevosto a memoria d'uomo non ci furono mai canonici, sebbene ci sia una prebenda canonicale, il cui provento annuo (come dicono) non supera i nove o dieci condi, che viene raccolto dalla comunità e destinato per i restauri della chiesa matrice. Attuale prevosto è il sac. Vincenzo Parravicini, nativo di lì...Nelle predette frazioni che contano più di 2500 anime non si contano eretici. Poiché le frazioni non hanno reddito annuo non viene mai celebrata la messa, se non qualche volta dal prevosto di Ardenno o dal suo cappellano, che vi è mantenuto saltuariamente".
Ardenno. Foto di M. Dei Cas
Il Seicento fu, per l’intera Valtellina, un secolo nero: la valle si trovò, infatti, coinvolta nella Guerra dei Trent’anni (1618-1648), percorsa dagli eserciti dei fronti opposti, quello imperiale e spagnolo da una parte, quello francese e dei Grigioni, dall’altra. Due furono i momenti più tragici di questo periodo. Nel 1620 il cosiddetto “Sacro macello valtellinese”, cioè la strage di protestanti operata da cattolici insorti per il timore che i Grigioni intendessero imporre la fede riformata in Valtellina, fece registrare episodi tragici anche ad Ardenno, dove i Parravicini, i Cotta ed i Visconti Venosta si posero alla testa della rivolta contro i Grigioni. Anche qui vennero assassinati protestanti considerati empi e nemici della fede cattolica.
Baite in località San Rocco, sopra Gaggio. Foto di M. Dei CasPoi venne la “morte nera”, cioè la peste, portata in Valtellina, fra il 1629 ed il 1630, dai Lanzichenecchi, calati dal nord per intervenire nella guerra di successione per il Ducato di Mantova. Ad Ardenno il morbo comparve nell'ottobre del 1629, per poi diffondersi a Buglio, Biolo ed in Val Masino. Il paese dovette pagare un alto tributo al terribile morbo: molte frazioni furono decimate e diverse famiglie cambiarono la loro dimora, cercando luoghi più sicuri. Nel complesso possiamo dire che il terribile flagello forse dimezzò la popolazione, quando non la ridusse ad una percentuale ancora inferiore (le congetture più prudenti parlano, invece, di una riduzione del 35-40% della popolazione). La seconda metà del secolo e la prima di quello successivo furono segnati da una situazione di crisi economica accentuata, che fu all’origine di un ampio movimento emigratorio. La meta principale fu Roma, verso cui si diressero soprattutto le famiglie di Biolo.
Riguardo al fenomeno emigratorio, vale la pena di riportare diversi passi tratti dall'opera Storia di Morbegno (Sondrio, 1959) di Giustino Renato Orsini, L'Istituto guanelliano S. Lorenzo (casa di riposo) ad Ardenno. Foto di M. Dei Casche ben tratteggia il fenomeno nella sua ampiezza e nelle sue implicazioni:: “Le condizioni economiche della Valtellina, assai depresse dopo il suo passaggio ai Grigioni (1512) e per il distacco della Lombardia, cominciavano lentamente a risollevarsi per effetto dell'emigrazione. I nostri massicci montanari, pieni di buon volere, lasciavano in piccole frotte il loro paesello per recarsi nei luoghi più lontani: i Chiavennaschi a Palermo, a Napoli, a Roma, a Venezia e persino in Francia, a Vienna, nella Germania e nella Polonia: a Napoli i Delebiesi e quelli di Cosio; a Napoli, Genova e Livorno quelli di Sacco; pure a Livorno ed Ancona i terrieri di Bema e di Valle; a Venezia quelli di Pedesina; a Verona quelli di Gerola; a Roma, Napoli e Livorno quelli d'Ardenno. Numerosi muratori e costruttori di tetti emigravano in Germania; e i montanari della Valmalenco si spargevano come barulli nei più diversi paesi. Un quadro assai mediocre nella cappella antistante alla chiesa di S. Nazzaro in Cermeledo ci ritrae questi emigranti che, scalzi e in misere vesti, curvi sotto il loro fardello, arrivano ad un porto e ringraziano la  B. Vergine del viaggio compiuto.
