Nella
quinta giornata prenderemo congedo dai luoghi del Bitto, il più
celebre prodotto caseario valtellinese, per entrare in una quarta grande
valle, anch’essa legata ad un’attività casearia di
grande qualità, la Val Tàrtano. Il cammino ha inizio con
la breve salita al passo di San Marco (m. 1992), scavalcato da una strada
asfaltata che congiunge la Val Brembana con la bassa Valtellina, in
quanto scende fino a Morbegno, passando per Albaredo. La strada ha recentemente
sostituito una sorella maggiore di grande importanza storica, quella
via Priula che, tracciata nel secolo XVI, ha permesso, soprattutto nel
secolo XVII, fiorenti commerci fra la Valtellina, che allora era sotto
la signoria della Lega Grigia, cioè dei Grigioni, e la bergamasca,
territorio della Serenissima, cioè della Repubblica di Venezia.
La denominazione stessa del passo è eloquente. Ed è proprio
su questa via che ci dobbiamo, ora, incamminare. La troviamo a sinistra
della strada, vicino all’aquila che sorveglia il passo. Scende
verso nord, con un tracciato tranquillo, ad alcuni dossi erbosi sottostanti,
poi comincia a perdere quota in uno scenario ingentilito da radi larici,
fino a piegare leggermente a destra e calare, con qualche ripido tornante,
alla piana dell’alpe di Orta Vaga (1694).
Purtroppo
dobbiamo ben presto lasciarla, perché il sentiero se ne stacca
proprio in corrispondenza della casera: dobbiamo, infatti, seguendo
le segnalazioni, staccarcene sulla destra, raggiungere le baite dell’alpe
e, sfruttando la pista che le congiunge alla strada asfaltata, risalire
a quest’ultima, dopo aver attraversato il torrente. Tornando per
un tratto verso il passo, dobbiamo superare un tornante sinistrorso
e, al successivo tornante destrorso, staccarci dalla strada sulla sinistra,
sfruttando un sentiero che guadagna la quota 1900 ed aggira il largo
dosso che scende, verso nord-ovest, dal pizzo d’Orta (m. 2183).
Nella traversata, superiamo la baita di quota 1856, fra bei pascoli,
anch’essi legati alla produzione del famoso Bitto. Stiamo entrando
nell’anfiteatro della valle di Pedéna, sul cui crinale
è collocata l’ampia sella che costituisce il passo omonimo,
incorniciato a destra (sud) dal monte Azzarini (m. 2431) ed a sinistra
(nord) dal monte Pedena (m. 2399). Il sentiero riguadagna quota 1900
ed attraversa una buona metà della valle, giungendo ad intercettare
la traccia che sale dalla casera sottostante, nei pressi della strada
(Casera di Pedena, m. 1560). Piegando a destra, in direzione sud-est,
ci dirigiamo facilmente alla larga linea del passo, posto a 2234 metri.
Un masso ci conferma, con la sigla GVO, che siamo sempre sulla Gran
Via delle Orobie. Ci siamo affacciati sull’anfiteatro della val
Budria, il più occidentale dei due rami in cui si divide la Val
Corta, a sua volta ramo occidentale dell’alta Val di Tàrtano.
Dobbiamo, ora, scendere alla baita dei Pradelli di Pedena, a 2024 metri.
La
traccia è assai labile, ma la discesa, un po’ ripida in
alcuni tratti, può avvenire anche a vista, tenendosi sempre a
destra di una fascia di massi precipitati dal fianco sud-orientale del
monte Pedena. Raggiunta la baita, non proseguiamo verso sinistra (nord-est),
sul sentiero che scende in val Budria, ma pieghiamo decisamente a destra,
seguendo le indicazioni di un cartello ed imboccando un sentiero ben
tracciato che si dirige all’ampia conca nella quale precipitano
le balze del passo. Inizia, così, la facile traversata dell’alta
valle, con qualche saliscendi, ad una quota che dai 2000 metri si approssima
gradualmente ai 2100. Passiamo, così, a valle del singolare ed
isolato pizzo del Vento (m. 2235) e della bocchetta di Budria, sul crinale
che separa la valle dalla Val Brembana. Si tenga presente che la cartina
Kompass del Parco delle Orobie Valtellinesi indica, invece, un percorso
più lungo e dispendioso, che prevede una discesa che porta oltre
la casera di val Budria (m. 1488) ed una risalita sul fianco orientale
del dosso che scende dal Foppone, fino alla casera di Lemma alta: direi
che non ne vale proprio la pena. Raggiungiamo, dunque, il limite orientale
della valle, tenendoci in quota: ci attende un breve strappo, sul ripido
crinale che la separa dalla val di Lemma, fino ad una piccola sella
erbosa, a circa 2150 metri, sul crinale che scende, verso nord, dal
monte Tartano (m. 2292). Tocchiamo, così, i primi lembi del secondo
ramo della Val Corta. L’alta val di Lemma è, a sua volta,
divisa in due alpi terminali, separate da un dosso che scende dal pizzo
del Vallone (m. 2249). La prima che incontriamo è l’alpe
de Sona di Sopra, oltre la quale si trova l’alpe di Lemma alta.
