Il pizzo di Presio (m. 2391) è la
massima elevazione del comune di Colorina e domina, con il suo imponente
salto roccioso settentrionale, il versante orobico a monte del paese
della media Valtellina. Lo possiamo facilmente individuare guardando
a questo versante dalla piana della Selvetta o da Berbenno. Riconosciamo
due pizzi, che mostrano un salto roccioso verticale sotto la vetta.
Quello di sinistra, che, da questa prospettiva, può apparire
più alto, mostra anche una croce sommitale, che talvolta riflette
i raggi del sole. Non è però il pizzo più alto,
e neppure il pizzo di Presio: si tratta, invece, della vetta denominata
“Pizzo” (m. 2298), più bassa e di accesso ben più
difficile.
Il Presio, cui si può salire con un’escursione di medio
impegno, è quello di sinistra. Sulla sua vetta si incontrano
i confini dei comuni di Colorina, Forcola e Fusine. Il pizzo è
collocato sul vertice sud-orientale della Val Vicima, la prima laterale
orientale della Val di Tartano, alla quale guarda il suo versante sud-occidentale;
il versante settentrionale, invece, guarda all’alpe omonima, nei
monti sopra Colorina, mentre quello orientale, infine, si affaccia alla
valle di Bernasca, laterale occidentale della Valmadre.
La salita al pizzo può avvenire per tre vie. Si può salire
innanzitutto dall’alpe di Presio, sopra Colorina, per un ripido
canalino ed una bocchetta intagliata fra il Presio ed il Pizzo (la parte
terminale del canalino, piuttosto impegnativa, è servita da una
corda fissa). Si può salire anche dall’alpe Bernasca, in
Valmadre, dove si trova il rifugio
Bernasca, sfruttando il crinale est-nord-est. Per raggiungerlo,
scendiamo dal rifugio alla casera di Bernasca (m. 1982), imboccando
poi un
sentierino che, in direzione nord, porta
al crinale, ad una quota approssimativa si 2220 metri. Seguendo il crinale,
con cautela, raggiungiamo infine i 2391 metri della cima.
La via più agevole per salire alla cima (una via che richiede,
comunque, esperienza escursionistica) è, però, quella
che passa per la Val
Vicima. La val Vicìma è la prima laterale orientale
importante della Val di Tartano, ma appartiene interamente al comune
di Forcola, e rappresenta un’interessantissima porta fra la bassa
Val di Tartano e la Valmadre, perché, attraverso il passo di
Vicima, posto in fondo alla valle, possiamo scendere all’alpe
di Bernasca e, di qui, su una bella mulattiera, al versante orobico
immediatamente a monte di Colorina.
Dobbiamo, quindi, salire in Val di Tartano. Per farlo, stacchiamoci
dalla ss. 38, dopo il viadotto sul torrente Tartano e prima di quello
sul fiume Adda nel tratto fra Talamona ed Ardenno (se proveniamo da
Milano). Ci immettiamo, così, sulla strada provinciale Pedemontana
Orobica, che lasciamo, però, ben presto, deviando a destra, per
imboccare la strada, segnalata, per la Val di Tartano. La strada, costruita
fra il 1956 ed il 1957, si snoda sull’aspro fianco occidentale
del Crap del Mezzodì (m. 1031), inanellando 12 tornanti prima
di raggiungere Campo Tartano (m. 1049).
Procedendo per circa mezzo chilometro oltre Campo, in direzione di Tartano,
troviamo una piazzola a lato della strada, sulla destra, con un tavolo
per la sosta. Pochi metri oltre parte, sulla sinistra, il sentiero per
la Val Vicima. Possiamo anche procedere poco oltre, fino alla frazione
di Ronco, salendo, sulla
strada che si stacca sulla sinistra dalla
principale, fino ad un parcheggio. Nei pressi di una chiesetta troviamo,
quindi, il sentiero che si dirige alle case; alla prima deviazione a
sinistra ce ne stacchiamo, risalendo un ripido prato ed entrando in
una macchia. In pochi minuti, intercettiamo, così, la mulattiera
che sale in Val Vicima.
