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Tappa - Dal rifugio Bignami al rifugio Cristina, per i passi di Canciano
e Campagneda
Nella settima tappa ci porteremo decisamente sul limite
nord-orientale della Valmalenco, percorrendone anche per un tratto la
linea di confine con il territorio svizzero della Val Poschiavina. Imbocchiamo
dunque il largo sentiero che dal rifugio
Bignami scende verso il muraglione del grande lago creato dalla diga
di Gera. Il sentiero percorre il fianco orientale del Sasso Moro e non
presenta alcuna difficoltà, ma va percorso con attenzione perché
il versante montuoso può scaricare a valle, soprattutto ad inizio
stagione, dei massi. Raggiunto il camminamento che percorre la sommità
del grande muraglione della diga, ci portiamo sul lato opposto, dal quale
possiamo godere di un eccellente panorama sulla parte orientale della
testata della Valmalenco. Al centro dello scenario si colloca ora la grande
mole del Sasso Rosso (m.3481), dietro il quale si intravede il passo di
Sassi Rossi (m.3510) che introduce all'altopiano di Fellaria. Appena visibile,
fra la vedretta di Fellaria e la vedretta di Fellaria orientale, si scorge
il più orientale dei colossi del gruppo del Bernina, il piz Palü
(m.3905). Dal lato orientale della sommità del muraglione della
diga (m.2060) parte una carrozzabile che ne percorre il lato est: imbocchiamola,
dopo aver gettato un'occhiata alla sottostante e più piccola diga
di Campomoro (m.1990), alle cui spalle è ben riconoscibile il profilo
del monte Disgrazia. Attraversiamo anche una piccola galleria, all'uscita
dalla quale riusciamo ad individuare facilmente, a sinistra del Sasso
Rosso, il piz Argient ed il piz Zupò, che mostrano solo la loro
cima. Dopo un breve percorso giungeremo ad un bel terrazzo, in corrispondenza
del quale la strada, presidiata ai lati da alcuni grandi massi, piega
a destra per salire in val Poschiavina. La salita conduce ben presto ad
un ponte sul torrente della valle, al quale scende un sentiero che si
stacca sulla sinistra dalla strada: si tratta del percorso necessario
per effettuare il giro del lago di Gera.
A questo punto della tappa si può però giungere anche percorrendo
una variante interessante, che, semplicemente, ag gira
il lago con un semicerchio simmetrico, seguendone quindi il lato nord-orientale.
Torniamo quindi al rifugio Bignami ed imbocchiamo un sentierino che parte,
segnalato da segnavia rosso-bianco-rossi, alle sue spalle, scendendo deciso
in un vallone che confluisce nel grande anfiteatro terminale della val
Lanterna, occupato da una quantità enorme di materiale detritico
e delimitato dal gradino roccioso dal quale scendono le cascate di Fellaria.
Il sentiero scende inizialmente verso nord est, poi piega più a
destra e, attraversato il vallone su un primo ponte, si dirige verso la
parte alta dell'anfiteatro, percorsa da un gran numero di torrentelli
che si diramano da tre grandi cascate. Si tratta del cosiddetto "sentiero
dei ponti", perché sono proprio sette comodi ponticelli a
permetterci di superare questi torrentelli, che possono assumere una portata
non indifferente. Nella traversata verso il lato orientale dell'anfiteatro
abbiamo modo di ammirare le tre grandi cascate che scendono fragorosamente
da un alto salto roccioso.
Siamo dunque alle baite dell'alpe Poschiavina (m.2230), che suscita un
senso di ordine, apertura e luminosità. Dobbiamo ora risalire interamente
la valle, fino al suo limite orientale. Si tratta di un percorso facile
e rilassante, segnato, se la giornata è buona, dallo splendore
delle tonalità di un verde che conferisce alla valle un'impronta
di vita anche quando non vi si trovano ancora (o non ci sono più)
mucche e pastori. Rimanendo sempre a sinistra del torrente, ci approssimiamo
ad una larga porta delimitata da due grandi formazioni rocciose, porta
che ci introduce ad un secondo grande ripiano, dove la valle termina.
