Posta
fra l’ampio bacino della vedretta di Varuna, a nord, e l’alta val Confinale,
a sud, la cima Fontana, sia per la posizione distaccata rispetto alla
testata orientale della Valmalenco, sia per l’altezza ragguardevole
(m. 3070), si raccomanda come eccellente osservatorio sull’intera sezione
orientale dell’alta Valmalenco, ed in particolare sulla valle di Campomoro,
i pizzi Varuna, Palü, Zupò ed Argient e la vedretta di Fellaria. Si
tratta, infine, di una cima accessibile a tutti, servita oltretutto,
per chi desiderasse spezzare in due l’ascensione, dal bivacco
Anghileri-Rusconi, posto nei pressi del passo Confinale, nella parte
più alta della valle omonima, l’ultima laterale di nord-est della valle
di Campomoro.
Si tratta di zone meno frequentate rispetto ai luoghi classici dell’escursionismo
in Valmalenco, ma di una bellezza particolarissima, che non ha nulla
da invidiare agli scenari più noti. Il passo Confinale, poi, ha anche
un interesse storico non trascurabile: insieme ai passi di Ur e Cancian,
infatti, costituisce una porta abbastanza agevole per passare dalla
Valmalenco alla Val Poschiavina, in territorio svizzero.
La salita al passo ha come punto di partenza il piazzale antistante
alla poderosa muraglia della diga di Gera. Lo si raggiunge facilmente
salendo, oltre Lanzada, verso Campo Franscia e
>proseguendo,
su strada interamente asfaltata, per altri 6 km, fino a Campomoro. Qui
la strada asfaltata cede il posto ad una pista sterrata che fiancheggia
il lato orientale della diga omonima (m. 1990) e conduce all’ampio piazzale
sotto la diga di Gera. Guadagnata la sommità dello sbarramento seguendo
la stradina asfaltata, ci troviamo di fronte ad un bivio. Attraversando
lo sbarramento, verso sinistra, si sale al rifugio Bignami. Noi dobbiamo
invece seguire le indicazioni per Il giro del lago di Gera,
L'alpe Gembrè e La val Poschiavina. Percorriamo così una
pista sterrata intagliata nel fianco roccioso della montagna, che, ad
un certo punto, inizia a salire in val Poschiavina. La dobbiamo seguire
solo per un tratto: non appena scorgiamo, alla nostra sinistra, un ponte
sul torrente della valle, dobbiamo lasciarla e seguire un sentiero che,
valicato il torrente, sale all'alpe Poschiavina per poi scendere bruscamente
per diverse decine di metri, riavvicinandosi al bacino artificiale.
Dopo essere passati sotto un impressionante artiglio roccioso, raggiungiamo,
con un ultimo tratto pianeggiante, l'alpe Gembrè (m. 2224), dove, d'estate,
troveremo sempre qualcuno disposto ad offrirci preziose indicazioni.
Prima di giungere all'alpe, dobbiamo superare due croci, una di ferro
ed una di legno; pochi metri oltre le croci, lasciamo il sentiero principale
per seguirne uno meno
marcato,
che raggiunge due baite ed una piccola fontana, proseguendo verso nord-est.
La traccia è ben marcata, ma le segnalazioni (bolli rossi) sono rare.
Comunque non possiamo sbagliare: il sentiero risale il ripido gradino
erboso e roccioso, dapprima verso sinistra, poi con alcuni tornanti.
Qualche pausa ci permette di ammirare il panorama alle nostre spalle:
da sinistra, la diga di Gera (incorniciata, sullo sfondo, dal monte
Canale e dal versante occidentale della bassa Valmalenco, sul quale
si stendono gli alpeggi di Torre S. Maria), il poderoso massiccio del
Sasso Moro (m. 3108), il pizzo di Caspoggio (m. 3136; fra le due
cime, nascosta, la forca di Fellaria), la bocchetta di Caspoggio (m.
2983), le cime quotate 3011, 2940 e 2852, che separano l’alpe di Fellaria
dal pianoro del ghiacciaio di Fellaria, la lingua occidentale del ghiacciaio
di Fellaria, i due maestosi corni dei pizzi Argient e Zupò (m. 3945
e 3995), che si impongono per eleganza e bellezza, e, infine, l’affilato
profilo del Sasso Rosso (m. 3481). Su un poggio roccioso, sotto il vallone
della bocchetta di Caspoggio, riconosciamo, poi, il rifugio Bignami
(m. 2385). In basso, infine, si apre l’ampia conca terminale della valle,
sovrastata dal salto roccioso dal quale cadono le cascate di Fellaria.