Ma la meta preferita, specialmente dai terrieri della zona dei Cech, da Dubino sino a Vervio, fu Roma, dove il Pontefice, anche per La chiesa parrocchiale di San Lorenzo. Foto di M. Dei Cassostenere la fede cattolica combattuta dai Grigioni, accordò loro protezione e privilegi. Nella dogana di terra in piazza S. Pietro furono loro riservati ventiquattro posti di facchini, e alcuni posti anche nell'ospedale dell'Isola Tiberina; formavano pure la compagnia dell'annona, come facchini, misuratori e macinatori di granaglie; e furono detti Grigi, provenendo da luoghi dominati dai Grigioni. Perciò il cardinale Pallavicino chiamò ingiuriosamente la nostra valle patria dei facchini. Effettivamente fu quello il loro prima impiego, nel quale salirono anche al grado di capo -squadra, come vediamo dal nome assunto dai Caporali di Cino e dai Caporali di Dazio e dal nomignolo di Sigillini (sugellatori di sacchi) ancora portato dai Carra di Dazio. I Coppa di Roncaglia assunsero tale nome per la loro gagliardìa nel portare il basto sul collo. Ma ben presto da tale condizione gli emigrati a Roma si elevarono a quella di orzaroli (fornai e venditori di commestibili); così taluno con rigorosa parsimonia poté mettere da parte notevoli guadagni; ed altri – come i Ciampini di Biolo – divennero uomini di lettere e prelati; più tardi, ossia nell’800, un Vincenzo Grazioli, umile pastorello di Cadelsasso, recatosi a Roma quale garzone di fornaio e divenuto presto ricchissimo, La chiesa di San Lorenzo ed il municipio di Ardenno. Foto di M. Dei Cassarà insignito del titolo ducale e, apparentandosi con l’antica aristocrazia, sarà il capostipite dei Grazioli – Lante – Della Rovere. Ciascuna colonia valtellinese aveva in Roma una bussola, intitolata al patrono del villaggio d’origine (S. Provino di Dazio, S. Bartolomeo di Caspano, ecc.); e dentro quella deponevano le offerte da trasmettere al relativo parroco per ampliamenti e restauri della chiesa e per la compera di sacri arredi, talora preziosi… Solo da vecchi questi ritornavano poi in patria; e, col peculio adunato, miglioravano la loro casetta, acquistavano terre, affrancavano livelli e servitù. Così nei vari paesi, particolarmente nella Val Masino, nella Val Gerola e nei comuni di Civo e Dazio, si diffuse un notevole benessere… Per effetto di questa secolare emigrazione a Roma le condizioni economiche di questa parte della Valtellina sono oggi assai floride… I contadini dispongono quindi di molti terreni e possono permettersi il lusso di parecchie dimore in luoghi diversi, a cui si trasferiscono nelle varie stagioni. Durante l’inverno Caspano discende alla Manescia di Traona, Cadelsasso ai Torchi di Campovico, Dazio a Categno, Civo a S. Biagio e a Selvapiana, Roncaglia a S. Croce, Valmasino nella pianura di Ardenno… Per effetto di questa emigrazione anche la stessa razza, prima fiaccata dai matrimoni fra affini, potè rigenerarsi col sangue di Trastevere… Quindi a Caspano e a Civo si trovano uomini aitanti e donne fiorenti di matronale bellezza”.
Torniamo a seguire il filo della storia ardennese. Alcuni riferimenti cartografici possono aiutarci a comprendere quali fossero, nel territorio di Ardenno, i nuclei più importanti nel Seicento.
Ardenno, vista da Alfaedo. Foto di M. Dei Cas
Mentre nella Carte de la Valtoline, stampa francese del Seicento, sono menzionate Ardeno, Maseno, Biolo ed Arsizio (l’attuale Gaggio), nella carta del marchese di Coeuvres (che nel dicembre del 1624, nel contesto della fase valtellinese della Guerra dei Trent’anni, entrò in Valtellina dalla val Poschiavo, al comando di un esercito francese, eresse a Morbegno il fortino “Nouvelle France” si spinse in Valchiavenna, con l’intento di cacciare gli spagnoli, alleati degli imperiali), un’acquaforte del 1625, sono individuati Arden, Pelasco e Pioda. Nella “Raetiea terrarum nova descriptio”, stampa del 1618 compilata da Filippo Cluverio e  Fortunato Sprecher, infine, è menzionato solo Arden.
A partire dal Settecento la situazione economica migliorò progressivamente. Il La parte orientale di Ardenno. Foto di M. Dei Casdominio austriaco promosse la bonifica della piana di Ardenno, che determinò il nuovo corso dell’Adda, rettilineo e vicino al versante orobico. Dell’antico sinuoso corso rimase traccia nel canale dell’Adda vecchia, che ancora oggi attraversa la piana. La bonifica fu all’origine del ripopolamento del piano, in quanto rese disponibili nuovi terreni per le attività agricole.