Nel tranquill o
percorso che ci avvicina alla fascia di rocce che la delimitano ad est
possiamo gustare la bellezza del luogo. Alla nostra sinistra grandi dossi
erbosi salgono verso il crinale, dove si può individuare quel passo
di Ur (m.2520) al quale sale un sentiero che si stacca a sinistra dall'alta
via. Alla nostra destra, sul fianco meridionale, accidentato e sassoso,
della valle, il torrentello che scende dalla vedretta dello Scalino precipita
fragorosamente da un salto roccioso. Raggiunto il limite orientale della
valle, dobbiamo salire fra alcune roccette, prestando attenzione ai triangoli
gialli ed ignorando i segnavia bianco-rosso-bianchi che indicano il sentiero
che, alla nostra sinistra, volge in direzione del passo di Ur.
Raggiunto il crinale, fermiamoci a gettare un'occhiata sulla valle percorsa,
che ci apparirà in tutta la sua serena bellezza, impreziosita da
una cornice di tutto rispetto, perché sullo sfondo, inaspettatamente,
compariranno ai nostri occhi le imponenti cime del gruppo del Bernina:
ecco infatti di nuovo, da sinistra, i pizzi Roseg, Scerscen e (appena
intuibile) Bernina, poi, in primo piano, la coppia Argient-Zupò,
alla cui destra, arretrato, si scorge anche il piz Palü. Curiosamente,
la settima tappa è l'unica a regalarci angoli visuali ravvicinati
dai quali tutte le grandi cime del gruppo (quelle che superano i 3900
metri, intendo) siano visibili contemporaneamente. Sul crinale troviamo
anche alcuni cippi di confine, che risalgono al 1930 e che, con le lettere
"I" ed "S", puntualizzano dove il territorio italiano
e quello svizzero si incontrano (preferisco dir così, piuttosto
che "terminano").
Seguiamo
poi i segnavia che ci accompagnano nella tranquilla traversata di queste
terre di confine, verso quel passo di Canciano (o di Cancian, m.2464)
che un cartello ci segnala in corrispondenza di un pianoro dal quale parte
l'omonima valle svizzera, laterale di destra della Val Poschiavina (dal
pianoro si scorge, sul lato destro della val Canciano, un grande masso
che sembra curiosamente sospeso in equilibrio precario, quasi fosse in
procinto di cadere). Nel nostro tranquillo camminare incontreremo anche
una vera e propria perla, un piccolo specchio d'acqua nel quale si riflettono
i giganti del gruppo del Bernina. Il percorso comincia poi a volgere verso
destra e ci conduce ad attraversare il torrente che scende dalla vedretta
del pizzo Scalino e che, più in basso, precipita nella cascata
citata. Oltre il torrente saliamo ad un nuovo pianoro dove ci attende
una nuova sorpresa, un sistema costituito da cinque laghetti, ai piedi
di un gradone roccioso sopra il quale è ben visibile la vedretta
del pizzo Scalino. Oltrepassato il primo laghetto, ci troviamo ai piedi
di un grande dosso erboso, sovrastato da un ometto ben visibile: potremmo
facilmente risalirlo, seguendo una traccia di sentiero, per poi scendere
verso sinistra al pianoro sottostante. L'alta via descrive però
un percorso un po' più lungo. Se prestiamo attenzione ai triangoli
gialli, infatti, questi ci guidano fino ai piedi di un pronunciato dosso
morenico, del quale percorriamo per un buon tratto il filo, per poi deviare
verso destra, scendere ad un valloncello e risalire sul lato opposto,
raggiungendo il limite di un ampio pianoro, occupato da grandi massi.
