Fra
le numerose traversate possibili nella compagine delle valli orobiche,
quella fra valle di Ambria e val Venina ha numerosi elementi che militano
a suo favore: punto di partenza e di arrivo coincidono, il che evita
la necessità di disporre di due automobili; la lunghezza non
è eccessiva (6-7 ore) ed il percorso non presenta passaggi difficili;
i luoghi toccati offrono numerosi spunti di interesse panoramico e storico;
una parte importante del percorso coincide con un segmento significativo
dell’Alta Via delle Orobie, sezione Sentiero Bruno Credaro. Eppure
si tratta di una traversata assai poco frequentata, e le valli toccate
non sono certo fra le più conosciute sul versante orobico valtellinese.
Vediamo allora di effettuarla insieme.
Le due valli interessate costituiscono il ramo occidentale di quell’ampia
diramazione di valli nelle Orobie centrali che ha come rami orientali
la val Vedello e la val Caronno (ben più conosciuta per la presenza
del rifugio Mambretti) e che confluisce in un’unica vallata nel
tratto terminale (denominata Val Venina), il cui sbocco è immediatamente
ad ovest di Piateda. Portiamoci, dunque, a Piateda, staccandoci dalla
ss. 38 dello Stelvio ad uno dei diversi svincoli che troviamo fra la
fine della tangenziale ad est di Sondrio e Chiuro.
Da Piateda imbocchiamo la comoda strada che sale verso Piateda alta
e prestiamo attenzione ai cartelli: quando incontriamo quello della
frazione Previsdomini, seguito da un tornante destrorso con una strada
che si stacca per Posterla, proseguiamo per un buon tratto fino al primo
tornante sinistrorso. Qui si stacca una strada più stretta, che
si addentra per 5,5 km circa sul fianco orientale della Val Venina,
con un tracciato diretto (attenzione: la carreggiata è piuttosto
stretta), fino alla centrale Edison. Qui inizia una pista che alterna
fondo in cemento e fondo sterrato e che, dopo un paio di chilometri,
propone un bivio: i cartelli segnalano che prendendo a sinistra si raggiunge,
dopo 1 km, Agenda, mentre prendendo a destra si sale, dopo 2,2, km,
ad Ambria. Putroppo la strada per Ambria è chiusa al traffico
dei veicoli non autorizzati, per cui ci tocca lasciare l’automobile
nei pressi del bivio (a quota 1100 m. circa) e sobbarcarci mezzora di
cammino per giungere al paesino, posto a 1325 metri proprio nel punto
in cui valle di Ambra e val Venina confluiscono.
Dopo
una breve visita alla chiesetta di san Gregorio, edificata nel 1615
su quel che restata di una chiesetta preesistente, dobbiamo decidere
in che senso effettuare la traversata. Propongo il senso orario, che
ha il vantaggio di permetterci di gustare la discesa in val Venina quando
il sole comincia a calare, il che conferisce a questa valle un fascino
particolare. Attraversato il paese, dunque, portiamoci sulla sinistra,
valichiamo un ponticello ed incamminiamoci su una mulattiera segnalata
da segnavia bianco-rosso-bianchi, in uno scenario reso piuttosto selvaggio
dalla vegetazione e dai massi disordinati, a causa di numerose slavine
nella stagione primaverile. Dopo il primo tratto, in leggera salita,
incontriamo un piccolo sbarramento, in corrispondenza del quale ci riportiamo
a destra (per noi) del torrentello.
Raggiungiamo poi, dopo un’ulteriore modesta salita che ci fa superare
la baita Zappello (m. 1480), la soglia superiore di un vasto pianoro,
nel quale è possibile trovare un piccolo specchio d’acqua.
Si tratta un pianoro che, nel periodo del disgelo o dopo abbonfanti
precipitazioni, si riempie d’acqua, diventando un lago, denominato
lago di Zappello, a 1502 metri (valle di Zappello è anche il
secondo nome, per così dire, della valle di Ambria). Nei periodi
di secca, ecco invece un ampio pianoro che richiede un po’ di
tempo per essere attraversato. Camminare su una superficie così
regolare e piatta, al cospetto della massiccia testata della valle,
in compagnia di se stessi (difficilmente troveremo altri escursionisti),
suscita senza dubbio una sensazione molto singolare.