Dal primo tratto della mulattiera si domina la bassa Val di Tartano,
con Campo Tartano, mentre sul versante opposto della valle si vedono
le case di Postareccio. La successiva salita conduce al crinale di un
dosso, dove una piccola radura permette una piacevole sosta, rallegrata
dal dolce profilo delle betulle. Dal dosso lo sguardo raggiunge, sul
fondo della Val Lunga, il passo di Tartano, sormontato da una grande
croce. Il sentiero si inoltra, quindi, sul fianco settentrionale della
valle e raggiunge una cappelletta che sembra posta a guardia del pauroso
dirupo che si apre, alla nostra destra, sul fondovalle. Il sentiero,
infatti, è largo, comodo ed in questo tratto quasi pianeggiante,
ma esposto su questo dirupo: da qui scorgiamo anche l’audace ponte
di Vicima, che, sulla strada che porta a Tartano, supera la selvaggia
forra della bassa Val Vicima. Sul lato opposto, cioè a monte,
possiamo osservare, invece, la più rassicurante presenza di un
bel bosco di abeti e faggi.
Riprendiamo la salita: ben presto si raggiungono le baite di Vicima
(m 1505), a monte dei ripidi prati che la sapienza contadina ha saputo
sfruttare da tempi immemorabili. Continuiamo, fino ad un secondo gruppo
di baite (m. 1619), che raggiungiamo dopo aver superato un piccolo corso
d’acqua ed aver attraversato una fascia di bassa vegetazione,
dove ignoriamo una deviazione che si stacca dal sentiero sulla nostra
destra, scende al torrente della valle e si porta sul suo lato opposto,
per raggiungere l’alpeggio del Barghèt.
Usciamo, quindi, definitivamente allo scoperto
e nella salita successiva incontriamo una fascia di bassa vegetazione,
costituita soprattutto dagli ontani verdi (una presenza spesso temuta
dall’escursionista, in quanto nasconde, in molti casi, la traccia
di sentiero: non però, in questo caso). Ci stiamo affacciando
all’alta valle, e troviamo, sulla nostra sinistra, a quota 1763,
un primo gruppo di baite, prima di scendere sulla destra ad attraversare
il torrente e, superata un’ultima balza, giungere in vista dell’ampio
pianoro terminale dell’alpe di Vicima, dove, a 1933, troviamo
la baita utilizzata dai caricatori dell’alpe.
Possiamo ora ammirare nella sua interezza la testata della valle, dominata,
sul lato destro, dal roccioso versante settentrionale del pizzo
Gerlo (m. 2470); alla sua sinistra, la più profonda depressione
del crinale costituisce il passo di Vicima. Proseguiamo il cammino,
tenendo la sinistra (per noi) della valle, senza però guadagnare
quota, ed aggiriamo il recinto che delimita lo spazio riservato agli
animali, percorrendo a vista il pianoro: manca, infatti, una vera e
propria traccia di sentiero. Sulla sinistra riconosciamo facilmente
due baite, quotate 1931 (una è costruita a ridosso di un enorme
masso).
Dobbiamo, ora, lasciare la traccia di sentiero che prosegue in direzione
del ben visibile passo di Vicima (che porta al laghetto, all’alpe
ed al rifugio di Bernasca), deviando a sinistra, per risalire il fianco
settentrionale della valle, lungo un ampio versante erboso, alla cui
cima si intuisce un pianoro. Dalle baite, dunque, iniziamo a salire
verso nord-est (più o meno in verticale, tendendo molto leggermente
a destra), seguendo l'ampio vallone che scende da un gradone terminale.
C'è anche una traccia di sentiero, ma nella parte bassa è
poco visibile.
Alla fine raggiungiamo la soglia di una splendida
conca solitaria, vegliata dalla baita Pertuso (m. 2113). Si chiude l'orizzonte
alle nostre spalle, siamo nel regno della solitudine estrema. Guardiamo,
ora, il fondo del vallone-conca: sul lato sinistro indoviniamo, senza
però vederla, la marcata spaccatura del crinale costituita dalla
bocchetta già menzionata, che guarda all’alpe del Presio,
sopra Colorina; procedendo verso destra, vediamo un corno roccioso orientato
a destra ed un’elevazione tondeggiante, poco pronunciata. È
proprio quest’ultimo il pizzo di Presio. Alla sua destra, il crinale
comincia a scendere, fino ad una sella, per poi risalire all’elevazione
quotata 2387 metri, dal profilo più affilato e sormontata da
un grande ometto. Chi non conoscesse i luoghi, scambierebbe facilmente
quest’ultima per il pizzo. Ora osserviamo il versante sotto il
crinale, per individuare il percorso di salita.