Uno scenario grandioso ed armonico, dove ogni elemento sembra essere
al suo posto. Un’armonia che, però, nasconde un antichissimo e segreto
dolore: mentre gambe e polmoni ci fanno avvertire la momentanea fatica
della risalita del ripido crinale, rivolgiamo il pensiero alla
millenaria
fatica che il pizzo Zupò deve sostenere, la sofferenza di dovere cedere,
per 5 soli metri, la palma di 4000 più orientale dell’arco alpino alla
vicina cima del pizzo Bernina.
Ripreso il cammino, raggiungiamo un bellissimo pianoro, a quota 2400.
Qui la traccia si fa molto debole, ma con un po' di attenzione riusciamo
a seguirla, anche perché prosegue diritta verso il centro del pianoro,
a sinistra della sommità di un dosso pratoso. Sul lato opposto rimane
nascosta al nostro sguardo una baita diroccata, mentre in alto, a sinistra,
si vede bene lo scatolone arancione del bivacco Anghileri-Rusconi, collocato,
in territorio italiano, poco distante dal passo. Vediamo ora chiaramente,
levando lo sguardo alla nostra sinistra, anche la meta, la cima Fontana,
la maggiore elevazione che chiude a nord-est la valle. Alle nostre spalle,
intanto, a sinistra dei pizzi Argient e Zupò fa capolino, con un profilo
affilato, la Cresta Güzza (m. 3869), alla cui sinistra si riconosce
anche la punta Marinelli (m. 3182), a destra della quale si stende la
sella nevosa del passo Marinelli orientale (m. 3120).
Ci ritroviamo ai piedi di una formazione rocciosa arrotondata. Possiamo
aggirarla a destra o a sinistra. Scegliamo questa seconda soluzione
e ci ritroviamo nei pressi di un torrentello che scende da un grande
vallone. Seguiamolo, lasciandolo sempre alla
nostra
sinistra: in breve ritroviamo il sentiero, segnalato anche da evidenti
ometti. Risalito il canalone, la traccia ci porta diritta al passo Confinale
(m. 2628), che immette in val Tempesta, laterale di destra della Val
Poschiavina, in Svizzera. Poco sotto il passo scorgiamo facilmente un
piccolo specchio d'acqua.
Per raggiungere il bivacco non dobbiamo però valicare il passo, ma piegare
a sinistra e risalire un dosso erboso, fino alla quota di 2654 metri.
Dalla partenza sono trascorse circa due ore, per un dislivello di circa
664 metri.
Ora dobbiamo prestare un po’ di attenzione per individuare il sentiero
che porta alla cima Fontana, dal momento che non è segnato sulle carte.
Ci aiutano alcuni cippi di legno numerati, i segnavia bianco-rossi ed
anche un buon numero di ometti. Si tratta di superare un primo gradino
rappresentato da una fascia di rocce posta immediatamente a nord del
bivacco, cioè alla nostra sinistra, se ci volgiamo in direzione del
versante svizzero. Volgiamoci, quindi, a nord e cominciamo a salire,
inizialmente verso sinistra: troveremo subito il cippo di legno con
il numero 5. Pieghiamo, poi, a destra e varchiamo una piccola porta.
Troveremo il sentiero, abbastanza marcato, ed i segnavia: non perdiamoli,
perché il varco che supera la fascia di rocce non è individuabile ad
occhio nudo.
Procedendo verso destra, giungiamo ad un canalino, che il sentiero taglia,
per poi risalire, con un
breve
tratto esposto, uno speroncino roccioso: qui dobbiamo prestare, ovviamente,
una particolare attenzione (in presenza di neve o con rocce bagnate,
il passaggio è sconsigliabile). Superato quello che è l’unico passaggio
veramente delicato dell’escursione, approdiamo ad un più tranquillo
crinale erboso, risalito il quale ci troviamo ai margini di una sorta
di altipiano ondulato. Memorizziamo bene questi luoghi, perché, nel
ritorno, se non prestiamo attenzione possiamo portarci fuori strada,
dal momento che il corridoio che porta all’attacco del canalino non
è affatto evidente.
Di fronte a noi, leggermente spostata a sinistra, in primo piano, la
cima Fontana. Intuiamo, ora, anche lo sviluppo successivo dell’ascensione:
è necessario attraversare l’altipiano in direzione nord, per poi attaccare
il facile crinale orientale (di destra) che sale alla cima. L’occhio,
però, è attratto dalla muraglia che chiude, a nord, l’orizzonte, la
muraglia dal color rosso cupo del massiccio che scende, a sud-est, dal
pizzo Varuna (m. 3453), la cui cima tondeggiante si intravede appena,
in alto, sulla sinistra. Ripreso il cammino, oltrepassiamo un grande
ometto ed un cippo di legno con il numero 7. Sulla nostra destra, ottimo
è il colpo d’occhio sulla valle di Poschiavo, che raggiunge Poschiavo
ed il lago omonimo.