Vediamola, questa testata: sulla sinistra (est), appena a destra della
ben visibile depressione del passo del Forcellino, notiamo l’affilata
punta del pizzo del Salto (m. 2665); alla sua destra, la poderosa parete
occidentale del pizzo dell’Omo (m. 2771), monolitica ed imponente;
ancora defilata (anzi, non si vede ancora, ma avrà modo di rifarsi),
l’arrotondata e simmetrica cima del pizzo del Diavolo di Tenda
(m. 2916), una delle più alte vette orobiche; poi, un singolare
ed ampio salto roccioso, una parete liscia che sembra messa lì
per sfidare gli scalatori; infine, sul lato destro, i contrafforti del
monte Aga (m. 2720).
Ma
guardiamo anche alle nostre spalle, perché nel brevissimo spiraglio
sul versante retico, ecco affacciarsi, curiosamente, proprio le cime
regine della Valmalenco e dell’intero versante, i pizzi Scerscen
e Bernina (più avanti, appariranno anche il pizzo Scerscen e
la Cresta Guzza.
Al termine della piana, troviamo una pista che, in breve, ci porta alle
baite Dossello (m. 1593), dove, d’estate, troveremo i pastori
che caricano l’alpe. Guardando in alto, a destra, sul limite superiore
di un gradino roccioso, notiamo una croce, presso la quale dovremo passare;
il sentiero diretto, però, è poco visibile, ed i segnavia
sembrano abbandonarci poco oltre le baite, per cui ci conviene proseguire
lungo la medesima direttrice, che si avvicina alla testata della valle,
sul lato destro (per noi), raggiungendo il limite della fascia di bassa
vegetazione che ne ricopre la parte bassa del gradino che dovremo superare.
Non faticheremo a trovare, sul limite del pascolo, il sentiero che,
con diversi tornanti, supera questa fascia, e ci porta ai pascoli di
quota 1700-1800. Qui ritroviamo i segnavia, questa volta rosso-bianco-rossi,
perché si tratta dei segnavia della Gran Via delle Orobie.
Infatti, dopo una breve salita, intercettiamo il tratto della Gran Via
che, sceso dal passo del Forcellino (m. 2245), sale al passo di Brandà
(m. 2430), il punto più alto della nostra traversata. D’ora
in poi, ci basterà seguire i numerosi segnavia, che ci portano,
innanzitutto, con una breve traversata verso destra, alle baite Cigola
(o Scigula, m. 1870), una delle quali è stata attrezzata come
ricovero di emergenza, con brande e stufa. L’iniziativa di attrezzare
baite come ricoveri di emergenza, lungo l’Alta Via, è sicuramente
lodevole: uno dei motivi per i quali tale sentiero alto è poco
battuto, infatti, è la carenza di punti d’appoggio. Ma
torniamo a noi: eccola, un po’ più avanti, la croce che
avevamo visto dal basso, ed eccolo, tondeggiante e quasi gigioneggiante
il pizzo del Diavolo di Tenda, a sinistra della liscia parete di cui
abbiamo detto.
Non
ci avviciniamo alla croce, ma proseguiamo, descrivendo alcuni ampi archi,
per superare le balze erbose che ci separano dal passo di Brandà.
Già, ma dov’è? Alcune evidenti depressioni, là
in alto, davanti a noi, si candidano ad ospitare il passo, ma poi scopriremo
che esso si trova su un ben più modesto intaglio, sul limite
di sinistra della costiera che dal pizzo di Cigola (m. 2632) scende
al Montirolo (m. 2126), che sovrasta Ambria. La suspance rimane, però,
viva, fino a che guadagniamo un ultimo pianoro sassoso: sul suo limite,
dopo aver scorto il segnavia su un grande masso, ci viene spontanea
la considerazione: “il prossimo svelerà in quale direzione
è il passo”. Infatti, cominciamo a piegare a sinistra,
salendo ad una traccia che, con andamento un po’ ripido, porta
al piccolo intaglio, una piccola porta erbosa che ci apre lo scenario
dell’alta val Venina.
Siamo a 2430 metri, ed abbiamo superato, in salita, circa 1330 metri,
in tre ore e mezza-quattro ore. Prima di scendere, però, un ultimo
sguardo alle cime che lasciamo alle spalle: il pizzo del Diavolo di
Tenda, ora, appare veramente torreggiante rispetto alle altre vette.