Nel Settecento il territorio di Ardenno risultava costituito dalle contrade di Gadio (oggi Gaggio), Piazzalonga (Piazzalunga), Plota (Pioda), Sceneno (Scheneno), Bioli (Biolo), La Fossa, Masino, Palazzo. Apparteneva ad Ardenno anche il piccolo nucleo di Campo Tartano, all'ingresso della Val di Tartano. Sul finire del secolo il quadro geopolitico europeo è sconvolto dalle folgoranti imprese napoleoniche; nel giugno del 1797, il consiglio della comunità di Ardenno chiese di aderire alla Repubblica Cisalpina. La comunità risultava costituita da 1133 abitanti complessivi, distribuiti nelle squadre di Ardenno, Scheneno, Pioda, Piazzalunga, Gaggio, Cavallari, Camero e Ciampini di Biolo. Nel dipartimento dell'Adda del Regno d'Italia, qualche anno più tardi (1805), Ardenno risultava inserito, come comune di terza classe, con 1500 abitanti, al V cantone di Morbegno. Da un documento di due anni successivo (1807) apprendiamo Piazza Roma ad Ardenno: nevicata del 27 gennaio 2006. Foto di M. Dei Casche ad Ardenno si contavano 1232 abitanti complessivi (ancora meno della metà rispetto alla popolazione di fine Cinquecento, prima della falcidia operata dalla peste!), con questa distribuzione: 100 a Gaggia (Gaggio), 80 a Piazzalonga (Piazzalunga), 452 a Biolo, 80 a Pioda, 90 a Schenone (Scheneno), 40 a Masino, 390 nel nucleo centrale di Ardenno. nel 1815, al comune di Ardenno risultavano aggregati quelli di Forcola e Buglio, con una popolazione totale di 2257 abitanti (Ardenno, da solo, ne contava 1232).
La popolazione, poi, crebbe nel corso del secolo: a metà dell'Ottocento, infatti, Ardenno, comune inserito nel III distretto di Morbegno, contava 1863 abitanti. Nel 1861, anno della proclamazione del Regno d'Italia, Ardenno contava 2014 abitanti, che salirono a 2148 nel 1871, mentre ne contò 5 di meno (2143) il successivo censimento del 1881.
Ecco come presenta il paese la II edizione della Guida alla Valtellina edita a cura del CAI nel 1884: "Ardenno (2180 ab.)...sta alle falde del monte, nel versante aprico, in una bella e fertile insenatura. Più in alto, sui fianchi della montagna rivestiti di vigneti, sono i villaggi di Gaggio e Buglio (1162 ab.)... Fu ad Ardenno che visse gli ultimi anni della sua esistenza il celebre giureconsulto Alberto De Simoni, uno fra i legislatori della Repubblica Cisalpina, consigliere di Cassazione durante il primo Regno d'Italia e autore di parecchie opere altamente lodate, come il Diritto di natura delle genti, l'opera Sul furto e sua pena e il libro Delitti di mero affetto".
La chiesa della B. V. del Buon Consiglio di Gaggio. Foto di M. Dei CasArdenno si affacciò al nuovo secolo (1901) con 2342 abitanti, saliti a 2537 nel 1911. Pagato il tributo alla Grande Guerra, Ardenno contava 2849 abitanti nel 1921, scesi a 2597 nel 1931 e 2627 nel 1936.
Alle due guerre mondiali il paese pagò un importante tributo in vite umane, come si può verificare dall'elenco dei caduti sul monumento nel piazzale delle scuole elementari. Vi possiamo leggere i nomi dei caduti nella Grande Guerra, vale a dire il tenente Rodigari Giacomo, il caporal maggiore Fasoli Pio, i caporali Polini Paolino e Radaelli Cesare ed i soldati Bertinelli Pietro, Boiani Umberto, Bolini Gregorio, Bertolini Giuseppe, Bertinelli Giuseppe, Colmegna Giovanni, Corda Giovanni, Camero Giacomo, Civetta Giuseppe, Castelli Giuseppe, Della Vedova Domenico, Fasoli Mario, Folini Giacomo Silvio, Figoni Pietro Lorenzo, Folini Diego, Figoni Tomaso, Folini Antonio, Folini Giacomo Giuseppe, Futen Annunzio, Foppalli Giuseppe, Fioroni Pietro, Innocenti Giacomo, Innocenti Giuseppe, Mescia Santo, Mondora Pietro, Menesatti Giuseppe, Motta Emilio, Motta Anselmo, Pedruzzi Anselmo, Pradè Domenico, Ruffini Luigi, Raschetti Cesare, Raschetti Guido, Scottoni Anselmo e Salini Erminio.
