Siamo
a metà del cammino, e gli scenari cambiano. I bei boschi di ombrosi
abeti secolari o di scintillanti larici restano alle nostre spalle.
D’ora in poi il percorso sarà quasi interamente allo scoperto.
Chi si trovasse ad effettuarlo nei periodi più caldi dell’estate,
si attrezzi di conseguenza. In questa quarta tappa attraverseremo l’intera
parte alta della Val Gerola, per approdare alla valle del Bitto di Albaredo,
alla meta del passo di San Marco.
Lasciamo, quindi, il rifugio
di Trona Soliva e, invece di seguito il più evidente sentiero
che punta ad ovest-sud-ovest, per aggirare un dosso e salire alla bocchetta
di Trona, seguiamo il sentiero più basso che, con direzione sud
e poi est-sud-est, punta, dapprima in discesa e poi con andamento sostanzialmente
pianeggiante, alla diga di Trona (m. 1805), già ben visibile
dal rifugio, a sinistra del pronunciato profilo del pizzo di Trona (m.
2510). Il toponimo non rimanda, come credono alcuni, ai tuoni (anche
se le rocce ferrose che caratterizzano l’intera zona attirano
un’abbondante quantità di tuoni), ma alle cavità
nella roccia, dette, appunto, “trune”.
Nell’ultimo
tratto risaliamo fino alla passerella in cima al muraglione della diga,
raggiungendone il lato opposto, dove imbocchiamo un nuovo sentiero che
ci costringe ad uno strappetto per raggiungere il fianco orientale della
valle di Trona.
Qui intercettiamo il sentiero che si addentra nella valle e lo percorriamo
in senso opposto (verso sinistra), raggiungendo, a 1835 metri, il filo
del dosso che scende a nord dal pizzo del Mezzodì (m. 2116).
Nell’amena radura sul crinale del dosso troviamo una baita ed
un gentile microlaghetto. Siamo sul sentiero dell’anello dei laghi
della Val Gerola (il numero 8, segnalato anche da segnavia rosso-bianco-rossi),
che ora piega bruscamente a destra, effettuando un traverso sul lato
opposto del dosso, per poi iniziare a scendere, ripido, verso l’imbocco
della val Tornella.
Attraversiamo, così, il torrente che scende dalla valle, e prestiamo
attenzione ad una deviazione a destra, nei pressi di una baita: dobbiamo,
infatti, abbandonare il sentiero, che scende a Pescegallo, e percorrere
quello che si addentra per un tratto nella valle, fino alla sorgente
di quota 1808. Qui, lasciando il sentiero che prosegue a risalire la
valle, deviamo ancora a sinistra, seguendo le segnalazioni, aggiriamo
il dosso che scende dalla Rocca di Pescegallo, ci portiamo sul versante
orientale dei denti della Vecchia e scendiamo all’alpe Salmurano.
Se dovessimo perdere la prima deviazione, poco male: da Pescegallo (m.
1454, il cui nome non ha nulla di ittico o di avicolo, derivando da
“pesc del gal”, cioè “abete del gallo cedrone”)
possiamo comodamente salire all’alpe Salmurano seguendo una pista
carrozzabile.
Sul
lato orientale dell’alpe troviamo il rifugio
Salmurano (m. 1848), in corrispondenza del punto di arrivo degli
impianti di risalita per lo sci invernale. Evidentemente possiamo eleggere
questo rifugio come appoggio per dividere in due la tappa, ma, tutto
sommato, se non siamo troppo stanchi ci conviene proseguire.
Scendendo un poco dal rifugio verso destra, troviamo l’imbocco
di un sentiero che, attraversando, in direzione nord-est, una fascia
di larici ed ontani, circondata da diversi paravalanghe, raggiunge la
casera di Pescegallo (m. 1778), salendo poi, in breve, allo sbarramento
che costituisce il lago di Pescegallo (m. 1865), nel quale si specchia
il monte Ponteranica (m. 2378). Anche qui dobbiamo attraversare la muraglia
della diga, raggiungendo il lato opposto (sud), dove, ignorato il sentiero
che sale verso il crinale del lungo dosso che scende fino al monte Motta,
sopra Gerola, ci incamminiamo sul sentiero che attacca, deciso, le ripide
balze sotto il passo del Forcellino (m. 2050), raggiunto dopo qualche
secco tornante (teniamo presente che il sentiero Andrea Paniga è
contrassegnato dalla numerazione 101). Sul passo, stretto intaglio nella
roccia, troviamo una seconda targa in bronzo del sentiero.
Poi cominciamo a scendere in alta val Bomìno (il più orientale
dei rami in cui si divide l’alta Val Gerola), perdendo un centinaio
di metri. Nel primo tratto della discesa le corde fisse rendono più
sicuro un passaggino che, in presenza di neve o con rocce bagnate, può
risultare insidioso.
Teniamo,
per un tratto, la quota 1900, prima di ricominciare a salire, gradualmente,
verso il passo di Verrobbio (m. 2026), dove troviamo altri segni di
manufatti militari (una cavità nella roccia ed i resti di fortificazioni).
Poco prima del passo, attraversato un torrentello, troviamo un grazioso
microlaghetto (detto laghetto di Verrobbio).
Raggiunto il passo, eccoci di fronte ad un dilemma amletico: seguire
il lungo filo del crinale che, passando dal monte Verrobbio (m. 2139),
scende al passo di san Marco, oppure la più tranquilla mulattiera
militare, che, scesa a quota 1800 sul fianco alto del Piano dell’Acqua
Nera, in alta Val Brembana, prosegue poi, quasi pianeggiante, fino al
rifugio Ca’ San Marco
(m. 1830), dove si conclude questa quarta tappa. La mulattiera è
un po’ più lunga, ma sicuramente più veloce, perché
la camminata sul crinale non può che essere lenta e cauta. Il
sentierino che lo percorre, infatti, è piuttosto aereo e, in
diversi punti, esposto, per cui, tutto sommato, è sconsigliabile
a chi non abbia una solida esperienza o abbia qualche problema con i
passaggi aerei. Insomma, vedete un po’ voi: io mi terrei sul basso.
Anche perché se giungiamo al rifugio con un po’ di tempo
a disposizione, possiamo impiegarlo per salire ai 1992 metri del passo
di san Marco, per osservare l’ottimo panorama che da qui si gode
sulle cime del gruppo del Màsino: ecco infatti, da sinistra,
il pizzo Badile, il pizzo Cèngalo, i pizzi del Ferro, la cima
di Zocca, la cima di Castello, la punta Ràsica, i pizzi Torrone
ed il monte Sissone.
Rimane,
invece, nascosto dietro il lungo fianco orientale della valle del Bitto
di Albaredo il monte Disgrazia. Teniamo presente che, seguendo la strada
asfaltata che dalla Val Brembana sale al passo, incontriamo anche un
secondo rifugio, il San
Marco 2000.
Siamo in cammino da 5-6 ore, ed abbiamo superato un dislivello in salita
di circa 700 metri (nel caso in cui abbiamo seguito la mulattiera che
termina al piazzale del rifugio di Ca’ san Marco). E qui, quasi
sospesi fra Val Brembana e Valtellina, attendiamo, godendoci il meritato
riposo, la quinta giornata di cammino.