Si tratta dello stesso pianoro al quale possiamo scendere dal dosso erboso,
se optiamo per la prima soluzione. In ogni caso dobbiamo però prestare
attenzione, perché l'alta via effettua qui una decisa svolta a
destra, attraversando il pianoro in diagonale e raggiungendo il limite
superiore di un grande vallone, che scende verso l'alpe Campagneda.
Ed
è proprio al limite superiore di questo vallone che troviamo il
cartello che segnala il secondo passo valicato da questa settima tappa,
il passo di Campagneda (m.2626). Inizia così una lunga discesa
sul lato sinistro del grande vallone. Non si tratta però, come
accade spesso nelle discese su terreno accidentato, di un noioso tributo
pagato all'itinerario escursionistico, perché altre piacevoli sorprese
accompagnano i nostri passi. Nella discesa, infatti, incontriamo, alla
nostra destra, il bel sistema dei laghetti di Campagneda, su ripiani successivi
di roccia, in una disposizione detta "a rosario". Certo, si
dirà, si tratta di una sorpresa per modo di dire, perché,
carte alla mano, sappiamo che i laghetti ci sono e che l'alta via ci passa
molto vicina. Eppure il successivo mostrarsi di questi specchi d'acqua,
che dal passo non si vedono, suscita comunque un piacevole stupore. L'emozione
estetica legata a questa discesa è arricchita, sulla nostra sinistra,
dalla bella ed inusuale prospettiva dalla quale il pizzo Scalino ci appare
(finalmente, perché nella prima parte della tappa ne abbiamo visto
solo la vedretta, chiusa ad est dal pizzo Canciano). Possiamo facilmente
riconoscere anche la sella a ridosso del Cornetto, alla quale sale il
sentiero percorso da chi sale al pizzo per la via più frequentata.
Si guardi la scheda
apposita in merito alla via di ascensione.
Raggiunto
l'ampia e verde spianata dell'alpe Campagneda superiore, poco al di sotto
del terzo ed ultimo laghetto (senza contare qualche secchio d'acqua minore),
pieghiamo a sinistra, verso sud, iniziando una sorta di traversata nel
deserto. Si tratta, beninteso, di un deserto verde, ma l'impressione è
proprio questa, perché per un buon tratto non vediamo altro che
prati e piccoli dossi occupati da formazioni rocciose, e ci chiediamo
dove siano baite ed alpeggi. Nella traversata i segnavia ci assistono
poco, perché li si trova solo ogni tanto, su qualche sasso. Dobbiamo
quindi prestare un po' di attenzione, evitando la tentazione di piegare
a destra e di scendere a vista. Teniamoci dunque nella parte centrale
del largo corridoio verde, puntando ad una prima fascia di roccette che
superiamo valicando una facile porta. Sulla nostra sinistra il pizzo Scalino
perde gradualmente il suo profilo slanciato ed elegante, assumendone uno
più tozzo e massiccio. Prestando attenzione a non seguire un'invitante
e marcata traccia che piega a sinistra, raggiungendo il piede del fianco
montuoso e salendo al Cornetto (è la traccia seguita da coloro
che vogliono scalare il pizzo
Scalino), proseguiamo, incontrando altri piccoli dossi ed alcuni pianori
erbosi veramente incantevoli.
Alla fine, percorsa l'ultima spianata, giungiamo in vista della meta.
Si tratta dell'alpe Prabello che, nelle giornate limpide, si mostra veramente
all'altezza della denominazione. Le sue baite, infatti, riposano in uno
scenario bucolico, dove regna un senso di profonda pace.
Dopo
aver superato in salita circa 600 metri in 5-6 ore di cammino, eccoci
al rifugio Cristina
(m.2287), dove, all'ombra del pizzo Scalino, possiamo pernottare. Qualora
avessimo pensato, all'inizio di questa tappa, che ormai l'alta via non
avrebbe più avuto molto da riservarci, dobbiamo ora interamente
ricrederci: queste sei ore di cammino tranquillo sono, in una bella giornata,
pura gioia per gli occhi.
Per il racconto dell'ottava ed ultima tappa,
apri la relativa presentazione. |