Intuiamo subito quello per salire alla sella a sinistra della quota
2387, mentre quello per il pizzo sembra più difficile, per la
presenza di uno sperone alla sua destra, che termina in un salto roccioso.
I due percorsi, per gran parte coincidono, prima di biforcarsi. Si tratta
di attraversale il vallone, tenendosi a sinistra, un po’ a monte
del suo fondo, su traccia di sentiero, tagliando una fascia di massi
scaricati dal versante montuoso. Ben presto raggiungiamo la lingua d’erba
che sale alla bocchetta già menzionata: chi sale al pizzo dall’alpe
del Presio, sopra Colorina, la raggiunge e scende di qui, per congiungerci
al nostro percorso.
Non risaliamo, dunque, il canalino che porta alla bocchetta, ma proseguiamo,
portandoci fino al fondo dell’ampia conca, per poi risalire un
facile pendio erboso, sempre su traccia di sentiero, piegando leggermente
a destra. Alzando la testa, scorgiamo, sulla nostra verticale, l’ometto
della quota 2387.
Guardando verso sinistra, invece, possiamo
ora vedere bene la croce che sormonta il Pizzo (m. 2298).
Superata una fascia di massi, i percorsi si dividono. Mentre per raggiungere
la sella a sinistra della quota 2387 basta seguire la striscia del pascolo,
per il pizzo di Presio si volge a sinistra, tagliando in diagonale un
ripido versante erboso, per poi affrontare una fascia di roccette, che
si supera con un po’ di attenzione. C’è anche una
debolissima traccia di sentiero che ci può guidare. Approdiamo,
così, ad un ampio dosso erboso, che tagliamo, di nuovo, in diagonale
verso sinistra; dopo un ultimo zig-zag fra qualche roccetta, piegando
leggermente a destra raggiungiamo la sella erbosa posta immediatamente
a destra (sud) del pizzo. Pochi passi ancora, ed abbiamo raggiunto i
2931 metri della cima erbosa. Attenzione: per l'esposizione sul salto
di rocce sottostante, questa salita è da evitare con terreno
bagnato o innevato!
Sulla vetta, non troviamo nulla ad attenderci, se non un panorama di
primissimo ordine. Essa, infatti, per la sua posizione particolare,
è estremamente panoramica. Ad ovest, lo sguardo raggiunge, a
destra del caratteristico corno del monte Legnone, la bassa Valtellina,
l’alto Lario, le Alpi Lepontine e, sul fondo, il gruppo del monte
Rosa. Più a destra, la Costiera dei Cech e le vette del gruppo
del Masino, i pizzi Porcellizzo, Badile, Cengalo e del Ferro, le cime
di Zocca e di Castello, la punta Rasica, i pizzi Torrone, il minte Sissone,
il monte Disgrazia ed i Corni Bruciati.
A nord, l’imponente parata della testata
della Valmalenco, con i pizzi Roseg, Scerscen, Bernina, Argient, Zupò
e Palù. Più a destra ancora, il gruppo Painale-Scalino,
il pizzo Còmbolo, le montagne della Valle di Poschiavo e della
Val Grosina, il gruppo dell’Adamello. Verso est possiamo ammirare,
in un interessantissimo spaccato, le più alte cime della catena
orobica centrale. A sud, infine, in primo piano il pizzo Gerlo ed il
monte Seleron, sul crinale che separa la Val Tartano dalla Valmadre.
Le quattro ore necessarie per raggiungere la cima sono, quindi, ampiamente
ripagate (il dislivello in salita è di circa 1220 metri). Un’ultima
notazione: possiamo salire al pizzo anche raggiungendo, con percorso
più facile, la sella a sinistra della cima quotata 2387 (che
è altrettanto panoramica). Il difficile viene, però, dopo,
nel senso che dobbiamo percorrere verso nord, su uno stretto sentierino
esposto, il crinale, appoggiandoci al versante che guarda all’alpe
Bernasca, un percorso non agevole (da evitare con terreno bagnato od
innevato), che richiede esperienza.
Clicca qui per aprire
una mappa fotografia del vallone Pertuso e della via di salita al pizzo
di Presio.