Il sentiero serpeggia fra gande, pianori e collinette, passando a sinistra
dei due laghetti di quota
2805,
le cui acque, illuminate dal sole, restituiscono un colore verde intenso.
Il secondo e più grande di questi laghetti è anche presidiato da un
curioso e simpatico panettone roccioso. Oltrepassiamo anche il cippo
di legno con il numero 8, prima di passare a sinistra di un terzo e
più grande laghetto, a quota 2909, che precede, di poco, il punto in
cui la traccia raggiunge la sella che si affaccia sull’ampio bacino
della vedretta di Varuna. Salendo alla sella, troviamo anche, su un
masso, l’indicazione di un bivio: a sinistra si prende per la cima Fontana,
a destra per il ben più impegnativo pizzo Varuna.
Sulla sella ci accoglie il numero 9, in corrispondenza del quale dobbiamo
attaccare il facile crinale di sfasciumi che sale alla cima. Prima di
farlo, però, gettiamo un colpo d’occhio su quella che le carte di indicano
come vedretta del Varuna: niente ghiaccio, niente neve, solo un oceano
di massi, una grande ganda. Il ghiacciaio, qui, non c’è più, rimane
un nevaietto annidato sotto il versante settentrionale della cima Fontana.
Cominciamo a salire, appoggiandoci spesso al versante destro (quello
sinistro è esposto). Guardando in basso, sulla sinistra (facendo, però,
attenzione a non esporci) vediamo che l’ampio altipiano a sud della
cima Fontana ospita anche un quarto e più ampio laghetto, che però resta
nascosto a chi lo attraversa per la via dettata dai segnavia. Decisamente
più interessante il panorama alla nostra destra, dove si impone la poderosa
lingua orientale del ghiacciaio di Fellaria, sovrastata dalle tre cime
del piz Palù (m. 3823, 3906 e 3881); alla sua sinistra, la punta del
Sasso Rosso, i pizzi Argient e Zupò, la Cresta Güzza.
Niente
di clamoroso sulla cima, che distinguiamo da un’elevazione gemella posta
più avanti, sul crinale, solo per la presenza di un grande ometto, del
cippo di legno con il numero 10 e di una targa posta il 3 settembre
1995, a ricordo del trentennale del Gruppo Giovanile OSA. Siamo a 3070
metri di quota, e camminiamo, dal bivacco Anghileri-Rusconi, da circa
un’ora e mezza. Se siamo partiti dalla diga di Gera, abbiamo impiegato
circa 3 ore e mezza, per superare un dislivello complessivo di 1070
metri circa.
Straordinariamente ampio il panorama. Vediamo cosa ci presenta in una
carrellata a 360, in senso orario, che parte da sud. Sul fondo, le Orobie
centrali; più avanti, il crinale che separa, ad ovest, la bassa Valmalenco
dalla media Valtellina, con il monte Canale ed il Sasso Bianco; in primo
piano, la valle di Campomoro, ramo orientale dell’alta val Lanterna,
con le dighe di Campomoro e Gera, sovrastate, ad ovest (destra) dal
poderoso Sasso Moro, che lascia intravedere solo la cima del più illustre
monte Disgrazia (m. 3678). A destra del monte Disgrazia, la testata
della Val Sissone, che propone le cime di Chiareggio, la punta Baroni
(m. 3203), il monte Sissone (m. 3331), le cime di Rosso (m. 3369) e
di Vazzeda (m. 3297). Davanti a queste cime, che stanno sullo
sfondo, dominiamo con lo sguardo i due ampi valloni che confluiscono
nell’alpe Fellaria, e che culminano nella forca di Fellaria (porta che
permette una facile traversata dal rifugio Bignami al rifugio Carate-Brianza)
e nella bocchetta di Caspoggio (porta che permette la traversata Bignami-Marinelli
per la vedretta di Caspoggio).
A destra di questa bocchetta, la sezione occidentale del ghiacciaio
di Fellaria, che sale alla sella
del
passo Marinelli orientale e propone, alla sua destra, la più occidentale
delle due impressionanti seraccate che caratterizzano questo ghiacciaio.
A sinistra del passo Marinelli vediamo la punta omonima, mentre a destra
riconosciamo la Cresta Güzza. Proprio dietro il passo, ecco, finalmente,
un po’ defilati, i giganti della testata della Valmalenco, la celeberrima
triade dei pizzi Roseg (m. 3936), Scerscen (m. 3971) e Bernina (m. 4050).