Dobbiamo scendere verso il pianoro della prima alpe, per poi piegare
a destra, seguendo i segnavia, e puntare in direzione del dosso, aggirato
il quale, tenendoci ad una quota di poco inferiore ai 2000 metri, raggiungiamo
la casera di Lemma alta (m. 1986), a cui sale anche un sentiero dal
fondovalle.
Dobbiamo
ora effettuare la traversata della parte alta dell’alpe. Se perdiamo
i segnavia (la traccia si fa qui molto incerta), possiamo anche procedere
a vista. Una variante interessante prevede la salita al passo di Lemma,
quasi sulla verticale della casera, appena un po’ spostato a sinistra
(m. 2137). Al passo giunge anche, dalla val Brembana, una mulattiera.
Senza più scendere nella valle, possiamo ora seguire il crinale,
con qualche saliscendi, fino all’erbosa cima di Lemma (m. 2348),
che chiude a sud est la valle, affacciandosi sulla testata della Val
Lunga. I segnavia del sentiero individuano, invece, un percorso appena
più basso, che passa attraverso il passo della Scala, appena
sotto la cima. Senza scendere al passo, appoggiamoci al versante bergamasco
del crinale che scende verso est dalla cima, calando così facilmente,
su traccia di sentiero, al passo di Tartano (m. 2108), presidiato da
una ben visibile croce. Anche questi luoghi recano diverse tracce delle
fortificazioni della Prima Guerra Mondiale, che, per fortuna, non giunse
però mai ad insanguinare il suolo orobico. La quinta e penultima
tappa sta volgendo al termine: dobbiamo, intatti, ora scendere al rifugio
Beniamino, in località Arale (m. 1500), per il pernottamento.
Se, però, abbiamo tempo, non perdiamo l’occasione per visitare
i tre laghetti di Porcile, il lago Piccolo, il lago Grande (m. 2030)
ed il lago di Sopra (m. 2095). I primi due li troviamo sul sentiero
per la discesa (il primo) o appena più in alto, sulla destra
(il secondo), mentre per salire al terzo dobbiamo seguire, dalla sponda
sud del lago Grande, i segnavia che segnalano il sentiero che porta
al passo di Porcile (m. 2290), ben visibile in alto, un po’ spostato
a sinistra. Si tratta di tre laghetti con disposizione a rosario, giustamente
famosi per la loro bellezza.
Tornati
al lago piccolo, scendiamo rapidamente, dapprima verso nord ovest, fino
ad una baita isolata, poi verso nord est, cioè verso destra,
alla bella conca dove si trovano le baite di Porcile (m. 1803). Sul
limite inferiore di destra della conca, superato il torrente, troviamo
l’evidente sentiero che prosegue nella discesa, oltrepassando
anche il torrente che scende dalla val Dordonella e conducendo, oltre
un piccolo boschetto, alla località Arale, dove, fra alcune altre
baite, troviamo il rifugio, alla sommità di ripidi prati che
terminano ad una pista sterrata (si tratta della prosecuzione della
strada che da Tartano sale, fino ad una galleria paravalanghe, in Val
Lunga). Si tratta di una tappa abbastanza faticosa, dal momento che
diversi saliscendi impongono il superamento di un dislivello complessivo
di circa 1300 metri, in circa 6 ore di cammino. Ma possiamo ben essere
orgogliosi del cammino sin qui fatto, e questo non può che caricarci
di rinnovate energie per la sesta ed ultima tappa.