La testata della val Venina appare, invece, più modesta. La valle,
nel suo insieme, si mostra, già al primo sguardo, più
gentile, e la sua gentilezza si mostra subito: la discesa avviene facilmente,
con qualche tornante dettato dai segnavia ed un ultimo tratto un po’
più ripido, sempre su un tranquillo versante erboso, con qualche
roccetta.
Eccoci, quindi, in poco tempo al tranquillo pianoro dell’alta
valle, proprio nei pressi di un manufatto che attrae la nostra attenzione.
Un cartello ci spiega che si tratta di un forno fusore, il forno della
Vena di Venina (m. 2229) Nei suoi pressi si trovava, infatti, la miniera
di ferro più importante della zona, sfruttata già dal
1300, ed ancora attiva nella seconda metà dell’Ottocento,
quando il materiale veniva portato all’altoforno di Premadio per
essere fuso.
Nei
pressi del forno fusore, infatti, troviamo ancora qualche cumulo di
materiale rossastro, residuo dell’attività estrattiva.
C’è da ricordare che vi furono periodi in cui il minerale
veniva portato, per la lavorazione, nella vicina valle del Livrio, attraverso
il passo dello Scoltador, che vediamo proprio davanti a noi, insieme
al sentiero che, con diverse diagonali, lo raggiunge. La prima lavorazione
del ferro in questo ed in altri forni, infine, richiedeva la combustione
di grandi quantità di legna, il che spiega come mai la val Venina
abbia un limite boschivo molto più basso rispetto alle altre
valli orobiche. Scendiamo ancora un po’, fino al ben visibile
cartello che indica un bivio: proseguendo diritti attraversiamo l’alta
valle e restando sulla Gran Via delle Orobie, saliamo al passo dello
Scoltador, mentre piegando leggermente a destra cominciamo a scendere
lungo la valle, alla volta del grande bacino di Venina che già
si impone al nostro sguardo.
Noi, ovviamente, scendiamo e, nella discesa, passiamo a sinistra del
torrente Venina, seguendo i segnavia che ci guidano su un sentiero non
sempre evidente. Ma il terreno è tranquillo, e la discesa è
molto riposante, per i piedi e per lo spirito. Il primo tratto della
discesa, superato un facile saltino, ci porta alla baita dell’Alpe
Venina (m. 2017), che può fungere da ricovero temporaneo in caso
di necessità. Proseguiamo, scorgendo, nella finestra che si apre
sul versante retico, una cima che, di primo acchito, non riconosciamo:
poi, guardando bene riconosciamo il monte Disgrazia, che si mostra,
da questo lato insolito, come un’affilata piramide. Superiamo,
poi, le baite Dossello (m. 1946) e, tocco di esoterismo inatteso, dei
Maghi (m. 1900), raggiungendo la casera Vecchia (m. 1839), dove la traccia
piega a destra e supera di nuovo, su un ponticello, il torrente, per
poi scendere a percorrere il lato orientale (destro, per noi) del grande
invaso di Venina (m. 1823).
Lo sbarramento, costituito da poderosi archi multipli, venne terminato
nel 1926 (proseguendo la discesa potremo vedere, sul lato opposto della
valle, i resti delle case del cantiere) e può contenere 11 milioni
di metri cubi d’acqua. Al termine del sentiero, eccoci alla casa
dei guardiani, che è anche punto da cui si possono effettuare
le chiamate di emergenza al soccorso alpino.
Inizia
l’ultima parte della discesa, sul fianco destro della valle, che
ora, repentinamente, muta il suo volto, incassandosi e facendosi rocciosa
ed aspra. Stiamo percorrendo il sentiero delle cosiddette Scale di Venina.
La denominazione fa riferimento al fatto che in diversi punti il tracciato
è scavato nella roccia, ma probabilmente rimanda anche al significato
di “scala” che, nel lessico lombardo, si riferisce ai salti
rocciosi. Nel primo tratto della discesa, infatti, siamo quasi sospesi
su una forra cupa, poi la valle torna ad allargarsi un po’, tanto
che approdiamo al maggengo di Precarè (m. 1464). Alla fine, ricompare,
in una suggestiva prospettiva dall’alto, Ambria, cui scendiamo
con un ultimo ripido tratto. Non resta che chiedere ai nostri piedi
ululanti una ventina di minuti di ulteriore sopportazione, quel tanto
che basta per salutare con gioia la nostra automobile, dopo 6-7 ore
di cammino.