A destra della Cresta Güzza, ecco di nuovo i pizzi Argient e Zupò e
l’affilata punta del Sasso Rosso. Alla sua destra, il ramo orientale
del ghiacciaio di Fellaria, che propone la seconda impressionante seraccata,
sovrastata dalle tre cime del piz Palù.
A destra di queste cime, sempre defilato, il piz Varuna, che sembra
sì più alto, ma anche piccolo piccolo a confronto del poderoso massiccio
che scende verso sud-est, cioè alla sua destra. Il massiccio scende
fino ad una sella, raggiunta da quel che resta della parte superiore
della vedretta di Varuna, una piccola vedretta che, nella parte inferiore,
ha dato origine ad un laghetto (salendo, non lo potevamo vedere, ma
era in alto, a destra, ed a poca distanza, quando abbiamo raggiunto
la sella prima del crinale). A destra della sella, la cima quotata 3080.
Una curiosità: il confine italo svizzero passa proprio per questa vedretta,
tagliandola in due e seguendo la direttrice quota 3080 (denominata Segnale
di pizzo Varuna) ed il pizzo Varuna.
Alle spalle della sella e del successivo crinale, le montagne del versante
orientale della Valle di Poschiavo e della Val Grosina; si distinguono,
in particolare, la cima di Val Viola e la cima Piazzi. A
destra
del solco della Valle di Poschiavo, a sud del passo Confinale, la cima
dei Sassi Bianchi (m. 2805), nella quale convergono val Confinale, val
Poschiavina e versante svizzero, e, alla sua sinistra, il piz Confinal
(m. 2810). Alle loro spalle, la vedretta del pizzo Scalino, sormontata,
da sinistra, dal pizzo Canciano (m. 3103), dalla cima di val Fontana
(m. 3228, consacrata a Papa Giovanni Paolo II dal 28 agosto 2005) e
dal pizzo Scalino (m. 3323), dal quale scende, verso destra, il lungo
crinale che separa la Valmalenco dalla Val di Togno. Davanti a questo
crinale distinguiamo il massiccio monte Spondascia (m. 2867), che sorveglia,
a sud, la bassa valle Poschiavina, e guarda alle dighe di Gera e Campomoro.
Si è così conclusa una carrellata di cime che sicuramente, in una giornata
limpida, lascia stupiti ed ammirati. Se guardiamo, invece, all’ampia
conca che già ospitava la vedretta di Varuna, vedremo che questo è delimitato,
a sinistra, cioè ad ovest, da due microlaghetti. Se siamo partiti dal
bivacco ed abbiamo ancora voglia di camminare, possiamo scendere a visitarli.
Per farlo, ripercorriamo, scendendo dalla cima, il crinale, piegando
poi, appena possibile, a sinistra e descrivendo un ampio semicerchio
che ci porta nella parte bassa dell’ampio vallone già occupato dalla
vedretta, attraversando una sterminata ganda. I laghetti, a quota 2812,
costituiscono un ottimo osservatorio sul Sasso Rosso e sulla seraccata
del ghiacciaio di Fellaria orientale.
Se, però vogliamo osservare ancora più da vicino questa seraccata, e
magari godere dello spettacolo del distacco di grandi blocchi di ghiaccio,
che cadono fragorosamente sulla parte più bassa del ghiacciaio, possiamo
scendere ad un ampio pianoro sottostante. La discesa comporta una certa
esperienza ed attenzione, e sfrutta il canalone per il quale scende
il torrentello che esce dai laghetti, alla loro sinistra. Nel primo
tratto portiamoci a sinistra del torrentello, poi, scesi di pochi metri,
passiamo a destra e proseguiamo, fra massi un po’ scivolosi, tenendoci
alla sua destra, fino ad approdare al pianoro, ad una quota approssimativa
di 2670 metri, nel quale troviamo, a sinistra, un nuovo splendido laghetto.
Puntiamo, ora, la morena che ci sta proprio di fronte, guadagniamone,
con un po’ di fatica, il filo e risaliamolo per un buon tratto: ci troveremo
proprio al cospetto dell’impressionante seraccata, che da qui appare
come una sorta di cattedrale gotica disseminata di guglie di ghiaccio.
Di tanto in tanto, il silenzio sarà rotto da un fragore sordo: caduta
di massi e sfasciumi, ma, più probabilmente, distacco di blocchi di
ghiaccio che generano, talora, spettacolari cascate che, dalle rocce
sotto la seraccata, cadono sull’estremo lembo del ghiacciaio, che, con
triste malinconia, va a morire più a valle, a ridosso di una fascia
di rocce. Uno spettacolo impagabile, che vale la fatica che ci attende
per risalire al vallone superiore e riguadagnare la sella sotto il crinale
della cima Fontana, prima di ridiscendere al bivacco.