Sono menzionati, poi, come caduti nella Seconda Guerra Mondiale il caporale Rota Tarcisio, il sergente maggiore Bianchi Dante, il Il monumento ai caduti nel piazzale della scuola elementare di Ardenno. Foto di M. Dei Cassergente Biasini Ennio, il caporale Rebuzzi Giovanni ed i soldati Bertolini Marco, Boiani Remo, Bracchi Guido, Camero Edoardo, Coppa Guerino, De Agostini Primo, Fopalli Giacomo, Fioroni Giuseppe, Fascendini Giovanni, Folini Vitale, Innocenti Pietro, Menesatti Giuseppe, Mescia Egidio, Orsingher Giacomo, Pedrola Luigi, Polini Giuliano, Pedruzzi Riccardo, Rosati Mario, Rossi Valentino, Simonetti Giacomo, Simonetti Silvio, Salini Osvaldo, Songini Giuseppe e Camero Guido. Sono ricordati anche i partigiani Reda Pietro e Valeni Clemente.
La curva demografica riprese a salire nel secondo dopoguerra, segnando 2770 abitanti nel 1951 e 2861 nel 1961; poi vi fu una lieve flessione che riportò la popolazione a 2774 abitanti nel 1971. Gli anni Ottanta si aprirono con un saldo di 2937 abitanti (1981) e furono segnati dalla disastrosa alluvione del 1987.
L’Adda, interessata dalla citata bonifica settecentesca, fu, nel 900, all’origine di rovinose alluvioni, di cui ancor viva nella memoria è quella più recente, quando, nella notte fra sabato 17 e domenica 18 luglio 1987 la rottura degli argini presso San Pietro di Berbenno determinò l’allagamento della piana della Selvetta e di Ardenno. Non vi furono morti, ma i danni economici furono ingentissimi. Gli anni Novanta, infine, si aprono con lo sfondamento della soglia dei 3000 abitanti (3018 nel 1991, 3122 nel 2001).
Questi, in sintesi, gli eventi che hanno scandito, nei secoli, la vita di una comunità le cui sorti sono sempre state legate alle alterne vicende ed opportunità legate al versante montuoso, che culmina nello splendido terrazzo dell’Alpe Granda, ed alla piana, sulla quale periodicamente il fiume Adda ha rivendicato un’antichissima signoria.
Ardenno. Foto di M. Dei Cas
Oggi Ardenno è un comune di circa 3.181 abitanti (dati Istat del 2005), la cui parte più bassa (stazione ferroviaria) è posta a 266 m. s.l.m. Ha una superficie di 17,01 km quadrati.
Il confine meridionale descrive, sul suo lato est, una diagonale che lascia fuori la località dei Piani (comune di Buglio in Monte) raggiungendo la strada che si stacca dalla ss. 38 dello Stelvio e porta al ponte sull'Adda di fronte all'abitato di Sirta. Segue questa strada verso sud fino al ponte, poi volge ad ovest seguendo il corso dell'Adda, fino al punto in cui il fiume, poco dopo il punto di confluenza del torrente Masino, piega a sud-ovest. Qui il confine volge a nord, e si ritaglia una piccola fetta del basso versante Case della frazione Motta, sotto Gaggio. Foto di M. Dei Casorientale del Culmine di Dazio, nella quale rientra la frazione di Pilasco. Raggiunto il torrente Masino, lo segue per un lungo tratto, verso nord, passando nei pressi delle località Ponte del Baffo e S. Antonio.
Un km circa prima di Cataeggio lascia il torrente Masino e volge ad est-sud-est, tagliando l'aspro versante orientale della bassa Val Masino e passando più o meno a metà strada fra le località di Ruschedo di Sotto (comune di Val Masino) e Ruschedo di Sopra (comune di Ardenno). A quota 1225 piega a nord-est, salendo fino al limite nord-occidentale dell'alpe Granda, l'unico alpeggio nel territorio comunale di Ardenno. Proseguendo verso est segue il crinale che sale alla cima del pizzo Mercantelli (m. 2070), ma, curiosamente, si ferma appena sotto, all'anticima denominata dei Camosci (è questa, a quota 2060 circa, il punto più alto del territorio comunale). Qui inverte l'andamento e comincia a scendere, in direzione sud-ovest.prima, sud, poi, rimanendo leggermente ad est dell'aspro Fosso del Gaggio. Passa, così, appena ad est del Mulino Vismara e lascia ad est l'ampio terrazzo di Buglio in Monte. Passa, quindi, appena ad ovest del cimitero di S. Agata di Buglio in Monte e comincia a piegare leggermente a sud-est, giungendo al piano appena ad est della frazione Bagnera. Taglia, quindi, in diagonale la piana della Selvetta e l'Adda Vecchia, puntando alla ss. 38. Prima di raggiungerla, però, piega a sud-ovest, lasciando fuori, come già La frazione S. Giuseppe, sopra Gaggio. Foto di M. Dei Casdetto, la località dei Piani.

Una curiosità, per finire. Ardenno si ritaglia uno spazio, per quanto modesto, nella storia della letteratura italiana del Novecento grazie ad una poesia di salvatore Quasimodo (Nobel per la letteratura nel 1959), qui di seguito riportata.

La dolce collina

Lontani uccelli aperti nella sera
tremano sul fiume. E la pioggia insiste
e il sibilo dei pioppi illuminati
dal vento. Come ogni cosa remota
ritorni nella mente. Il verde lieve
della tua veste è qui fra le piante
arse dai fulmini dove s’innalza
la dolce collina d’Ardenno e s’ode
il nibbio sui ventagli di saggina.

Il Culmine di Dazio, la 'dolce collina di Ardenno'. Foto di M. Dei CasForse in quel volo a spirali serrate
s’affidava il mio deluso ritorno,
l’asprezza, la vinta pietà cristiana,
e questa pena nuda di dolore.
Hai un fiore di corallo sui capelli.
Ma il tuo viso è un’ombra che non muta;
(cosi fa morte). Dalle scure case
del tuo borgo ascolto l’Adda e la pioggia,
o forse un fremere di passi umani,
fra le tenere canne delle rive.

Salvatore Quasimodo - nuove poesie
Dipinto di san Pasquale di Baylon nell'Oratorio dei Confratelli della chiesa S. Lorenzo di Ardenno. Foto di M: Dei Cas
Che ebbe a che fare il poeta siciliano con questa sperduta landa retica? Quasimodo fu assunto come geometra al Genio Civile e trasferito nel 1934 a Milano; di qui, un po’ per punizione, venne assegnato per qualche tempo all’ufficio di Sondrio e dimorò anche ad Ardenno. La poesia fa riferimento ad un ricordo femminile legato ad Ardenno. Impossibile sapere chi, difficile capire quale sia esattamente il luogo nel quale il ricordo prende corpo. Un luogo sicuramente vicino al fiume Adda, in vista del Culmine di Dazio (questa è con tutta probabilità la “dolce collina”, così qualificata per il suo aspetto arrotondato). Il resto è legato alla suggestione poetica, che si anima dell’indeterminato e trae vita dall’indefinito.

Chi desiderasse trovare ulteriori informazioni sulla storia di Ardenno ed i suoi luoghi, può consultare due belle pubblicazioni: il volumetto "Ardenno- Strade e contrade", dalla cooperativa "L'Involt" di Sondrio e pubblicato per iniziativa dell'Amministrazione comunale, ed il fascicolo "La strada dei Cincett", curato da Adima ed Albertina Della Maddalena e da Renata Mossini per la Biblioteca comunale di Ardenno (Tipografia Polaris, Sondrio, 2000).




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(una versione Powerpoint della suddetta relazione è
disponibile richiedendola via e-mail all'autore)

- Cartina Kompass 1:35.000 Val Masino, Val Codera, Costiera dei Cech
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas

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Ultima Modifica: Giovedì, 28 Agosto, 2008

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